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Mediare la famiglia nel simbolismo della casa

Mediare la famiglia nel simbolismo della casa

Abstract

Il tema principale di questo lavoro è il concetto di casa, e in particolare che cosa questo concetto potrebbe rappresentare a seconda degli individui e delle situazioni. Nel primo capitolo verrà presentata una riflessione sull’esperienza emotiva ed affettiva della “casa”. Successivamente l’autrice illustrerà come la casa per molti ragazzi possa rappresentare anche un luogo da cui fuggire, per numerosi motivi: voglia di indipendenza, voglia di staccarsi dalla vigilanza dei genitori, voglia di interrompere il conflitto con gli stessi ... Desideri di fuga potrebbero emergere nel ragazzo nel momento in cui è presente una forte ostilità tra i genitori, attraverso la quale si crea un clima di disagio, di scomodità, malessere e carenze. In conclusione, verrà mostrata la figura della casa come “galera”. Con gli anni e attraverso le esperienze personali e lavorative l’autrice ha potuto constatare come per molti la casa possa rappresentare una vera e propria prigione. Il periodo di emergenza sanitaria Covid 19, in cui siamo stati obbligati a stare all’interno delle nostre case, per molte famiglie è stato vissuto come un vero e proprio incubo. Donne che hanno dovuto vivere in stretto contatto, giorno e notte, con il loro maltrattante; bambini e ragazzi che hanno assistito, o addirittura, subito violenze, da parte dei genitori. Attraverso l’illustrazione di questi temi verrà spiegato il ruolo fondamentale che la mediazione riveste in tutti questi ambiti. Main theme of this work is the concept of home, and in particular what this concept could represent according to individuals and situations. In the first chapter, a reflection on the emotional and affective experience of the "home" will be presented. Subsequently, the author will illustrate how home, for many children, can also represent a bad place from which they try to escape, for many reasons: desire for independence, desire to detach from parental supervision, desire to interrupt conflict with parents ...Desires to escape could emerge in teens when there is strong hostility between parents, through which a relational climate of unease, discomfort, malaise and shortcomings is created. In conclusion, “home” will be shown as as if it is "jail". Over the years and through personal and work experiences, the author has been able to see how, for many people, the house can represent a real prison. The period of the Covid 19 health emergency, in which we were forced to stay inside our homes, was experienced as a real nightmare for many families. Women who had to live in close contact, day and night, with their abuser; children and young people who have witnessed, or even suffered, violence from their parents. Through the illustration of these themes, the fundamental role that mediation plays in all these areas will be explained. Scarica l'intero articolo in PDF con la bibliografia e la sitografia

Il conflitto genitoriale nella separazione. Ripercussioni sui figli e strumenti preventivi

Il conflitto genitoriale nella separazione. Ripercussioni sui figli e strumenti preventivi

Abstract

Nel percorso di tutela dei minori alcuni di essi vengono allontanati dal proprio nucleo familiare a causa dell’elevato conflitto genitoriale. L’autrice analizza le motivazioni per le quali il conflitto genitoriale rappresenti un fattore di pregiudizio per lo sviluppo psico-emotivo del bambino e indaga su come la mediazione familiare, strumento più adatto nell’intervento di contenimento della litigiosità, possa aiutare a prevenire l’allontanamento del minore.
Nel primo capitolo verranno analizzati alcuni modelli teorici psicologici che espongono quali sono le fasi del processo di separazione dei partner e, successivamente, i compiti di sviluppo che la famiglia separata deve affrontare. Verrà altresì illustrato come tale processo può bloccarsi e come questo porti all’emergere della conflittualità, fino a quel momento latente. Sarà quindi presa in considerazione l’ipotesi dello spillover per meglio illustrare come la conflittualità a livello coniugale possa
riversarsi nella sfera genitoriale.

Nel secondo capitolo si procederà a illustrare come il minore elabori il conflitto e come questo possa portare a situazioni di maltrattamento relazionale o psicologico e a un trauma secondario, condizioni in grado di influenzare negativamente lo sviluppo psico-emotivo del bambino, e in grado di generare sintomi e/o comportamenti disfunzionali.
Nel terzo capitolo, verrà illustrata la mediazione familiare secondo il modello ESBI della dott.ssa Buzzi e verranno evidenziati sia il ruolo del mediatore che le tecniche che possono favorire una diminuzione del conflitto.
Scopo del presente contributo è di mettere in luce come la mediazione familiare favorisca un ambiente caratterizzato dall’assenza della logica antagonistica. Essa sprona le persone a prendere in considerazione i bisogni di tutti i componenti della famiglia, al fine di collaborare per trovare accordi soddisfacenti e in grado di durare nel tempo, grazie soprattutto alla modificazione delle modalità di comunicazione reciproca dei propri bisogni e di quelli dei figli. Tramite la mediazione familiare, la coppia non solo può raggiungere accordi che può sottoporre al giudice per l’omologazione, ma impara principalmente a comunicare in modo efficace e a risolvere gli eventuali ostacoli che dovrà affrontare nella vita.

In the social process of protecting minors, some of them are removed from their family unit, due to the high parental conflict. The author analyzes reasons why parental conflict represents a factor of prejudice for the psycho-emotional development of children and investigates how family mediation, the most suitable tool interveining in litigation containment, can help prevent the removal of the minor.
In first chapter some psychological theories will be analyzed, they expose phases of partner divorcing process and, subsequently, developmental tasks that the divided families must face. It will also be illustrated how this process can be blocked and it may consequntly lead to conflict emerging, hitherto latent. The "spillover" hypothesis will therefore be considered to better illustrate how conflict at marital level can spill over into parenting sphere.
In second chapter we will proceed to illustrate how minors process conflict and how this can lead to situations of relational or psychological abuse and secondary trauma. These conditions are capable of negatively affecting the psycho-emotional development of children, and generate symptoms or even dysfunctional behaviors.
In third chapter, family mediation according to Dr. Buzzi's ESBI Model will be illustrated and both the role of mediator and techniques, that can favor a decrease in conflict, will be highlighted.
The purpose of this contribution is to highlight how family mediation favors an environment characterized by the absence of antagonistic logic. It encourages people to take into consideration the needs of all family members, in order to collaborate to find satisfactory and lasting agreements, thanks above all to the modification of the modalities of mutual communication of their own needs and those of their children. Through family mediation, couples can not only reach agreements that they can submit to the judge for approval, but mainly learn to communicate effectively and resolve any obstacles they will have to face in life.

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L’ascolto del minore nella dimensione giuridica e lo spazio offerto al minore nella mediazione familiare

L’ascolto del minore nella dimensione giuridica e lo spazio offerto al minore nella mediazione familiare

Abstract

Legalmente, la famiglia è "la società naturale fondata sul matrimonio" (art. 29 Cost.), ma un giurista che si occupa di diritto di famiglia sa, o meglio dovrebbe sapere, che la famiglia è molto di più. Oltre a diritti e doveri, istituzioni giuridiche, giurisprudenza e dottrina, in una famiglia ci sono persone con sentimenti ed emozioni, ci sono madri e padri e, soprattutto, ci sono bambini. Bisognerebbe quindi dare importanza anche alla sfera sentimentale di ogni membro della famiglia, a quella più emotiva, oserei dire, a quella più intima e personale. L'autrice concentra la sua attenzione sui membri più giovani della famiglia, un'attenzione che, purtroppo, a volte viene messa in ombra, seppur in buona fede, per i motivi più diversi. Attenzione ai bambini, rivolta non solo ai loro bisogni e ai loro interessi nel momento più delicato, quello in cui sono chiamati ad essere ascoltati. L'ascolto del bambino deve essere autentico: puro, consapevole e competente. Ascolto, dunque, come vera Attenzione: “Ti ascolto perché mi interessa sapere cosa vuoi dirmi. Mi interessa cosa ne pensi. Ti ascolto perché vorrei prendere decisioni più consapevoli. Sei importante per me. Ti ascolto non solo con l'udito. Ti ascolto davvero”. Nella vita di tutti i giorni è normale che bambini e ragazzi chiedano agli adulti di essere ascoltati ed è nostro dovere da adulti quali siamo, ascoltarli e dare loro tutta l'attenzione che meritano e di cui hanno bisogno in quel preciso momento. È loro diritto essere ascoltati. Ma da chi dovrebbe essere ascoltato un bambino? Quando può essere ascoltato? In quali modi? Possono esserci conseguenze sull'ascolto dei bambini quando la situazione familiare è conflittuale? Come si sente un bambino quando gli viene detto che deve essere ascoltato? Legalmente sembrerebbe tutto semplice, ma allo stesso tempo estremamente complesso e delicato. L'ascolto richiede sempre competenza e preparazione interdisciplinare, professionalità ma anche impegno, sensibilità ed empatia. Sia in un'aula di tribunale che in una sala di mediazione familiare.

Legally, family is "the natural society founded on marriage" (Article 29 of the Italian Constitution), but a jurist who deals with Family Law knows, or rather should know, that family is much more. In addition to rights and duties, legal institutions, jurisprudence and doctrine, in a family there are people with feelings and emotions, there are mothers and fathers and, mainly, there are children. We should, therefore, give importance also to the sentimental sphere of each member of the family, at the most emotional one, I would dare say, to the most intimate and personal one.
The author focuses her attention on the youngest members of the family, an attention which, unfortunately, is sometimes overshadowed, albeit in good faith, for the most diverse reasons. Attention to children, addressed not only to their needs and their interests in the most delicate moment, the one in which they are called to be heard. The child's listening should be authentic - pure, aware and competent. Listening, therefore, as true Attention: “I am listening to you because I am interested in knowing what you want to tell me. I'm interested in what you think. I listen to you because I would like to make more informed decisions. You are important to me. I listen to you not only with hearing. I really listen to YOU ”.
In everyday life it is common for children and young people to ask adults to be listened to and it is our duty as adults that we are, to listen to them and give them all the attention they deserve and need at that precise moment. It is their right to be heard. But by whom should a child be listened to? When can it be heard? In what ways? Can there be consequences on listening to children when the family situation is conflicting? How does a child feel when they are told that he must be heard?
Legally, everything would seem simple, but at the same time extremely complex and delicate. Listening always requires interdisciplinary competence and preparation, professionalism as well as commitment, sensitivity and empathy. Whether in a courtroom or in a family mediation room.

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Il vissuto dei figli quando i genitori sono in una relazione violenta, spazio per la mediazione

Il vissuto dei figli quando i genitori sono in una relazione violenta, spazio per la mediazione

Abstract

La violenza intra-familiare è un fenomeno che per molto tempo è rimasto un “affare privato”. Tutt’ora, il perdurare di alcuni atteggiamenti socio-culturali fa sì che la violenza domestica non venga sempre denunciata. All’interno delle forme di abuso tra adulti troviamo un’altra forma di violenza indiretta, più sottile e non fisica: la violenza assistita.

I figli testimoni di violenza possono riportare degli effetti dannosi a breve e lungo termine. Vivere in un contesto violento impatta sullo sviluppo psico-affettivo, incidendo fortemente sui legami di attaccamento. Il minore vive con il costante timore che l’episodio violento possa scatenarsi, teme per l’incolumità fisica della vittima, fino a farsene carico, secondo un processo di adultizzazione e di inversione dei ruoli.

Il presente contributo nasce da queste riflessioni e dalla forte esigenza di trovare uno spazio per dar voce ai figli, vittime trasparenti a cui non viene data l’opportunità di essere ascoltati, a quegli adulti che si ritrovano a convivere con le conseguenze del rapporto malato tra i loro genitori e che devono fare i conti con i sentimenti per i loro cari. Ci si chiede, infine, quale sia l’eventuale spazio per la mediazione dei conflitti.

Domestic violence has long remained a "private business" phenomenon. However, the persistence of some socio-cultural attitudes affirms that domestic violence is not always reported even today. Within all forms of adult abuse and violence, childhood exposure to violence is indirect, more subtle and non-physical.

Children exposed to violence can report detrimental effects in the short and long term. Living in a violent environment has an impact on psycho-affective development, strongly influencing the bonds of attachment. The child lives constantly fearing that episodes of violence could break out, he/she is worried about the victim's physical safety to the point of taking charge of it, according to a process of adultization and roles reversal.

This contribution stems from these reflections and from the strong need to give voice to these children, who are transparent victims who is not given the opportunity to be heard. The autor wants to give attention to those adults who are living with the consequences of the violent relationship between their parents, and who have to deal with sick feelings for their loved ones. Finally, the question is what is the possible space for conflict mediation.

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Gli strumenti stragiudiziali per la crisi della relazione familiare. La mediazione civile e la mediazione familiare a confronto

Gli strumenti stragiudiziali per la crisi della relazione familiare. La mediazione civile e la mediazione familiare a confronto

Abstract

Il presente contributo vuole offrire una breve panoramica dei metodi stragiudiziali di composizione della crisi familiare conosciuti con l'acronimo ADR - Alternative Dispute Resolution - presenti nel nostro ordinamento che il professionista, che si occupa di sostegno alle famiglie, ha l'obbligo anche deontologico, di rappresentare ai propri clienti quando la scelta del metodo ADR non proviene direttamente dalle parti. È bene, infatti, ricordare che l'avvocato familiarista ha obblighi deontologici rigorosi in quanto il contenzioso familiare, ancor più del contenzioso ordinario, riguarda situazioni delicate vissute da persone che vivono momenti di profondo disagio e sofferenza.  
Ci si occuperà poi di mettere a confronto due metodi ADR che trovano entrambi applicazione in ambito familiare ovvero la mediazione familiare e quella civile.

This contribution aims to offer a brief overview of the out-of-court methods of settling family crisis known by the acronym ADR - Alternative Dispute Resolution - They are present in our legal system and all professionals who deals with family support, have ethical obligation too to introduce them to their customers, when the choice of ADRs does not come directly from the parties. In fact, it is good to remember that family-law lawyer has strict deontological obligations as family litigation, even more than ordinary litigation, concerns delicate experiences of deep discomfort and suffering.
It will then deal with comparing ADR methods and Family Mediation method, who all find application in family conflict management, namely divorce mediation and the Italian civil mediation.

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Mediazione familiare: conflitto, emozioni e comunicazione nel passaggio generazionale delle imprese di famiglia

Mediazione familiare: conflitto, emozioni e comunicazione nel passaggio generazionale delle imprese di famiglia

Abstract

Imparare a gestire i conflitti, soprattutto nel caso di passaggio generazionale, è fondamentale per il benessere della famiglia e la prosperità dell’impresa familiare. La mediazione familiare che cura le relazioni partendo dai bisogni degli individui è un ausilio indispensabile perché i membri della famiglia possano progettare e vivere serenamente il passaggio di consegne in azienda. Il mediatore familiare aiuta le persone a districarsi tra la sovrapposizione dei ruoli (famiglia, azienda, gestione) che la struttura ibrida di famiglia e impresa riveste, dando spazio all’espressione adeguata delle emozioni e consentendo una comunicazione senza trappole. Per superare la refrattarietà degli imprenditori e delle famiglie ad affrontare per tempo la progettazione del passaggio generazionale, il mediatore familiare potrebbe condurre una “living wake” aiutando i partecipanti ad esprimere con intelligenza emotiva un intento e una visione armonica del futuro della famiglia e dell’impresa. Per superare la refrattarietà o la difficoltà ad affrontare l’argomento del passaggio generazionale, una buona metafora, ricca di spunti aneddotici può essere la monarchia dove per secoli gli affari di famiglia sono stati tramandati di generazione in generazione.

Learning to manage conflicts, especially in the case of generational change, is essential for the well-being of the family and the prosperity of the family business. Taking care of relationships starting from the needs of individuals, family mediation is an indispensable aid so that family members can peacefully plan and live the handover in the company. The family mediator helps people to unravel their lives from the overlapping roles (family, company, management) that the hybrid structure of family and business represents. The family mediator gives space to the adequate expression of emotions, allowing communication without traps. To win over entrepreneurs and families unwilling to face in time the planning of the generational transition, the family mediator could conduct a "living wake". That would help the participants to express with emotional intelligence an intent and a harmonious vision of the future of the family and of the business. In order to overcome the resistance or the difficulty in dealing with the issue of generational change, the use a good metaphor, such as monarchy, could be useful. Monarchy would represent an environment where centuries family affairs have been handed down for centuries from generation to generation.

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L’imparzialità del Giudice e l’importanza della Mediazione Familiare nel rispetto delle tante e diverse figure professionali impegnate nella risoluzione dei conflitti familiari

L’imparzialità del Giudice e l’importanza della Mediazione Familiare nel rispetto delle tante e diverse figure professionali impegnate nella risoluzione dei conflitti familiari

Abstract

L’autrice ci conduce nella sua vita lavorativa a partire dalla sua esperienza personale quale giudice onorario “conciliatore” nelle cause di affido minori nelle separazione delle coppie di fatto e modifiche alla condizioni di separazione e divorzio, attraverso il rito partecipativo presso il Tribunale di Cremona dal 2013 ad aprile 2019. Si trasferisce poi, su domanda, al Tribunale di Milano e viene assegnata alla sezione IX Civile, famiglia. Introduce la Mediazione Familiare, illustrandone il quadro normativo e deontologico, con brevi cenni ai diversi modelli di mediazione con particolare attenzione al modello E.S.B.I. della Scuola Isabella Buzzi. Si sofferma sul rapporto tra la Mediazione Familiare ed il Processo, fasi pre-endo e post processuale, e sulle differenze tra le tante figure professionali e istituzionali coinvolte nella gestione del conflitto di coppia e familiare. Conclude poi tornando al suo percorso formativo che, dalla Scuola superiore della Magistratura presso la Corte d’Appello di Brescia e Milano per la formazione continua anche sul diritto di famiglia, l’ha condotta fino alla Scuola Buzzi a completamento di una ricerca sulle migliori tecniche di gestione del conflitto familiare con grande consapevolezza dei diversi ruoli, competenze e importanza di tutte le altre figure professionali e istituzionali chiamate a gestire, in diverso modo, il conflitto familiare. Le potenzialità della Mediazione Familiare e la necessità di un dialogo tra le diverse figure in un lavoro in sinergia multidisciplinare tra le stesse, porta l’autrice a sostenere il rispetto di tutte le linee di confine d’azione.

The author leads us in her working life starting from her personal experience as an honorary "conciliator" judge in minor custody cases in the separation of unmarried couples and changes to the conditions of separation and divorce, through the participatory rite at the Court of Cremona, from 2013 to April 2019. She then moved, upon request, to the Court of Milan and was assigned to Section IX Civil, family. In this paper, she introduces Family Mediation, illustrating the regulatory and deontological framework, with brief notes on the different mediation models with particular attention to the E.S.B.I. of the Isabella Buzzi School. She focuses on the relationship between Family Mediation and the Process, pre-endo and post-trial phases, and on the differences between the many professional and institutional figures involved in the management of couple and family conflict. She then concludes by returning to her training course which, from the Higher School of the Judiciary at the Court of Appeal of Brescia and Milan for continuing training also on family law, led her to the Buzzi School to complete a research on the best techniques family conflict management with great awareness of the different roles, skills and importance of all the other professional and institutional figures called to manage family conflict in different ways. The potential of Family Mediation and the need for dialogue between the various figures in a multidisciplinary synergy work between them, leads the author to support compliance with all the boundaries of action.

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Le persone sono più importanti delle dispute: le emozioni, colonnasonora in mediazione familiare

Le persone sono più importanti delle dispute: le emozioni, colonnasonora in mediazione familiare

Abstract

Che lo si voglia o no, le emozioni sono croce e delizia della nostra esistenza. Spesso cerchiamo di dominarle, di liberarcene o di reprimerle, innalzando barriere, ma raramente ci riusciamo e alla fine dobbiamo sempre farci i conti. Quando le lasciamo libere di esprimersi dentro di noi, ci accorgiamo che sono in realtà proprio esse a guidarci verso ciò che è bene per noi. Sono persino in grado di guarirci dalla sofferenza. Ci siamo mai realmente chiesti di cosa abbiamo fondamentalmente tutti bisogno?
Secondo l'autrice del presente articolo abbiamo tutti bisogno di sentire di essere in sintonia con noi stessi e con gli altri. Di avere legami emotivi sicuri. Tuttavia, il modo di emozionarci dipende dalla qualità della relazione con la nostra primaria figura di attaccamento.

Il presente lavoro vuole essere proprio un viaggio nel misterioso mondo delle emozioni alla ricerca dei fondamenti della vita emotiva, alla scoperta del bambino che eravamo e dell’adulto che siamo. È la distanza emotiva a distruggere una coppia: l’esistenza di due storie di attaccamento diverse e di due realtà emotive di genere differenti. Il Mediatore Familiare può aiutare la coppia ad accorciare questa distanza e facilitare il suo passaggio evolutivo dal conflitto al confronto, alla fine del quale nessuno sentirà di essere uscito perdente.  

Whether you want it or not, emotions are cross and delight of our existence. We often try to dominate them, to get rid of them or to repress them, by raising barriers, but we rarely succeed and in the end we always have to deal with them. When we leave them free to express themselves within us, we realize that it is actually they who guide us towards what is good for us. They are even able to heal us from suffering. Have we ever really wondered what we basically all need?
The autor answers: "Feeling that we are in tune with ourselves and with others. Having secure emotional ties. However, the way we get excited depends on the relationship with our primary attachment figure’s quality". This work is intended to be a journey into mysterious world of emotions in search of the foundamentals of emotional life, to discover the child we were and the adult we are. It is emotional distance that destroys a couple. The existence of two different attachment stories and two different emotional realities. Family Mediator can help the couple to shorten this distance and facilitate their evolutionary transition from conflict to confrontation, at the end of which no one will feel that they have come out as a loser.

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L’uso delle immagini d’arte in mediazione familiare

L’uso delle immagini d’arte in mediazione familiare

Abstract

Questo lavoro presenta la tecnica dell’uso delle immagini d’arte in mediazione familiare, proposta come forma di linguaggio implicito applicabile al contesto di mediazione per raggiungere la componente emotivo-affettiva che l’immagine suscita nell’inconscio ottico dell’individuo. Si tratta di una tecnica di aiuto al lavoro del Mediatore, laddove il canale della parola e della comunicazione verbale appaia fermo e saturo, così da non consentire un progresso o un cambiamento nell’intervento. L’immagine, infatti, consente di oltrepassare il canale verbale e di raggiungere la componente emotivo-affettiva e l’inconscio ottico dell’individuo, favorendo la sintonizzazione emotiva tra il Mediatore e i Mediandi e l’uso del sé in funzione del percorso di mediazione e del cambiamento. Il potere dell’immagine consiste nella sua capacità di raggiungere una componente affettiva della personalità che normalmente è troppo ben difesa per essere conosciuta e permette l’ascolto, la riflessione ed il dialogo, consentendo l’accesso a mondo interni e l’articolazione di parti di sé e dell’altro.

L’uso delle immagini d’arte in mediazione familiare nasce quasi casualmente da un’intuizione della Dott.ssa Conny Leporatti legata ad una faticosa mediazione familiare che segnava il passo da tempo, dall’amore che da sempre la professionista nutriva per l’arte e dalla sua formazione professionale presso l’Istituto di Terapia Familiare di Firenze. Con l’uso delle immagini d’arte, il Mediatore riesce a dar voce alla potenza evocativa dell’immagine selezionata che richiama nella persona componenti emotive e affettive rimaste per lungo tempo latenti e non consapevoli, consentendo così alla coppia una restituzione dei sentiti e dei vissuti non compresi e non condivisi, concessione di una condivisione esplicita: la visione delle immagini, infatti, consente di andare oltre il canale verbale e rende possibile l’incontro emotivo e la costruzione di una relazione empatica.

Le approfondite ricerche condotte nell’ambito delle neuroscienze negli ultimi anni e la scoperta dei neuroni specchio hanno ulteriormente confermato l’uso delle immagini nella relazione, confermando come l’intersoggettività e l’empatia, rese possibili da meccanismi di simulazione incarnata mediata, appunto, dai neuroni specchio, creino condizioni tali per cui la mente di ciascuno “si sente sentita dalla mente dell’altro” (Siegel, 2001).

The present study displays the method of the use of art images in family mediation, proposed as a form of implicit language applicable to the context of mediation to reach the emotional-affective component that the image raises in the optical unconscious of the individual. It is a technique of support to the job of the Mediator, where the channel of speech and verbal communication appears stationary and saturated, in order not to allow a progress or change in the intervention. The image, in fact, allows to go beyond the verbal channel and reach the emotional-affective component and the optical unconscious of the individual, encouraging the emotional syntonization between the Mediator and the Parts involved and the use of  ones self-according to the path of mediation and change. The power of the image consists in its ability to reach an emotional component of the personality that is normally too well defended to be known and allows for listening, reflection and dialogue, allowing access to internal worlds and the articulation of parts of oneself and the others.

The use of art images in family mediation comes from, almost by chance,  Dr. Conny Leporatti’s intuition  linked to a laborious family mediation that marked the time since long ago, from the love that the Professional has always nurtured towards art and from her professional training at the Institute of Family Therapy in Florence. With the use of art images, the Mediator succeeds in giving voice to the evocative power of the selected image that recalls in the person emotional and affective components that have remained latent and unaware for a long time, thus allowing the couple a return of feelings and experiences not understood and not shared, granting an explicit sharing: the vision of images, in fact, allows to go beyond the verbal channel and makes possible the emotional encounter and the construction of an empathic relationship.

The in-depth research carried out in the field of neuroscience in recent years and the discovery of mirror neurons have further confirmed the use of images in relationships, confirming how intersubjectivity and empathy, made possible by mechanism of embodied simulation mediated indeed by mirror neurons, create such conditions that each person's mind "feels heard by the mind of the other" (Siegel, 2001).

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La mediazione familiare nella comunicazione interculturale

La mediazione familiare nella comunicazione interculturale

Abstract

L’articolo si vuole focalizzare sul tema della mediazione familiare nella comunicazione interculturale. In primis vengono descritte le coppie miste e i problemi che queste affrontano con un approccio alla diversità culturale. Successivamente si evidenzia il ruolo cruciale giocato dalla comunicazione non verbale sia nella relazione duale tra i partner, sia con il mediatore. Filo conduttore dell’elaborato è la curiosità di comprendere come la comunicazione non verbale si distingua in base alle differenti culture. Viene quindi posto in evidenza come sia compito del mediatore familiare il garantire un ambiente neutro, rassicurante e libero da pregiudizi. Per assicurare tutto questo è importante non solo essere informati sulle diverse culture e tenere in considerazione le difficoltà che si potrebbero riscontrare in questi casi, ma anche, e soprattutto, avere l’arricchimento personale che l’incontro con diverse etnie porta con sé. Viene quindi dimostrato che al mediatore familiare è richiesta una particolare cura nel porre attenzione ai valori che la cultura stessa porta con sé, aiutando le parti a comunicare nella maniera più ottimale per condurle verso gli accordi.

This article’s focus is on family mediation in intercultural communication. First of all, interracial couples and problems they face with an approach to cultural diversity are described. Subsequently, the crucial role played by non-verbal communication is highlighted both in the dual relationship between partners and with the mediator. Curiosity to understand how non-verbal communication is distinguished according to different cultures is the leitmotif of this paper . It is therefore highlighted how it is the duty of family mediators to guarantee a neutral, reassuring and free-from-prejudice environment. To ensure all this it is important a) to be informed about different cultures, b) to take into consideration difficulties that could be encountered in these cases, c) to have the personal enrichment that the encounter with different ethnic groups brings. It is therefore shown that family mediators need particular care into those values ​​that culture itself brings, so as to best help parties to communicate in the most optimal way to lead them towards agreements.

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Adolescenza: i bisogni evolutivi dei figli e i compiti genitoriali in mediazione familiare

Adolescenza: i bisogni evolutivi dei figli e i compiti genitoriali in mediazione familiare

Abstract

A partire dalla conoscenza delle difficoltà che questa fase evolutiva crea al sistema famiglia nel suo ciclo di vita in condizioni di normalità, l'autrice di questo lavoro di tesi ha riflettuto su come potrebbe essere affrontato un momento di cambiamento cosi destabilizzante e riorganizzativo dei diversi ruoli familiari, quando la famiglia stessa sta subendo un cambiamento, più o meno conflittuale, in seguito alla decisione di separazione o divorzio. L'autrice esplora i modelli di mediazione che affrontano la separazione a partire dalle esigenze e bisogni dei figli in età adolescenziale, offre una panoramica sull’adolescenza alla luce della prospettiva psicodinamica, indivitua i compiti di fase dei genitori e come essi vadano riorganizzati in base alla separazione, riassume le evidenze scientifiche degli ultimi anni a supporto delle teorizzazioni espresse nei capitoli precedenti. Infine, descrive nello specifico le modalità previste per l’ascolto dell’adolescente e sul come gestire una mediazione in famiglia che abbia come esigenza, non solo la negoziazione degli accordi tra ex coniugi e la riapertura di un canale comunicativo, ma anche e soprattutto il supporto alla gestione di figli in questa età particolare.

Knowing difficulties that this evolutionary phase creates to the family system, in its normal life cycle, the author of this dissertation has reflected on how such a destabilizing change and reorganization of family roles could be faced, when the family itself is undergoing the other change, more or less conflictual, that follows the parental divorce decision. She explores family mediation models that face divorce starting from the needs of adolescent children, offers an overview of adolescence in the light of the psychodynamic perspective, identifies the parents' phase tasks and how they should be reorganized based on to divorce, she summarizes scientific evidences of recent years to support the theories she expresses in the previous chapters. Finally, she specifically describes envisaged methods for listening to adolescents and how to manage a family mediation that has as a requirement, not only the negotiation of agreements between former spartners and the reopening of the collaborative communication channel, but also, and above all, the support to the management of teen children.

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Le unioni civili e la mediazione familiare nelle famiglie LGBT. Il punto di vista relazionale

Le unioni civili e la mediazione familiare nelle famiglie LGBT. Il punto di vista relazionale

Abstract

Per parlare del tema in oggetto l’autrice è partita dalla percezione del tema in Italia per poi concentrarsi sugli studi scientifici relativi all’identità sessuale e alle caratteristiche delle famiglie LGBT, in particolar modo alla durata dei rapporti e alla genitorialità. Ha quindi introdotto il tema della mediazione familiare, dando uno spaccato dell’attuale situazione relativamente all’uso e alle difficoltà presenti, per poi  ipotizzare una prospettiva per il futuro.

Talking about the issue in question, the author started from the perception of the subject in Italy and then focused on scientific studies related to sexual identity and characteristics of LGBT families; especially duration of the relationship and parenting. She then introduced family mediation, giving an insight into the current situation regarding the use and the difficulties present, and then assume a perspective for the future.

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Mediazione in famiglia e Family Business

Mediazione in famiglia e Family Business

Il presente articolo vuole indagare il contributo della Mediazione Familiare nell’approccio consulenziale alle tematiche del Family Business.

La Mediazione Familiare è una disciplina che rientra nel novero delle Risoluzioni Alternative alle Dispute, svolta da professionisti che presentano i requisiti di formazione teorica e pratica condivisi dalle principali associazioni professionali (es. A.I.Me.F.). Si tratta di una professione nell'ambito delle prerogative di cui alla L. 4/2013 (Norma Tecnica UNI 11644 "Mediatore familiare") alla quale si può accedere in seguito a una formazione universitaria, di tipo psicologico, sociologico, educativo e giurisprudenziale. L’obiettivo della mediazione familiare è la risoluzione delle dispute legate alla separazione, mentre la mediazione in famiglia è tra due o più membri della stessa famiglia che si trovano in lite.

Al contempo, si definisce Family Business un’impresa nella quale la famiglia detiene una quota delle azioni o del capitale. Questo tipo di realtà aziendali ha caratteristiche peculiari che possono essere sintetizzate come la sovrapposizione di tre elementi: famiglia, azienda e proprietà.

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Stare in Relazione. La mediazione familiare nel rapporto genitori figli

Stare in Relazione. La mediazione familiare nel rapporto genitori figli

Un genitore può sbagliare perché schiavo di automatismi che non
ha saputo modificare.
Un genitore può sbagliare perché vittima, a sua volta, di un amore
genitoriale immaturo.

Un genitore può migliorare perché desidera amare con tutto
l’amore che può.
Un genitore può crescere e guardare il mondo con gli occhi di un
bambino.
Una coppia genitoriale può farsi aiutare a trovare la giusta
modalità comunicativa.
Un Mediatore Familiare può aiutare la coppia genitoriale a
compiere meno errori possibili nei confronti dei propri figli.L’amore per i figli e dei figli per i genitori sono stati la motivazione ispiratrice di questo lavoro, che racconta del passaggio dalle difficoltà alle risorse. 
Come si esce dalla crisi senza sentirsi a pezzi? Come è possibile proteggere i propri figli? E’ lecito pensare anche a se stessi quando si affronta una separazione o un divorzio?Le risposte a queste domande sono nell’interessante lavoro di Antonella Congiu.

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Effetti della Mediazione Familiare sulla conflittualità genitoriale: strumento preventivo di comportamenti violenti e/o aggressivi dei figli

Effetti della Mediazione Familiare sulla conflittualità genitoriale: strumento preventivo di comportamenti violenti e/o aggressivi dei figli

“ Dalla mia parete pende un
lavoro giapponese, di legno, 
maschera di un cattivo demone, 
laccata d’oro. Con senso 
partecipe vedo le vene gonfie
della fronte mostrare quanto 
sia faticoso essere cattivi”
Bertold Brecht

Può la mediazione familiare stimolare i genitori ad apprendere un modo sano di litigare? E se sì, può questo riuscire a prevenire comportamenti violenti o aggressivi nei figli?
Emanuela Libralon sostiene motivatamente questo nel suo lavoro conclusivo alla formazione in mediazione familiare. Un lavoro ricco e semplice, di facile lettura e di immediata comprensione, ma niente affatto banale o banalizzante.
L’argomento è trattato con preoccupato interesse all’infanzia e all’adolescenza, il nostro capitale futuro più prezioso.

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L’Identità Sessuale e la teoria del gender

L’Identità Sessuale e la teoria del gender

Con il nuovo Governo abbiamo assistito al riaprirsi di un discorso interessante riguardante le famiglie omosessuali, i mass media e i social network italiani, da circa quindici anni, ci hanno proposto un diffuso dibattito relativo alla cosiddetta “ideologia gender”, ma al contrario di quanto si potrebbe comunemente pensare, la comunità scientifica psicologica e sociale accreditata afferma che la “teoria del gender” non ha fondamento scientifico.

Abbiamo provato a esplorare l’identità di genere da un punto di vista non giudicante e questo è il frutto della nostra indagine.
La Teoria del Gender, diffusa per la prima volta dal Pontificio consiglio per la famiglia nel 2000, come sostengono Ferrari, Ragaglia e Rigliano (2015), è una interpretazione teorica non riconosciuta dalla comunità scientifica, dei Gender Studies e degli LGBT Studies.
Secondo Scandurra e Valerio (2016), esistono piccoli gruppi appartenenti a diverse confessioni religiose che si dichiarano apertamente contrari alle politiche di promozione dei diritti civili per le persone LGBT e che hanno stigmatizzato il “pericolo gender” e i suoi effetti culturali e antropologici. Tra questi effetti ci sarebbe la negazione totale delle differenze biologiche e psicologiche tra maschi e femmine, l’oltrepassamento della famiglia tradizionale quale fondamento naturale di tutte le società e la promozione di uno stile di vita disordinato e squilibrato. Questi gruppi anti-gender sostengono inoltre che tutti i progetti scolastici legati all’educazione sentimentale e alla promozione della cultura delle differenze siano in realtà un mascheramento politically correct di una volontà di annullare le differenze per scegliere liberamente il genere di appartenenza (Palazzani, 2011; Atzori, 2014; Tettamanti, 2015).

La critica ai Gender Studies e ai LGBT Studies è basata infatti su una eccessiva semplificazione che si sintetizza in due punti fondamentali:
1) per i Gender Studies tutto sarebbe cultura, la differenza biologica non esisterebbe, e
2) i Gender Studies propugnerebbero il primato del desiderio soggettivo, come diritto da raggiungere (Attori, 2014).
Sebbene alcuni teorici, più vicini al post-modernismo e al decostruzionismo, sembrino esprimere posizioni simili a quanto criticato dagli oppositori della presunta “teoria del gender”, in realtà, essa presenta una certa complessità teoretica che raramente giunge fino al totale annullamento del dato biologico (Monceri, 2009).
I Gender Studies sono studi scientifici interdisciplinari che hanno inteso condurre una rilettura critica dei significati socio-culturali della sessualità e dei generi, cercando di dare un senso alla secolare inferiorità cui sono state costrette le donne (rispetto al diritto di voto, l’esercizio dei potei pubblici giurisdizionali, ecc.). Il mondo accademico ha poi focalizzato l’interesse sulle cosiddette minoranze sessuali e di genere, ovvero le persone LGBT, e questi studi hanno definito il costrutto dell’identità sessuale come dimensione soggettiva e personale del proprio essere sessuato (Shivey e De Cecco, 1977; Lev, 2004).

L’identità Sessuale è un costrutto formato da quattro elementi.
1) L’identità di genere è il senso intimo, profondo e soggettivo di appartenenza ad un sesso e non all’altro, ed è posta su un continuum maschile-femminile.
2) Il ruolo di genere indica l’insieme di comportamenti, atteggiamenti e modalità di presentazione sociale che, in uno specifico contesto socio-culturale, sono riconosciuti come tipicamente maschili o come tipicamente femminili.
3) Il sesso, che è la dimensione biologica, si riferisce alle caratteristiche genetiche, ormonali, anatomiche e fisiologiche dell’essere umano.
4) L’orientamento sessuale indica la direzione della propria sessualità e affettività, a livello comporta-mentale o di fantasia, verso persone dello stesso sesso (omosessualità), di sesso opposto (etero-sessualità) o di ambo i sessi (bisessualità).
Il biologico esiste e crea innegabili differenze, il problema non sta assolutamente nel dato biologico e nella sua funzione, sostengono Scandurra e Valerio (2016), ma in ciò che la società, e quindi il dato socio-culturale, costruisce sul biologico, creando copioni, asimmetrie e disuguaglianze, e tutte quelle persone che non rientrano nei canoni e nei copioni prestabiliti e socialmente desiderabili vengono considerate bizzarre, strane e in certi casi “malate”.
La costruzione dell’identità sessuale, etnica e sociale è quindi un processo complesso e imprevedibile, che non si può predeterminare semplicemente, con parole o con comportamenti.
L’identità sessuale non risponde solo al desiderio soggettivo o al desiderio dell’altro, si struttura, prende forma e ci dice chi siamo: non si sceglie affatto. Nel dominio del desiderio, piuttosto, rientra il problema del benessere biologico, psicologico e sociale dell’individuo che è intrinsecamente legato all’accettazione di sé. In sintesi, non si può scegliere la propria identità sessuale, si può solo scegliere come viverla.

Per la Bibliografia consultare l'articolo Le unioni civili e la mediazione familiare nelle famiglie LGBT. Il punto di vista relazionale di Buzzi I.

Il benessere dei figli e la responsabilità genitoriale costruito nel percorso della Mediazione familiare

Il benessere dei figli e la responsabilità genitoriale costruito nel percorso della Mediazione familiare

Questo lavoro nasce due anni di studio, scanditi da impegno e tanta dedizione. Mentre ero una semplice studentessa in legge già il fascino della mediazione familiare aveva conquistato il mio interesse e il mio intento era intraprendere una formazione post laurea sull’argomento per poter finalmente non sentire solo parlare di mediazione ma esserne a contatto.

Cosi ho intrapreso questo percorso, anche se lo definirei per lo più una esperienza intensa di vita; sono venuta a contatto con realtà fino ad allora sconosciute e che ho cercato in qualche modo di fare mie, da cui imparare e farne un bagaglio culturale. Diverse sono state le meditazioni e i cambiamenti ma alla fine era certa l’intenzione di scrivere qualcosa di nuovo e diverso, qualcosa che potesse interessare e magari insegnare qualcosa all’esterno ma nello stesso tempo che potesse arricchirmi all’interno, qualcosa che mi coinvolgesse e mi appassionasse al lavoro. Un risultato che fosse la realizzazione di un qualcosa che rimanesse visibile e tangibile, ma soprattutto che fosse un trampolino di lancio in un futuro senza confini. Il tempo mi ha dato la possibilità di ampliare le mie

conoscenze, di approfondire argomenti, trovandone anche di nuovi appassionanti e interessanti. Interesse e motivazione sufficientemente forti mi hanno portato ad affrontare il tema della responsabilità genitoriale ancor prima dei suoi albori, passando per l’importante strumento della mediazione familiare attraverso la figura dei figli. Al giorno di oggi si assiste sempre più frequentemente alla disgregazione dell’istituzione familiare priva ormai di fondamenti e valori.
Campeggiano separazioni e divorzi facendo venire meno punti di riferimento e strutture portanti. Da qui nasce l’interesse ad affrontare tale tema e di quanto spesso sia difficile gestire conflitti dove sentimenti ed emozioni sono minati per un motivo o per un altro e finiscono per trasformarsi in qualcosa di negativo e devastante per chi le vive direttamente e per chi le vive di riflesso. La mia attenzione si concentra su coloro che sono al centro di questi conflitti, “genitori” e di riflesso “figli” i quali sono spesso succubi; mamma e papà sono troppo travolti dai litigi, dai risentimenti, da paure, da delusioni, insomma, da loro stessi, perché si possano accorgere di quanto i figli hanno bisogno di loro, della loro presenza del loro affetto e del loro amore. Si smette di essere una coppia ma mai di essere genitori. E’ qui che spesso viene meno la cosiddetta responsabilità genitoriale pesando cosi sul benessere dei figli. Ed è qui che entra in gioco la mediazione familiare, filo conduttore di tutto, spazio di vita in cui confrontarsi e acquisitore di consapevolezza e comprensione profonda. Con il mio lavoro voglio affrontare proprio questo passaggio, mettendo in evidenza come la mediazione possa far “riscoprire” l’importanza della responsabilità genitoriale in contesti in cui quest’ultima viene dimenticata.

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Teatro dell’Oppresso e Mediazione Familiare: due risposte al conflitto – Marlis Bordato e Alessandra Zanetti

Teatro dell’Oppresso e Mediazione Familiare: due risposte al conflitto – Marlis Bordato e Alessandra Zanetti

“I cinesi hanno detto che la gente ricorre alla violenza fisica perché le parole hanno fallito. Forse per guarire la violenza occorre cominciare a guarire le parole, una cura inizia con il prestare attenzione alle parole”, James Hillman: Il Potere. E’ nell’ottica di una visione diversa, non polarizzata ed asfittica del conflitto chele autrici hanno incominciato ad interessarsi, di Teatro dell’Oppresso e successivamente, di Mediazione Familiare;

nonostante si parli nel primo caso di un modo di “fare teatro” e nel secondo di “gestione delle conflittualità familiari”, entrambi hanno in comune l’idea del conflitto non come antagonismo degli opposti ma come tentativo ed opportunità di sintesi, non quindi una logica di vincitori e vinti ma come possibilità di apertura al dialogo in vista di un cambiamento. Crisi come opportunità e non solo come pericolo, per dirla secondo il confucianesimo.
In tutto questo la Mediazione Familiare, con tutte le sue articolazioni si dà come potenziale mezzo positivo per contenere e gestire il conflitto e il mediatore come colui che aiuta le persone ad incanalare la loro energia per elaborare soluzioni anziché litigare, come ben dice Lisa Parkinson nel suo testo La Mediazione familiare.
Se però il conflitto resta, citando Alberto Annibale ne il suo Il Conflitto, un conflitto egocentrico, senza alcuna apertura all’Altro, un conflitto chiuso in cui l’altro deve solo essere eliminato, più o meno metaforicamente, non è possibile alcun cambiamento.
Mediazione Familiare e Teatro dell’Oppresso cercano entrambe di trovare un modo perché lo scontro, l’insanabile polarizzazione del conflitto egocentrico si trasformi in quello che Annibale chiama “il conflitto empatico”, quello dell’Io che, pur nella differenza talvolta costitutiva, resta aperto al Tu, lo tiene vivo perché sa che senza non sarebbe vivo, nel pieno senso del termine neanche lui, perché è solo nell’incontro con chi è profondamente diverso da noi che ritroviamo le nostre parti più nascoste e inaccessibili, quelle che costituiscono la nostra ombra: la conoscenza di noi stessi passa attraverso l’Altro, forse è l’unico modo.
Ed è, citiamo sempre Annibale, “l’empatia che permette l’ingresso nella scatola nera dell’altro” che ci porta a comprenderne le ragioni senza per questo doverle condividere. E’ solo attraverso il lavoro delle parole e dell’ascolto che è possibile curare una relazione malata o che questa si autocuri com’è nel caso dell’intervento di Mediazione, così anche nel Teatro dell’Oppresso, è solo il coraggio delle parole che rompe la dinamica d’oppressione.

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La mediazione familiare in aiuto a chi opera nelle comunità per minori

La mediazione familiare in aiuto a chi opera nelle comunità per minori


Quando si lavora in una comunità per minori non si prendono in carico solo i minori, ma anche le loro famiglie. Tranne che in rarissimi casi, uno dei compiti essenziali che spetta agli operatori della comunità è quello di permettere ai minori di incontrare le proprie famiglie.

Ovviamente questi spazi sono regolamentati e supervisionati dagli educatori in sinergia con gli assistenti sociali e i Tribunali dei Minori.
Occupandomi di questi spazi protetti mi sono accorta che ciò che stavo imparando in mediazione familiare poteva essermi utile nella gestione di questi momenti.

Quindi nel mio elaborato desidero per prima cosa dare una breve spiegazione sia su che cos’è una comunità per minori e come funziona sia su come funziona la mediazione familiare. Infine cercherò di unire questi due aspetti.
Ragionando su questo mio lavoro, mi sono resa conto che se spesso è possibile usufruire delle tecniche di mediazione, purtroppo non sempre ciò è possibile, ed è per questo che nel capitolo finale porterò un esempio per entrambe le situazioni.
D’altronde se la mediazione familiare è così utile quando ci sono persone in conflitto, perché non dovrebbe esserlo fra minori e genitori che si trovano in situazione di confusione, smarrimento e spesso di contrasto fra loro?
Tengo a precisare che mi limiterò a parlare di spazio protetto e non di spazio neutro, in quanto io personalmente ho conoscenza solo del primo.
In conclusione spero di poter dimostrare che un mediatore familiare può avere davvero un ruolo
importante durante le visite protette fra minori e familiari.

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Il valore della diversità. Coppie miste e mediazione familiare

Il valore della diversità. Coppie miste e mediazione familiare

Sono miste tutte le unioni coniugali concluse tra persone di
nazionalità, etnia e culture differenti se queste differenze provocano
una reazione da parte dell’ambiente sociale.
Bensimond e Lautman (1977)

Negli ultimi anni il fenomeno migratorio ha rappresentato sicuramente un fenomeno di grande interesse: il nostro Paese ha avuto modo di sperimentarsi anche come terra di immigrazione e non solo come terra di emigrazione. All’interno di questo quadro si è accompagnato il tema delle coppie miste, che rappresentano un fenomeno delicato e di attuale interesse per la società.


Le statistiche difficilmente riusciranno ad intercettare e comprendere pienamente in vissuto delle famiglie interraziali, ma sono tuttavia un punto di partenza per provare a conoscerlo meglio, in modo obbiettivo. Se è vero che le coppie miste sperimentano l’interruzione del rapporto coniugale prima rispetto alle altre, esse vantano però la stessa percentuale di separazioni e divorzi non conflittuali (consensuali). Molto probabilmente la difficoltà della relazione nel percepirsi parte della comunità e la mancanza del sostegno familiare, possono accelerare la cessazione del rapporto coniugale.
Ai mediatori familiari che si approcciano a coppie miste vengono richieste forti competenze culturali e la comprensione di pratiche intime come il matrimonio, la nascita di un figlio, l’essere genitori, etc. affinché possano essere d’aiuto per la soluzione creativa dei conflitti. Il mediatore deve dunque conoscere il contesto culturale di riferimento della coppia e si deve esprimere attraverso l’utilizzo di codici comunicativi semplici ed efficaci, talvolta attraverso l’utilizzo di una lingua veicolare, ma soprattutto deve avere un’apertura verso la diversità in senso lato. Chi possiede conoscenze e abilità nel comunicare con persone di diversa provenienza aiuta a ridurre gli stereotipi e i pregiudizi aumentando l’accettazione di differenze socioculturali.

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Chi Semina Racconta. La narrazione come strumento della mediazione familiare

Chi Semina Racconta. La narrazione come strumento della mediazione familiare

“La narrazione ci permetterà di spostare lo sguardo dalla sofferenza che blocca, ferma il tempo, toglie il movimento e la continuità. La narrazione ci permetterà di trovare il lieto fine che è lieto perché conferma che le cose continueranno ad andare avanti, che al congelamento dell’inverno seguirà la fioritura dell’estate.”
(V. Puviani, Storie belle si raccontano da sole, 2013.)

La mediazione familiare è lo spazio ed il tempo affinché questa trasformazione possa realizzarsi. La capacità del mediatore di avvicinarsi alle storie delle famiglie, di accompagnarle con parole diverse e positive rispetto a quelle disfunzionali, permette ai mediatori stessi di farsi tutori di resilienza.

Questo lavoro nasce dalla consapevolezza teorica e pratica che ogni famiglia è portatrice di una storia. Questa convinzione può essere tradotta in un assioma, che farà da cornice di senso per lo scritto: ogni famiglia è una storia e la narrazione è la strada attraverso la quale le storie agiscono una trasformazione, che passa dal riconoscimento e dall’acquisizione di una propria forma ed identità.
La prima parte dell’elaborato spiega l’approccio narrativo da un punto di vista teorico. La ricerca ha messo in evidenza la centralità del ruolo della narrazione nel funzionamento familiare. La famiglia intesa come un sistema che, tramite la co-creazione di storie e trame narrative, diviene generatore di senso e identità. Inoltre, descrive il passaggio da una narrazione riflessiva ad una narrazione estetica.
Nella seconda parte, illusta con quali modalità la mediazione familiare incontra le storie familiari. Attraverso l’ascolto empatico, le domande, il reframing e l’allestimento della scena, nel processo della mediazione familiare, la storia si svela e si rivela nella sua unicità, per condurre la famiglia verso la creazione di una storia nuova.
La terza parte è dedicata alle storie familiari che attraverso la narrazione raccontano di sé. Queste storie hanno un filo che le lega e questo ci dice che allora si può credere nella forza della narrazione e nel suo potere trasformativo. Viene dato spazio anche alle narrazioni del mediatore perché proprio loro permettono alle storie di essere generative di nuovo senso e nuova identità.

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Non solo parole: l’importanza della Comunicazione Non Verbale nella Mediazione Familiare

Non solo parole: l’importanza della Comunicazione Non Verbale nella Mediazione Familiare

Darwin sosteneva che la libera espressione di un’emozione per mezzo di segni esteriori, la rendesse più intensa. Leggere la comunicazione non verbale o addirittura “ascoltarla attivamente”, attraverso l’empatia, per poi illustrarla con la comunicazione verbale, può essere una esperienza chiarificatrice molto intensa.

Il contributo di Chiara Roncoroni, mediatrice familiare con formazione universitaria psicologica, è dedicato in particolar modo alla comunicazione non verbale, con particolare interesse agli atti analogici, alle emozioni e al silenzio, partendo dalla comunicazione in mediazione familiare, dove spicca la differenza fra comunicazione egocentrica e comunicazione non egocentrica e vengono illustrati con semplicità i principali strumenti comunicativi del mediatore familiare.

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L’impatto della separazione e le sue ripercussioni sui differenti componenti della famiglia, in particolar modo sui figli

L’impatto della separazione e le sue ripercussioni sui differenti componenti della famiglia, in particolar modo sui figli

Questo articolo scaturisce dall’esigenza di riflettere sui bisogni, le emozioni, i disagi dei componenti l’intero nucleo familiare nel momento in cui vi è la dissoluzione della famiglia.

Vengono sottolineati i malesseri e gli stati d’animo che precedono e spesso seguono la divisione coniugale ed indicati i comportamenti più idonei che dovrebbero tenere i genitori al fine di evitare ai figli dannose ripercussioni psicologiche.
E’ importante comunicare alla prole, con le adeguate modalità, a seconda dell’età, che non perderanno l’amore dei genitori e ciò al fine di contenere le paure e le angosce: essi hanno bisogno di sentirsi rassicurati e protetti.
Nella mia personale esperienza di avvocato matrimonialista, ascoltando le storie di tante famiglie, mi sono resa conto che i coniugi si affannano a farsi la guerra in un clima di alta conflittualità concentrandosi solo sugli aspetti patrimoniali senza soffermarsi sul profondo dolore e sofferenza dei propri figli al cambiamento delle loro abitudini di vita.

Mi capita di evocare qualche volta, ascoltando le coppie in crisi, la mia storia personale rilevando sensazioni, emozioni, dolori e passioni che rimangono ormai sopite a seguito del raggiungimento di un proprio equilibrio psicologico e familiare.
I coniugi, spesso irrigiditi nella relazione conflittuale, non riescono da soli a risolvere la propria situazione di crisi e chiedono un aiuto professionale in termini di sostegno e cura ad avvocati, psicologi, assistenti sociali che purtroppo, a causa dell’incapacità dei genitori a dialogare , vengono delegati a decidere per loro quale sia l’interesse migliore per il proprio figlio.
In tale contesto ritengo che la Mediazione Familiare costituisce un valido supporto a tutte le coppie con difficoltà relazionali e di comunicazione, e si rivela particolarmente efficace in presenza di figli, poiché uno dei suoi principali obiettivi è sostenere la programmazione di una riorganizzazione delle relazioni familiari con uno sguardo particolare rivolto ai minori coinvolti nella vicenda separativa.
Il percorso di Mediazione Familiare, infatti, non solo genera i presupposti relazionali idonei a garantire ai figli una continuità educativa, di istruzione e di cura da parte dell’uno e dell’altro genitore, ma crea le condizioni per continuare ad avere rapporti civili e sereni dei figli con entrambi i genitori e le rispettive famiglie di origine.

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La mediazione da dentro e da fuori. Analisi della mia vicenda personale

La mediazione da dentro e da fuori. Analisi della mia vicenda personale

Accade all’autrice, per coincidenza di tempi, che mentre partecipava a un corso per diventare mediatrice familiare, abbia anche affrontato una mediazione familiare come parte in causa per arrivare ad un accordo di divorzio relativo al proprio matrimonio. Sceglie di raccontarci la sua esperienza.

“Ho pensato che questa fosse un’occasione interessante sulla quale scrivere perché in me si sono riassunti molti ruoli contemporaneamente; sono stata oggetto di mediazione in quanto la mia vita e le mie idee erano il bando del contendere, soggetto di mediazione in quanto ero uno dei tre presenti, ed occhio terzo in quanto i miei studi “a latere” hanno fatto di quei momenti una preziosa opportunità di approfondimento professionale e pratica.
Non è stato facile, ma è stato prodotto un risultato positivo quindi ritengo valga la pena scrivere della mia vicenda personale per far assaggiare ad altri mediatori il sapore della mediazione che i protagonisti reali sentono, descritto, però, da una persona praticamente quasi formata ad essere mediatore ella stessa.
Mi vedo costretta a raccontare un poco la mia vicenda personale per poter parlare della mediazione; cerco di farlo in termini più sintetici possibili e più sterili possibili dal punto di vista del trasporto emotivo. 
Pertanto descriverò e rifletterò sulle mie vicende personali da quasi tre punti di vista: quale oggetto di mediazione, quale soggetto di mediazione, quale occhio terzo di una persona che ha frequentato un corso di mediazione familiare."

Scarica l’intero lavoro di Sarah Saiani in pdf

Rapporti tra psicologia e mediazione familiare

Rapporti tra psicologia e mediazione familiare

La mediazione familiare è una disciplina giovane nata negli Stati Uniti che si è diffusa in Europa a partire dagli anni ’70 del secolo scorso. Attualmente in Italia essa rientra nel novero delle cosiddette “professioni non regolamentate” (Legge 4/2013) e, dal 2016, la Norma Tecnica UNI 11644 “Mediatore Familiare”.

Il presente elaborato redatto precedentemente alla Norma Tecnica UNI 11644, fornisce una breve panoramica sul ruolo del mediatore familiare di formazione psicologica. Lo spunto per tale riflessione è stato originato dall’osservazione di una mediazione endoprocessuale di una cosiddetta “coppia difficile”. Si porrà particolare attenzione alle due differenti prospettive nella valutazione del caso e nell’analisi della domanda, e nella pratica della mediazione per quanto riguarda le strategie e tecniche messe in atto.

Esistono tre associazioni professionali iscritte al Ministero dello Sviluppo Economico, di natura privatistica e su base volontaria, riunite in federazione: FIAMeF (Federazione Italiana delle Associazioni di Mediatori Familiari), che oltre a dare garanzie di qualità al pubblico, secondo la L. 4/2013  hanno lo scopo di tutelare la figura professionale del mediatore familiare, verificare e valorizzare l’esercizio della professione, stabilire i criteri operativi e gli standard formativi:
1) A.I.Me.F., Associazione Italiana Mediatori Familiari;
2) SIMeF, Società Italiana di Mediatori Familiari;
3) AIMS, Associazione Internazionale Mediatori Sistemici.
La formazione è aperta a tutti, con il requisito minimo generalmente condiviso della laurea triennale attinente.
Il ruolo del mediatore, pertanto, è svolto da persone la cui formazione spazia tra diversi ambiti, da quello psicologico a quello giuridico, da quello sociale e pedagogico o didattico. Non sono rari i casi di professionisti che svolgono un “doppio lavoro”: ciò comporta due ordini di conseguenze.
Da un lato, sul piano concreto e operativo, vi è il rischio che il professionista si lasci condurre, nello svolgimento della mediazione, su sentieri più familiari e adotti tecniche, metodologie o modi di essere propri della professione “d’origine” e non pienamente conformi alla pratica mediativa.
Dall’altro emerge con sempre maggiore forza la necessità di diffondere l’epistemologia propria della mediazione: un fondamento teoretico che garantisce a questa disciplina l’indipendenza dalle materie giuridiche, psicologiche e sociologiche da cui prende spunto ma con cui, tuttavia, non vi può essere una completa sovrapposizione.

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Mi presento sono Susanna Monastra e sono una Counselor

Mi presento sono Susanna Monastra e sono una Counselor

Vi racconto la mia esperienza, quella che all’età di 38 anni mi ha portata ad incontrare e a scegliere di diventare un Counselor Umanistico nella Relazione Familiare, formandomi presso la Scuola della Dott.ssa Isabella Buzzi, ci tengo particolarmente a fare subito una premessa sulla mia formazione perché è stata fondamentale, facendo la differenza dal punto di vista umano ed emotivo durante tutto il percorso di studio e lavoro personale.

Qualche passo indietro per cercare di darvi un’immagine concreta sul viaggio forse il più intimo per arrivare a me, aggiungendo questa volta ingredienti indispensabili ed oggi irrinunciabili per “ascoltarmi” davvero con attenzione, accoglimento, congruenza e soprattutto assenza di giudizio, riflettendo sul valore di tutto questo ho iniziato a viverlo come dono e opportunità, è stato naturale per me poter pensare di impegnarmi nella condivisione umana.

Da giovane ero iscritta alla facoltà di Scienze della Comunicazione, studi che non ho portato a termine, mi sono così immersa nel mondo del lavoro, accettando sfide presso aziende che, in ambito edilizio-commerciale, di comunicazione e pubblicità, mi hanno offerto opportunità di crescita fino a diventare direttore commerciale.

Un inciso importante, a trent’anni inizio a fare analisi per circa 10 anni anche questo un grande contributo per arrivare al cambiamento di vita personale e alla scelta professionale nella figura del Counselor.

Tornando all’esperienza lavorativa vissuta prima della grande rivoluzione interiore, dopo tanti anni riflettendo e iniziando a fare i primi bilanci sui risultati raggiunti, mi sono detta che in fondo era da tempo che ascoltavo le persone, cercavo di capire i loro bisogni e le loro necessità, trovando insieme soluzioni e realizzazioni, ma quanto ero consapevole allora delle “delicatezze” che avevo tra le mani, orecchie e cuore?

Tutto andava bene, ero in grado di risolvere ormai qualunque problema in azienda, ero “autonoma” finalmente, grandi soddisfazioni, complimenti, crescita, riconoscimenti… e potrei continuare con la lista delle “prelibatezze”, senonché in un istante ben preciso mi sono chiesta dove andasse a finire tutto quel tesoro di consegne emotive, di cui vi parlavo qualche riga indietro. Dovevo capire sul serio come ascoltarmi, in piena consapevolezza della mia esistenza, per poi “provare” ad ascoltare gli altri, con il cuore presente, nel qui ed ora.

Avevo sentito parlare più volte della professione di Counselor, aveva sicuramente attirato la mia attenzione, dopo vari approfondimenti e riflessioni, inizio immediatamente la ricerca della scuola giusta per me, in pochissimi giorni trovo ed incontro per un colloquio conoscitivo la dott.ssa Buzzi e si apre un mondo straordinario, parliamo affrontando vari temi, mi viene spiegato molto bene che cos’è il Counseling, com’è strutturato il corso di studio, attraverso una formazione triennale con all’interno esami e prove previste, esercitazioni e percorso personale; che cosa fa un Counselor, a chi si rivolge, come lavora un Counselor… emergono immediatamente le caratteristiche  fondamentali di questa figura professionale: ascoltare e relazionarsi in modo empatico, accogliere incondizionatamente e non più trovare soluzioni, sostenere non consigliare, accompagnare alle scelte consapevoli dell’altro non decidere per lui, un’autentica relazione d’aiuto, fino ad arrivare alle motivazioni che mi hanno spinta a scegliere questa nuova dimensione, la “chiacchierata” dura circa un’ora, il tempo vola, spero di essere idonea al corso, perché in cuor mio ho già deciso.

Mi sono illuminata di fronte a questa immensa e potenziale libertà dell’essere umano, ed eccomi lì ad intraprendere una nuova avventura che mia ha trasportata immediatamente a Scuola, nuovamente sui libri, in un confronto tra professori, docenti e compagni di corso.

Devo ammettere che dopo la mia folgorante “illuminazione” nella quale ho creduto e credo perdutamente, la seconda parola più che mai attendibile e riecheggiante è stata: AIUTO! Ora come faccio, sono in grado di fare mille cose insieme, ma come mai studiare, affrontare esami, apprendere lezioni, mettersi a nudo è diventato così difficile? Ho ripensato al mio colloquio iniziale, ho deciso di darmi fiducia, di affidarmi all’esperienza professionale e didattica della Dott.ssa Buzzi e sono stata ricompensata abbondantemente, fino a poter trasformare e concretizzare il mio pensiero che da illuminato, è diventato il mio studio di counseling a Milano in grado di accogliere e accompagnare gli esseri umani che chiedono UNA MANO A RITROVARSI.

Sono passati cinque anni dal nuovo inizio, ho avuto l’opportunità di accompagnare e sostenere, sotto la costante supervisione della dott.ssa Buzzi, attraverso la speciale relazione d’aiuto non direttiva del counseling più persone, esperienze umane davvero uniche.

Che cosa dire di più, indietro non si torna! Non voglio davvero tornare!

Vorrei aggiungere un’ultima ma non meno importante riflessione, una formazione in Counseling presso la Scuola Buzzi non è solo un corso dove si studia sul serio, ma per tre anni continui a specchiarti in un contesto di dinamiche relazionali nuove, con tutta la complessità che ha osservarsi con occhi nuovi, fino a riuscire a vedere un’immagine più reale di te, anzi due, la tua a fianco di quella di chi durante tutto il percorso ti ha  sostenuto e accompagnato!

Grazie Isabella!!

Susanna Monastra

I metodi attivi, che cosa sono e come utilizzarli in mediazione familiare

I metodi attivi, che cosa sono e come utilizzarli in mediazione familiare

I metodi attivi includono lo psicodramma, la sociometria, la scultura della famiglia, le costellazioni familiari di Hellinger e le costellazioni sistemiche strutturali. L’autrice descrive ogni metodo attivo per poi dedicarsi in special modo alle costellazioni sistemiche, che attualmente trovano sempre più spazio in ambito terapeutico e delle consulenze.

L’impatto di questo metodo sulle persone è enorme, comporta un cambiamento di prospettiva, favorise un chiarimento interiore e di conseguenza la soluzione di conflitti con se stessi e con gli altri.
Anche in mediazione e nel coaching i metodi attivi trovano risconto. Soprattutto nel mondo germanico, si sta evolvendo un modello basato sulle teorie del filosofo e matematico Matthias Varga von Kibéd e sua moglie, la psicoterapeuta Insa Sparrer. Il loro modello di costellazioni sistemiche sono una variante delle costellazioni familiari creato da Bert Hellinger e permettono di lavorare su tematiche relative ad altri tipi di sistemi come per esempio quella professionale o del mondo aziendale.
Nel presente lavoro l’autrice si sofferma soprattutto sull’evoluzione delle diverse forme di rappresentazione spaziale, nonché sulle opportunità dei vari strumenti e del loro utilizzo pratico in mediazione. Per rendere il tutto più chiaro e comprensibile, alla fine del suo lavoro ha riportato un esempio pratico di mediazione, che prevede l’utilizzo di metodi attivi.

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“Il dio del massacro”

“Il dio del massacro”

Descrizione della gestione della conflittualità secondo Friedrich Glasl e analisi del film “Carnage” di R. Polanski in base al modello di escalation conflittuale di Friedrich Glasl e in base al modello ESBI di Isabella Buzzi.

Come in tutte le forme di mediazione anche nella mediazione familiare uno degli obiettivi principali del mediatore / della mediatrice quale terza persona neutra ed imparziale che lavora con la coppia in conflitto è di favorire la comunicazione tra i mediandi e di aiutare a migliorarla perché possano trovare un punto di incontro o una soluzione di comune accettazione e risolvere insieme il loro conflitto. Uno dei presupposti per riuscire a dare un contributo positivo nel trattamento del contrasto è un’attenta analisi del conflitto, che divide i coniugi. Il grande vantaggio che la mediazione offre ai coniugi in crisi è di consentire a loro di individuare e scegliere essi stessi un’opzione che, componendo la situazione conflittuale, realizzi gli interessi ed i bisogni di ciascuno di loro, con particolare attenzione nella mediazione familiare a riguardo dei figli. In effetti, la salvaguardia della responsabilità genitoriale individuale nei confronti dei figli nella mediazione familiare costituisce uno degli obiettivi centrali.


Il mediatore, quindi, per poter dare un vero supporto alla coppia in crisi deve essere un esperto nella gestione del conflitto e riuscire attraverso la sua abilità ad “orchestrare la comunicazione1” e a favorirla alla ricerca di un accordo. Il suo compito è di riaprire i canali di comunicazione interrotti dal conflitto, accompagnando la coppia nella ricerca della loro capacità di autoregolarsi. In effetti, il lavoro della mediatrice familiare può essere descritto come “studio e applicazione delle conoscenze sulle radici emotivo-relazionali della conflittualità nascente in specifiche interazioni relazionali, finalizzate a facilitarne l’autosuperamento”.
Aspetti centrali della mediazione familiare sono quindi la comunicazione, turbata tra la coppia, ed il conflitto che li divide. È essenziale che il mediatore familiare sappia trattare in modo professionale e costruttivo i contrasti, gli attriti, le tensioni ed i conflitti sorti tra la coppia, conosca le loro cause, il loro svolgimento e riesca ad intervenire in modo appropriato
per la loro deescalazione affinché i mediandi siano messi in grado di ritrovare le loro forze e di darsi congiuntamente un regolamento che soddisfi i bisogni loro (e dei loro figli) e aiuti a realizzare l’interesse comune.
Nel lavoro di Elian Reinstadler prima c’è un accenno ai due concetti di comunicazione e conflitto, per poi porre attenzione sulla gestione della conflittualità, un modo d’intervento nella crisi che si concentra principalmente sullo svolgimento del conflitto affinché questo processo si manifesti in modo positivo con l’intento di interrompere l’escalation della reciproca aggressione
migliorando le idee, gli atteggiamenti e i comportamenti delle parti in conflitto. Segue la presentazione del modello di escalation della conflittualità di Friedrich Glasl, in base a esempi concreti ricostruiti nell’analisi del film “Il dio del massacro” di Roman Polanski, ed un analisi del film stesso in base al modello ESBI elaborato da Isabella Buzzi e John M. Haynes.

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“La nostra mente – creatrice della nostra realtà”

“La nostra mente – creatrice della nostra realtà”

L’autrice si è voluta occupare del vissuto emozionale e mentale delle persone coinvolte in un conflitto, per capire quali meccanismi fossero alla base dei loro comportamenti.

Ha illustrato le funzioni del cervello, la percezione, l’elaborazione del vissuto e la memoria, con particolare attenzione al sistema libico, ai momenti di stress e alle ripercussioni sul comportamento umano.
Si è poi occupata degli effetti del conflitto sulle funzioni psichiche delle persone coinvolte, partendo dalla definizione del conflitto secondo Friedrich Glasl, uno dei più rinomati teorici della teoria del conflitto nell’ambito germanofono ed internazionale, per poi dedicarsi alle singole fasi dell’escalation dei conflitti, sempre secondo Glasl.
Da ultimo ha illustrato con semplicità e precisione le tecniche di mediazione familiare che possono aiutare ad invertire le escalation conflittuali e aiutare a gestire le liti in modo responsabile, nell’interesse di tutte le persone coinvolte direttamente e indirettamente nel conflitto.

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NUOVO REGOLAMENTO INTERNO DELL’ASSOCIAZIONE ITALIANA MEDIATORI FAMILIARI. CHE COSA CAMBIA

NUOVO REGOLAMENTO INTERNO DELL’ASSOCIAZIONE ITALIANA MEDIATORI FAMILIARI. CHE COSA CAMBIA

Troviamo qui di seguito, divisi per capitoli, i principali cambiamenti occorsi e ratificati nell’ambito dell’Assemblea Annuale Generale dell’Associazione Italiana Mediatori Familiari, a partire dalle consuetudini resesi necessarie nel tempo e ora integrate formalmente, grazie poi alla L. 4/2013 e in vista della Norma Tecnica UNI sul Mediatore Familiare.

INGRESSO IN ASSOCIAZIONE

L’ingresso nell’Associazione Italiana Mediatori Familiari è sempre avvenuto solo dopo il superamento di una serie di prove attestanti conoscenze, competenze e abilità possedute dal candidato socio, che deve aver acquisito il rispetto della deontologia. L’esame d’ingresso nazionale, può anche essere svolto direttamente presso le scuole di formazione eroganti corsi accettati e riconosciuti dall’Associazione Italiana Mediatori Familiari, purché in presenza di un Osservatore inviato dall’Associazione Italiana Mediatori Familiari stessa.

Che cosa cambia?

Cambiano i parametri formativi di base della professione, dunque, per coloro che, volendo associarsi all’Associazione Italiana Mediatori Familiari, avessero frequentato corsi non accettati e riconosciuti dall’Associazione Italiana Mediatori Familiari stessa, ma sufficientemente formativi, ovvero della durata minima di 240 ore reali e frequentate in presenza di cui minimo 170 ore sulla mediazione familiare (così come descritta nello Statuto dell’Associazione), minimo 70 ore sulle materie complementari (così come descritte nello Statuto dell’Associazione), minimo 40 ore di stage di cui almeno 20 ore svolte attraverso attività attinenti alla mediazione familiare presso centri pubblici o esercizi privati di mediazione familiare e, infine, 40 ore di pratica guidata. La prova di competenza delle conoscenze, abilità, capacità e attitudine degli aspiranti soci viene testata attraverso l’esame d’ingresso nazionale.

Mentre, per coloro che, volendo associarsi all’Associazione Italiana Mediatori Familiari:

  1. a) fossero già associati ad altre associazioni nazionali di mediatori familiari iscritte al Ministero dello Sviluppo Economico, oppure
  2. b) avessero lasciato trascorrere quattro anni solari dalla conclusione della propria formazione riconosciuta dall’Associazione Italiana Mediatori familiari senza iscriversi, oppure
  3. c) avessero sospeso la propria iscrizione all’Associazione Italiana Mediatori Familiari per più di quattro anni solari, oppure
  4. d) fossero usciti dall’Associazione Italiana Mediatori Familiari e vi volessero fare nuovamente ingresso, oppure
  5. e) fossero in possesso di laurea almeno triennale, attestazione comprovante la loro attività specifica di mediazione familiare almeno decennale e una lettera di presentazione di un Mediatore Familiare iscritto all’Associazione Italiana Mediatori Familiari che garantisca la loro competenza,

l’esame di ingresso nazionale consisterà in un colloquio orale con la Commissione d’Esame (consistente della descrizione della propria attività di mediazione familiare), e nell’esame pratico come sopra descritto (role-palying o gioco di ruolo).

AGGIORNAMENTO PROFESSIONALE

Tutti gli associati, pena l’esclusione dall’associazione per statuto devono sottoporsi a continuo aggiornamento professionale, finora fissato in 16 ore annue, comprendenti anche la supervisione professionale. Con il nuovo regolamento interno restano 16 ore di aggiornamento concernenti la frequenza a corsi di aggiornamento, corsi avanzati, convegni relativi alla mediazione familiare, e si aggiungono almeno 10 ore annue di supervisione professionale, condotte da mediatori familiari dell’Associazione Italiana Mediatori Familiari qualificati da una formazione specifica (che si atterranno ad un tariffario specificato nel regolamento stesso).

COMMISSIONE DISCIPLINARE

La Commissione Disciplinare, istituita a partire dal gennaio 2013 ora ha assunto alcuni dei compiti prima in capo al Consiglio Direttivo dell’Associazione, ovverosia quello di verificare la correttezza professionale dei soci, accertando l’accaduto e prendendo provvedimenti, relativamente a segnalazioni da parte di: utenti/clienti mediati, soci dell’Associazione Italiana Mediatori Familiari, persone e professionisti, associazioni ed enti privati e pubblici.

E’ stata inoltre istituita una procedura di reclamo interna: qualsiasi socio avesse notato e volesse segnalare irregolarità, comportamenti, comunicazioni e/o atteggiamenti dissonanti rispetto alle proprie aspettative di correttezza da parte di altri soci dell’Associazione Italiana Mediatori Familiari, dovrà inviarne comunicazione scritta via e-mail al Coordinatore della Commissione Disciplinare, il quale avrà il compito di selezionare quanto sia da indirizzare o meno al vaglio della Commissione Disciplinare. Il Coordinatore della Commissione Disciplinare ha il compito di accogliere e gestire i diverbi tra i soci.

I CONSIGLIERI DI ZONA

Dal 2007 sono stati realizzati i Consigli Regionali, ovvero sedi locali dell’Associazione Italiana Mediatori Familiari presso ogni regione, presso fornito dal Consigliere Regionale. L’incarico del Consigliere e del Vice-Consigliere è annuale, e può essere rinnovato per un massimo di tre mandati consecutivi.

Che cosa è cambiato? Oltre ad aver ripristinato la durata annuale, rinnovabile, è stato messo in elenco con i compiti del Consigliere Regionale il fatto che il Consiglio Regionale amministra il gruppo WhatsApp regionale, e che qualora volesse realizzare e amministrare, o solo amministrare nel caso fosse stata già realizzata, una pagina regionale dell’Associazione Regionale Mediatori Familiari su FaceBook (su cui pubblicherà personalmente e permetterà ai soci di pubblicare contenuti e informazioni rilevanti e qualificate attinenti la mediazione familiare), sarà del Consigliere Regionale ogni e qualsiasi responsabilità civile e penale relativa ai contenuti verbali e alle immagini della pagina regionale da lui amministrata.

Sono stati inoltre dettagliati i compiti dei Vice-Consigliere Regionale.

ACCETTAZIONE E RICONOSCIMENTO DEI CORSI DI FORMAZIONE PROFESSIONALE PER MEDIATORI FAMILIARI

Il numero delle ore di formazione teorico-pratica non dovrà essere inferiore a 240, dovranno essere ore reali (di 60 minuti) e frequentate in presenza con massimo il 20% di ore di assenza.

Vengono riconosciuti corsi svolti con formazione a distanza solo se comprendono almeno 180 ore di formazione teorico pratica in aula (frequentate in presenza), le ore di mediazione familiare devono essere svolte tutte in aula e non a distanza.

Il numero delle ore sulla mediazione familiare (teoria ed esercitazioni) non dovrà essere inferiore a 170. Vedasi lo Statuto per la definizione delle materie e degli argomenti ascrivibili alla mediazione familiare.

Il numero delle ore su materie e competenze complementari (vedasi lo Statuto per la definizione delle materie e degli argomenti ascrivibili alle materie complementari) non dovrà essere inferiore a 70.

Esame di primo livello: “idoneità alla pratica guidata supervisionata” composto da tesi, esame scritto e pratico (role-palying) con attribuzione di giudizio complessivo finale.

Esame di secondo livello: “qualifica professionale”, consistente in un colloquio valutativo basato su una tesi che descriva e analizzi il percorso formativo biennale e uno o più casi mediati personalmente dal candidato.

Presenza in commissione d’esame, sia di primo che di secondo livello, dell’Osservatore dell’Associazione Italiana Mediatori Familiari.

Il numero delle ore di stage , da svolgersi prima dell’esame di primo livello, non dovrà essere inferiore a 40, ed è inteso come 20 ore almeno di pratica da svolgersi presso professionisti, centri e/o enti pubblici o privati che effettivamente svolgano sedute di mediazione familiare. Oltre allo stage, per l’esame di secondo livello, dovranno tenersi almeno 40 ore di supervisione didattica e professionale sui casi condotti personalmente dal candidato in qualità di mediatore familiare.

I corsi con i parametri stabiliti dall’Associazione Italiana Mediatori Familiari precedenti sia alla pubblicazione della Norma Tecnica UNI, sia all’approvazione del presente regolamento interno e già riconosciuti dall’Associazione Italiana Mediatori Familiari, permettono, al superamento dell’esame finale, l’ingresso in Associazione in qualità di Soci Idonei alla Pratica Guidata Supervisionata.

I soci potranno completare la propria formazione una volta associati, ed adeguarsi ai parametri descritti, ottenendo, al superamento del colloquio valutativo, la qualifica professionale di secondo livello, così come stabilito dalla norma tecnica UNI. In breve, con lo svolgimento della pratica guidata supervisionata (quindi con lo svolgimento di almeno un caso e la partecipazione a 40 ore di supervisione professionale) e la maturazione, per chi avesse alle spalle una formazione annuale di 180 ore, di altre 60 ore e un secondo anno di frequenza, al socio verrà consentito di svolgere il colloquio valutativo (esame orale), che se superato dà accesso alla qualifica di secondo livello: attestato di qualifica professionale, che dà accesso alla certificazione presso enti terzi (crf. Legge 4/2013 e Norma UNI).

La scelta dell’Associazione Italiana Mediatori Familiari, crediamo sia quella di continuare ad offrire ai propri associati l’appartenenza ad un gruppo di riferimento solidale al suo interno e professionalmente competente nei confronti sia delle famiglie in crisi, sia dei professionisti del diritto, sociali e della salute.

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Il valore dell’accordo raggiunto in mediazione dal punto di vista legale e relazionale

Il valore dell’accordo raggiunto in mediazione dal punto di vista legale e relazionale

L’avvocato Erba affronta, con riferimenti puntuali, il tema del valore legale degli accordi sottoscritti in mediazione familiare, essendo un procedimento volontario, per poi chiedersi qualcosa di più e si chiede, al contrario, quale sia il valore degli accordi legali da un punto di vista “effettivo” per la coppia.

Il contributo, che affermerà l’importanza incontrovertibile dell’aspetto legale, porta l’attenzione del lettore a una riflessione piena e completa.

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L’Utilità sociale della mediazione familiare come strumento di prevenzione della violenza femminile inter e post separazione

L’Utilità sociale della mediazione familiare come strumento di prevenzione della violenza femminile inter e post separazione

Un argomento molto spinoso e scomodo quello che ha scelto di trattare la dott.sa Belleri, perché oggi, di fronte al femminicidio, parlare di violenza femminile sembra essere quasi una provocazione. 

Per quanto scomoda possa sembrare questa realtà, esistono uomini vittime di violenza femminile, soprattutto verbale e indiretta o psicologica. Partiamo da realtà che ci possono sembrare meno assurde: sappiamo che nel bullismo scolastico, ragazzi e ragazze minacciano, insultano, offendono, prendono in giro, esprimono pensieri razzisti, estorcono denaro o beni materiali. Non esistono differenze tra maschi e femmine. Sappiamo però anche che sono prevalentemente le ragazze che esercitano il bullismo indiretto, ovverosia, provocano un danno psicologico attraverso l’esclusione dal gruppo dei coetanei, l’isolamento, l’uso ripetuto di smorfie e gesti volgari, la diffusione di pettegolezzi e calunnie sul conto della vittima, il danneggiamento dei rapporti di amicizia. Questi stessi patterns in età adulta vengono riproposti nella relazione di coppia e nella famiglia, come le ricerche citate dall’autrice mettono in evidenza.
L’articolo, che non vuole limitarsi alla mera esposizione del fenomeno, propone la mediazione familiare come strumento per il superamento dei meccanismi comunicativi violenti all’interno della coppia.

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Che cosa è la mediazione familiare, spiegata in un video scozzese (con sottotitoli)

Che cosa è la mediazione familiare, spiegata in un video scozzese (con sottotitoli)

Traduzione a cura di Isabella Buzzi

Collegati al video!

Il ruolo del padre e la sua funzione educativa all’interno del contesto familiare

Il ruolo del padre e la sua funzione educativa all’interno del contesto familiare

Questo contributo propone una riflessione sulla funzione paterna con un riscontro sociale, culturale e psicologico. 

L’analisi è collegata alla figura paterna all’interno del contesto sociale e familiare, col proposito di capire se sia destinata a scomparire o a rinforzarsi nel nuovo contesto culturale.
L’autrice parte dal concetto di parentela e dai legami che hanno contribuito alla creazione delle diverse tipologie familiari, spiegati attraverso “l’atomo di parentela” di Lévi-Strauss. 
Dal punto di vista psicologico individua, grazie alla teoria di Metzler e Harris sulle dinamiche delle relazioni familiari, otto funzioni all’interno di ogni tipo di famiglia, a seguito delle quali si sviluppano cinque modelli di famiglia tipo, per mettere quindi in rilievo quale è stato il ruolo del padre nella dimensione sociale e come questo ruolo abbia perso le caratteristiche principali tipiche della società patriarcale.
L’analisi si conclude con una riflessione sulla riconquista della funzione educativa paterna attraverso la figura di Telemaco, figlio di Ulisse.

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La sofferenza nella coppia

La sofferenza nella coppia

Il compito del mediatore è quello di affiancare senza dirigere, consigliare o valutare, diverso è il compito del terapeuta o del Consulente tecnico del giudice.

Nessun compito è migliore o peggiore, sono compiti specifici che possono essere importanti per la coppia, che affronta sofferenza, rabbia, tristezza, e che ha bisogno ugualmente di vivere la quotidianità.

Pubblichiamo sul sito, rendendolo scaricabile in formato pdf, l’intervento della dott.sa Buzzi: “La collaborazione del Mediatore Familiare con il CTU e con il terapeuta della coppia e del singolo” tenutosi lo scorso 15 ottobre 2015 presso il Convegno della Regione Lombardia Mediazione familiare. Professionalità e deontologia per un lavoro di squadra.

SCARICA LE SLIDES IN PDF

La parola al minore senza coinvolgerlo. Intervento al Convegno Diritto e Rovescio – Parma 28/11/2015

La parola al minore senza coinvolgerlo. Intervento al Convegno Diritto e Rovescio – Parma 28/11/2015

Quale tipo di ascolto viene offerto ai minori? Il senso dell’ascolto del minore, da parte del giudice o del Consulente Tecnico d’Ufficio nominato dal giudice, è finalizzato alla decisione da parte di un terzo: attraverso la sua parola verranno raccolti elementi per disporre in modo tale che possa mantenere rapporti significativi con i propri genitori, che sono in crisi e si stanno separando, o si sono già separati e non riescono a decidere da soli, perché litigano. Può essere un ascolto letterale?

Ascoltando il minore in ambito di 155 sexies C.C., il giudice darà regole alla genitorialità. Sembra che, per una serie di circostanze che andrete a scoprire se scaricherete le slides, l’ascolto debba essere interpretato in modo corretto e non in modo letterale. Occorre tenere in considerazione le richieste esplicite dei genitori, quelle implicite, il rischio di adultizzazione e di coivolgimento dei figli, ma anche la valorizzazione del loro ruolo (finalmente anche i grandi li ascoltano), e la preoccupazione paradossale dei genitori che sono preoccupati perché i figli verranno ascoltati e non si preoccupano di come stiano male quando loro, gli adulti, litigano.

Esiste un altro senso da date all’ascolto del minore?
E’ l’ascolto empatico, è l’ascolto del bambino in quanto persona, ed è finalizzato al riconoscimento della sua dignità e al rispetto dei suoi sentimenti. Si tratta di dargli parola all’interno di una esperienza speciale, che lo protegge, quella dei gruppi di parola.

Le slides lo spiegano e si concludono con la lettera del “figlio del divorzio”, occorre cliccare sul riquadro per avviare il filmato.

Scarica la presentazione con il filmato

Collegati a You Tube e vedi il video La Voce di un Figlio di Separati

L’importanza della supervisione professionale dei mediatori familiari

L’importanza della supervisione professionale dei mediatori familiari

E’ importante riconoscere e chiarire che durante la carriera professionale di ogni mediatore familiare si attraversano momenti critici e si incontrano situazioni problematiche, pertanto è opportuno ricercare forme di “supervisione” adatte a sé, che permettano sia di apprendere dall’esperienza propria e altrui, attraverso una discussione e uno scambio di idee, sia di affrontare serenamente la propria pratica professionale.

Appena formati e prima di poter accedere all’esame finale che, se superato, darà accesso ad AIMeF (Associazione Italiana Mediatori Familiari) si viene seguiti da un mediatore familiare esperto (con almeno 3 anni di iscrizione ad una associazione professionale di mediatori familiari che come AIMeF sia iscritta al MISE, secondo le più recenti disposizioni della L. 4/2013), che ha il compito di accompagnare l’allievo nel mondo della mediazione familiare e di aiutarlo a radicare la formazione teorico-esperienziale maturata in aula nella realtà lavorativa quotidiana.

Il tirocinio supervisionato prevede che ogni allievo riesca a sviluppare le seguenti cinque aree di competenza:

– capacità di formulare ipotesi di mediabilità

– riconoscimento delle tecniche di mediazione

– auto-monitoraggio delle prestazioni eseguite

– sviluppo e miglioramento delle abilità operative

– equilibrio emozionale e relazionale.[1]

Questa forma di accompagnamento alla pratica, o tirocinio supervisionato, della durata di 40 ore (da svolgersi attraverso l’osservazione e la discussione di casi condotti da mediatori familiari esperti, o la conduzione di casi da parte dell’allievo sotto la supervisione del responsabile del tirocinio), è necessaria per poter accedere ad AIMeF e poterne diventare socio.

Il responsabile del tirocinio, quindi, deve essere in grado di fornire un’esperienza di crescita personale e professionale di alta qualità all’interno del modello operativo insegnato dalla scuola o dall’ente di formazione presso cui opera.

Successivamente all’iscrizione ad AIMeF, ogni mediatore familiare deve poter continuare a sviluppare le proprie capacità personali e professionali, anche attraverso incontri di supervisione professionale.

Per AIMeF la supervisione professionale è fondamentale per:

assicurarsi che le famiglie riceveranno un servizio di qualità;
• garantire che il professionista soddisfi gli obiettivi e gli standard fissati da AIMeF;
• garantire l’attuazione delle politiche e delle procedure AIMeF;
• migliorare la comunicazione interna di AIMeF;
• condividere le responsabilità tra associati;
• facilitare la ri-iscrizione annuale dei soci mediatori familiari;
• assistere i soci nella comprensione dei valori organizzativi, della direzione in cui l’organizzazione sta andando e su come ogni singolo socio possa contribuire personalmente;
• promuovere la comunicazione tra AIMeF e i soci;
• garantire che i soci con incarichi sociali abbiano un carico di lavoro gestibile e appropriato;
• rispettare il Codice Deontologico AIMeF.

Ci sono modalità di supervisione differenti a seconda dei ruoli assunti dal supervisore:[2]


Tabella 1

Modalità e ruoli per condurre incontri di supervisione

ModalitàScopoNatura della
Relazione
DocenteTrasmette schemi
concettuali globali e dimostra le tecniche.
Genera entusiasmo e
fornisce un ideale o un modello.

L’ascoltatore può
scegliere di non
sintonizzarsi, di
diventare un accolito, o di stare ad una
distanza media di
impegno con il
docente.

Insegnante

Presenta gli obiettivi
specifici e contenuti
all’interno di un
programma per la
competenza o la
padronanza.
Sovraordinata, di
subordinazione.

Revisore del caso

Recensioni incentrate sul riconoscimento
degli eventi della
seduta di mediazione e di guida per le
interazioni future coi
clienti/utenti.
L’anziano mediatore
trasmette esperienza ai più giovani, meno
esperti.
Gruppo di pari
Consultazione con
mediatori allo stesso
livello di preparazione per ottenere supporto o per una revisione
critica che non metta
in pericolo la carriera.
Intimità e fiducia
condivisa.
Monitoraggio
Mantenere gli
standard e assicurare l’esecuzione delle
linee guida.
Censore: censura e
corregge.
Psicoterapeuta Aiuta ad apprendere la prospettiva e gli
interessi del cliente.
Modello di sicurezza e di fiducia in cui
dubbi e speranze
riescono ad essere
espresse senza
conseguenze esterne.
Coach
Si concentra sul
collegamento tra la
formazione esplicita o semantica (di
contenuto) con la
conoscenza
procedurale, mentre
costruisce fiducia e
speranza, correggere
con benevolenza.
Professionista anziano di fiducia che ha già
vestito i panni del
mediatore meno
esperto; può essere un co-mediatore.
Educatore
Consente ai mediatori di raggiungere
competenze,
costruisce abilità di
intervento di livello
superiore, e stabilisce un’identità mediativa.
Un ruolo
sovraordinato (e
inclusivo degli altri
ruoli) che è attento a
vedere che la crescita cognitiva ed
emozionale proceda al passo con lo sviluppo delle competenze.

La supervisione professionale, in sintesi, per AIMeF è un servizio da garantire ai propri associati in quanto:
• garantisce al socio chiarezza e competenza circa il proprio ruolo, funzioni e responsabilità;
• aiuta il socio a riflettere, analizzare e valutare la sua pratica;
• fornisce un feedback costruttivo;
• garantisce coerenza nella pratica;
• valorizza e valuta il lavoro del socio, professionista mediatore familiare;
• promuove la salute e il benessere del socio;
• imposta limiti professionali chiari;
• costruisce la fiducia in se stessi;
• identifica i bisogni di apprendimento;
• aumenta la trasparenza e l’apertura all’interno dell’associazione.

E’ documentato che la conoscenza e le competenze professionali nelle professioni d’aiuto non siano così facilmente trasferibili.[3]Osservare le sedute di mediatori familiari con esperienza di lavoro è senza dubbio uno strumento di formazione utile, ma non è sufficiente per aiutare chi ha appena acquisito la formazione a sviluppare le competenze necessarie per diventare essi stessi mediatori familiari esperti.

Lo sviluppo di nuove competenze ed abilità è facilitato quando il mediatore si impegna in riflessioni critiche sulle tecniche osservate e sul rapporto tra professionista e clienti/utenti, nonché sulla supervisione stessa. Oggi è chiaro come la supervisione professionale sia un complesso scambio tra supervisore e supervisionato, con modelli di modelli e teorie di supervisione sviluppate per fornirgli un’adeguata cornice strutturale.

Il rapporto di supervisione deve essere un rapporto tra partners, ovverosia è possibile definirlo come segue:

“Il rapporto di supervisione professionale AIMeF è un processo continuo, e non un episodio isolato o erratico, per incoraggiare e coinvolgere e non per mettere in crisi il supervisionato, per riconoscere le buone prestazioni e i successi personali, ma anche per affrontare sfide e discussioni quando è necessario, per chiarire ruoli e responsabilità del mediatore ed evitare di ingenerare confusione. Occorre per identificare le risorse necessarie, e mai verranno fatte al supervisore o al supervisionato richieste eccessive o fuori luogo. Ha lo scopo di dare un indirizzo allo sviluppo professionale del supervisionato.

La supervisione dovrà essere strutturata, focalizzata, progettata e privata. Mai svolta di fretta o con interruzioni. E’ riservata e confidenziale sulle tematiche specifiche del mediatore supervisionato, fatta salva la sicurezza di terze persone o personale.

La supervisione professionale AIMeF è un processo bi-direzionale e non unilaterale, incentrato sulle esigenze individuali dei supervisionati e non dovrà concentrarsi sulle esigenze del supervisore. Il mediatore supervisionato non deve sentirsi ignorato o privo di sostegno, ogni situazione verrà affontata con sensibilità, semplicità e chiarezza. Per il supervisionato dovrà risultare motivante e non farlo sentire negativo o essere demoralizzante, deve rispettare anche le questioni relative alla diversità (personale, professionale, sociale, culturale e soprattutto di modello operativo).”

Riservatezza
Il supervisore deve conoscere gli obblighi etici a tutela dei clienti per aiutare e proteggere i soci da denunce di mala-pratica professionale, ai sensi della normativa vigente.

La riservatezza nei confronti dei clienti non è violata durante la supervisione, anche se vi è una chiara responsabilità di garantire che le discussioni di supervisione abbiano luogo in una stanza privata, piuttosto che un luogo pubblico.

Nel caso in cui il socio sia già in una situazione di violazione della deontologia professionale o stia affrontando una circostanza grave all’interno della propria pratica professionale, è necessario che il supervisore chieda un collegio di supervisori e che abbia il supporto della Commissione Etica AIMeF.

Problemi comuni che impediscono di ottenere una supervisione efficace:[4]
• disagi e dissapori tenuti segreti e poi espressi tutti in una volta
• incontri non pianificati, troppe cose in programma, e incontri senza chiaro scopo
• preparazione inadeguata da parte del supervisore o del mediatore supervisionato
• obiettivi poco chiari o irrealistici
• raccontare piuttosto che ascoltare
• mancanza di un commento costruttivo sulle prestazioni riportate
• abuso e cattivo uso del potere, ad esempio bullismo, molestie, vittimizzazione
• permettere interruzioni
• finire il tempo a disposizione senza aver finito la supervisione
• casi mal presentati, pochi casi o casi mal registrati
• problemi emotivi irrisolti
• concentrarsi sulla gestione del caso piuttosto che su un obiettivo di sviluppo

L’atteggiamento del supervisore

Il comportamento del supervisore deve essere noto al supervisore stesso (cfr. Tabella 2).


Tabella 2


Comportamento Proattivo

Comportamento Assertivo

Mostra empatia

Utilizza il linguaggio del corpo per
indicare l’ascolto, per esempio
annuire, dire: “vada avanti”,
“mhmh”, “sì…”

Mantiene un buon contatto visivo

Verbale – aperto, interessato,
curioso

Corpo – rilassato, postura aperta

Tono – fermo, piano

Esprime sentimenti

Fa domande per la ricerca di informazioni

E’ flessibile sull’uso dei tempi

Consente il silenzio

Non ha fretta di porre domande

Utilizza risposte aperte

Evita di lamentarsi

Utilizza storie e aneddoti

Voce – chiara, precisa, scandita,
ferma


Tono – forte, costante, calmo, con
enfasi

Corpo – dritto, equilibrato

Postura eretta

Guarda negli occhi, faccia a faccia

Linguaggio: “Penso…” “Sento…”
“Voglio…”

Stretta di mano forte

Usa gesti per sottolineare ciò che
afferma

Utilizza dichiarazioni chiare e
concise

Respirazione regolare

Ascolta il ritmo dell’incontro

Sfida (se è il caso)


Si concentra sui dettagli

E’ importante saper scegliere lo stile comportamentale più adeguato al modello di supervisione, lo stile assertivo è più adatto al supervisore di esperienza, invece lo stile proattivo è migliore con i gruppi di supervisione e le attività di supervisione centrate sulla relazione e sul supervisionato, un buon uso di entrambi gli stili è necessario al supervisore-educatore.

Modelli di supervisione

Modelli di supervisione di matrice psicoterapeutica

La supervisione professionale ha avuto inizio in ambito psicoterapeutico, con la pratica di osservare, assistere, e ricevere feedback. In questo modo, la supervisione segue il quadro di riferimento e le tecniche della specifica teoria, o modello di psicoterapia, praticata da supervisore e supervisionato.

Quando la necessità di specifici interventi di supervisione divenne evidente, vennero sviluppati vari modelli di supervisione all’interno di ciascuna di ciascuna teoria per rispondere a questa esigenza. I modelli di supervisione di matrice psicoterapeutica, in altre parole, spesso sembrano una naturale estensione della terapia stessa.

Approccio psicodinamico. La supervisione psicodinamica si basa sui dati inerenti a tale orientamento teorico (ad esempio, le reazioni affettive, i meccanismi di difesa, il transfert e il controtransfert, ecc).

Frawley-O’Dea e Sarnat[5] classificano la supervisione psicodinamica in tre categorie: a) centrata sul paziente, b) centrata sul professionista supervisionato, e c) centrata sulla matrice di supervisione.

In quella centrata sul paziente il ruolo del supervisore è didattico, con l’obiettivo di aiutare il professionista supervisionato a capire e trattare il paziente. Il supervisore è visto come l’esperto non coinvolto, che ha conoscenze e competenze per aiutare il professionista supervisionato, dando così notevole autorità al supervisore. Poiché il focus è sul paziente, e non sul professionista supervisionato o sul processo di supervisione, si verifica poco conflitto tra supervisore e supervisionato, purché essi interpretino lo stesso orientamento teorico nello stesso modo. Questa mancanza di conflitto o di stress nelle sessioni di supervisione spesso riduce l’ansia del candidato, rendendo più facile l’apprendimento. Al contrario, se il conflitto si dovesse sviluppare con questo modello, la supervisione potrebbe essere ostacolata dal non avere modo di poterlo trattare direttamente. Anche in mediazione familiare è comune questo modello di supervisione professionale, dove il mediatore esperto non coinvolto nel caso, aiuta il mediatore familiare supervisionato meno esperto nella conduzione del caso stesso. Entrambi sono formati allo stesso modello di mediazione familiare, sovente il supervisionato è un ex-allievo del supervisore.

La supervisione psicodinamica centrata sul professionista supervisionato diventa popolare nel 1950, concentrandosi sul contenuto e il processo di esperienza del supervisionato, ovvero sulle resistenze, le ansie e i problemi di apprendimento del professionista supervisionato. Il ruolo del supervisore in questo approccio è ancora quello del autorevole esperto non coinvolto, ma poiché l’attenzione si sposta alla psicologia del supervisionato, la supervisione, utilizzando questo approccio è più esperienziale che didattica. Può stimolare la crescita professionale e personale del supervisionato come risultato della comprensione dei suoi propri processi psicologici, ma questo stesso vantaggio può anche essere una limitazione in quanto rende il professionista altamente suscettibile allo stress dell’essere sotto esame. Anche questa forma di supervisione professionale viene utilizzata in mediazione familiare, soprattutto nelle scuole di formazione, durante la formazione, il tirocinio e dopo il tirocinio con gli ex-allievi che volessero proseguire nel loro “lavoro personale” e liberarsi dagli “agganci emotivi” che conducono alla perdita dell’imparzialità.

La supervisione centrata sulla matrice di supervisione introduce anche l’esame della relazione tra supervisore e supervisionato: il ruolo del supervisore non è più quello dell’esperto non coinvolto, ma quello di partecipare, riflettere, agire nel processo e interpretare i temi relazionali che sorgono all’interno sia delle diadi terapeutiche, sia di quelle di supervisione. Questo tipo di supervisione è condotto più raramente nelle scuole di mediazione familiare, ma è anch’esso presente e diventa necessario nei rapporti di supervisione professionale di lunga durata.

Il modello femminista di supervisione. La teoria femminista afferma che “il personale è politico”, ovverosia che le esperienze di un individuo riflettono gli atteggiamenti e i valori istituzionalizzati della società. Ne consegue che le linee guida etiche, secondo il Feminist Therapy Institute[6] che è stato il primo ad occuparsi di supervisione secondo questo modello, sottolineano la necessità per i supervisori e i professionisti supervisionati di riconoscere le differenze di potere nel rapporto cliente-professionista e di lavorare per modellare un uso efficace del potere personale, strutturale e istituzionale. Questo modello di supervisione in mediazione familiare è molto utile in quanto da un lato aiuta a centrare il lavoro sulle dinamiche di potere nella negoziazione degli aspetti personali, di coppia, genitoriali e familiari, dall’altro lato permette di rilevare questioni di strumentalizzazione del servizio di mediazione e del mediatore familiare stesso da parte dei clienti. E’ importante anche per un maggior lavoro di autoconsapevolezza delle dinamiche di potere elicitate dal mediatore nei confronti dei clienti e della relazione mediatore-clienti, più o meno consapevolmente. La relazione supervisore-supervisionato si sforza di essere egualitaria per quanto possibile, con il supervisore attento all’empowerment del collega supervisionato.

Supervisione cognitivo-comportamentale. Un compito importante per il supervisore cognitivo-comportamentale è quello di insegnare le tecniche di orientamento teorico. La supervisione cognitivo-comportamentale si avvale di cognizioni e comportamenti osservabili, particolarmente circa l’identità professionale del professionista supervisionato e la sua reazione al cliente. Le tecniche cognitivo-comportamentali utilizzate nella supervisione comprendono la fissazione di un ordine del giorno per le sessioni di supervisione, il collegamento con le sessioni precedenti, l’assegnazione di compiti al mediatore supervisionato e brevi sintesi formulate dal supervisore.

La supervisione centrata sulla persona. Carl Rogers ha sviluppato la terapia centrata sulla persona attorno alla convinzione che il cliente abbia la capacità di risolvere in modo efficace i problemi della sua vita senza l’interpretazione e la direzione del counselor. Allo stesso modo, la supervisione centrata sulla persona presuppone che il professionista supervisionato abbia le risorse per svilupparsi efficacemente come counselor o come mediatore. Il supervisore non è visto come un esperto in questo modello, ma piuttosto come colui che “collabora” con il collega supervisionato. Il ruolo del supervisore è quello di fornire un ambiente in cui il supervisionato possa aprirsi alla sua esperienza ed essere pienamente impegnato con il suo cliente. La qualità della relazione è il fattore determinante nei risultati: facilita l’apprendimento efficace e di crescita professionale. [7]

Modelli di supervisione basati sulle teorie dello sviluppo

In generale, questi modelli di supervisione definiscono stadi progressivi di sviluppo del professionista supervisionato, da Principiante ad Esperto. Ogni stadio ha caratteristiche e abilità distinte. Ad esempio, dai supervisionati all’inizio della loro carriera, o allo stadio di principiante, ci si aspetta che abbiano competenze limitate e manchino di fiducia in se stessi come professionisti, mentre i supervisionati nello stadio intermedio potrebbero avere più abilità e fiducia ma avere sentimenti contrastanti circa il percepito di indipendenza/dipendenza dal supervisore. Da un professionista supervisionato allo stadio finale, quello di esperto, ci si aspetta che utilizzi buone capacità di problem-solving e che sia in grado di auto-analizzarsi e riflettere sia sulla pratica esercitata che sul processo di supervisione.

Per i supervisori che adottano questi modelli, la chiave di utilizzo è quella di identificare accuratamente la fase attuale del professionista supervisionato e di riuscire a fornirgli feedback e supporto adeguati alla sua fase di sviluppo, mentre allo stesso tempo occorre facilitare la progressione del supervisionato stesso alla fase successiva. A tal fine il supervisore utilizza un processo interattivo, spesso definito come “impalcatura”, che incoraggia il professionista supervisionato ad utilizzare conoscenze e competenze già possedute per la produzione di conoscenze e competenze nuove. Come il supervisionato raggiunge padronanza nella competenza oggetto del lavoro di supervisione, il supervisore sposta gradualmente l’impalcatura al fine di integrare le conoscenze e competenze acquisite nella successiva fase più avanzata. In tutto questo processo, non solo si presta attenzione all’acquisizione di nuove competenze, all’informazione e alla consulenza, ma anche all’interazione tra supervisore e supervisionato per favorire lo sviluppo di avanzate capacità di pensiero critico. Anche se il processo di sviluppo, come descritto, apparirebbe lineare, in realtà esso non lo è, perché il professionista supervisionato può essere in diverse fasi contemporaneamente; cioè ad esempio, può essere a un medio livello di esperienza generale, ma provare ancora molta ansia di fronte a una situazione nuova coi clienti.

Modello di Sviluppo Integrato. E’ uno dei modelli su cui esiste maggiore ricerca scientifica. Sviluppato da Stoltenberg et al.[8], descrive tre livelli di sviluppo del professionista:

  • Livello 1) I supervisionati sono generalmente neo-professionisti, ad alto contenuto di motivazione, ma molto ansiosi e hanno paura delle valutazioni;
  • Livello 2) I supervisionati sono professionisti di medio livello e sperimentano livelli di fiducia e di motivazione fluttuante, spesso collegano il proprio stato d’animo al successo con i clienti; e
  • Livello 3) I professionisti supervisionati sono sostanzialmente sicuri, stabili nella motivazione, hanno un’empatia accurata moderata dall’obiettività, e utilizzano nell’intervento capacità meta-professionali.

Il Modello di Sviluppo Integrato sottolinea la necessità per il supervisore di utilizzare competenze e approcci che corrispondano al livello del candidato. Così, per esempio, quando lavora con un livello 1, il supervisore deve bilanciare l’elevato livello di ansia e di dipendenza ed essere di supporto, ma anche prescrittivi, mentre quando supervisiona un livello 3, sottolinea l’autonomia del professionista supervisionato e si impegna in una supervisione fra pari, in gruppo. Se un supervisore ha costantemente fornito risposte disadatte ai bisogni e al livello di sviluppo del collega supervisionato, il probabile risultato è di significative difficoltà per il supervisionato di padroneggiare in modo soddisfacente il suo livello di sviluppo attuale. Ad esempio, un supervisore che esigesse un comportamento autonomo da un livello 1 rischierebbe di intensificarne l’ansia.

Modello di Ronnestad e Skovholt. Nella revisione più recente (2003) [9], il modello è composto da sei fasi di sviluppo. Le prime tre fasi (l’aiutante laico, lo studente alle prime armi, e lo studente in fase avanzata), le restanti tre fasi (il principiante, il professionista con esperienza, e il professionista di alto livello professionale) sono tre fasi che riguardano la carriera professionale e sono quelli che interessano i professionisti mediatori, come lo sono i mediatori familiari associati ad AIMeF.

Oltre al modello che come osservato non si allontana da quello dello Sviluppo Integrato ma aggiunge solo le tre fasi pre-professionali, Ronnestad e Skovholt hanno contribuito al tema della supervisione professionale con uno studio ampio e meticoloso che ha divulgato 14 temi fondamentali:

  1. Lo sviluppo professionale comporta una crescente integrazione del sé professionale con il sé personale
  2. Il focus del professionista si sposta drammaticamente nel corso del tempo da interno ad esterno, e poi ancora da esterno a interno
  3. La riflessione continua è una condizione essenziale per l’apprendimento ottimale e lo sviluppo professionale,a tutti i livelli di esperienza
  4. Un intenso impegno ad imparare spinge e alimenta il processo di sviluppo professionale
  5. La mappa cognitiva si modifica: i praticanti all’inizio si affidano ad esperti esterni, i praticanti esperti si basano su competenze interne
  6. Lo sviluppo professionale è un lungo e lento processo continuo,che può anche essere irregolare
  7. Lo sviluppo professionale è un processo permanente
  8. Molti praticanti all’inizio sperimentano molta ansia nel loro vissuto professionale. Nel corso del tempo, l’ansia viene gestita dalla maggior parte dei professionisti più esperti
  9. I clienti sono una delle principali fonti di influenza sul professionista e servono da insegnanti principali
  10. La vita personale influenza il funzionamento e lo sviluppo professionale,per tuttala durata della vita professionale
  11. Fonti inter-personali di influenza spingono avanti lo sviluppo professionale,più delle fonti “impersonali”
  12. I nuovi membri del settore percepiscono gli anziani professionisti e la formazione con forti reazioni emotive
  13. La lunga esperienza,con la sofferenza,contribuiscono ad un accresciuto riconoscimento, accettazione e apprezzamento della variabilità umana
  14. Per il praticante c’è un riallineamento, prima si percepisce come un eroe, poi percepisce i clienti come eroi

Ronnestad e Skovholt segnalano che lo sviluppo del professionista è un processo complesso che richiede una riflessione continua e dichiarano che esiste un rapporto stretto e reciproco tra come il professionista gestisce le sfide e le difficoltà nel rapporto con il cliente, e le esperienze di crescita professionale o di stagnazione.

Modelli integrativi di supervisione

Come suggerisce il nome, i modelli integrativi di supervisione si basano su più di una teoria e tecnica. Dato l’elevato numero di teorie e metodi esistenti, un numero infinito di “integrazioni” sono possibili.

Haynes, Corey, e Moulton[10] descrivono due approcci principali di integrazione: l’eclettismo tecnico e l’integrazione teorica.

Eclettismo tecnico tende a concentrarsi sulle differenze, sceglie da molti approcci, ed è un insieme di tecniche. Questo percorso utilizza tecniche provenienti da scuole diverse, senza necessariamente sottoscrivere le posizioni teoriche che li hanno generati. Al contrario, l’integrazione teorica si riferisce ad una creazione concettuale o teorica, oltre che ad una semplice miscelazione di tecniche.

Modello di Discriminazione di Bernard. Uno dei modelli integrativi di supervisione più comunemente utilizzato e studiato attualmente è il Modello di Discriminazione, originariamente pubblicato da Janine Bernard nel 1979.

Questo modello è complesso in quanto è composto da tre centri di interesse per la supervisione, ad esempio: l’intervento, l’elaborazione concettuale o teorica, e la personalizzazione, e tre possibili ruoli del supervisore cioè: insegnante, terapeuta e consulente.

Possiamo dire che è un modello a nove variabili, in quanto il supervisore può, in qualsiasi momento, rispondere da uno dei nove modi (tre ruoli x tre centri di interesse). Ad esempio, il supervisore può assumere il ruolo di insegnante mentre si concentra su un intervento specifico utilizzato dal mediatore supervisionato nella seduta, o il ruolo di consulente pur concentrandosi sulla concettualizzazione del lavoro operato dal mediatore supervisionato. Ciò che importa è che la risposta sia sempre specifica rispetto alle esigenze del collega supervisionato, e che cambi all’interno e tra le sessioni di supervisione.

Il supervisore prima di cominciare la supervisione valuta la capacità del candidato all’interno dell’area di messa a fuoco, e quindi seleziona il ruolo appropriato da cui rispondere. Bernard e Goodyear[11] ammoniscono i supervisori a non rispondere dalla stessa messa a fuoco o dal ruolo di preferenza personale, o per comfort, o guidati l’abitudine, ma per solo garantire la messa a fuoco e il ruolo che meglio incontrano le esigenze più salienti del professionista supervisionato in quel momento.

Il modello sistemico. Nei modelli sistemici, il cuore della supervisione è il rapporto tra il professionista supervisore e il professionista supervisionato. Rapporto che è reciprocamente coinvolgente e volto a conferire potere ad entrambi. Holloway[12]descrive sette dimensioni di supervisione, tutte collegate al rapporto centrale di supervisione. Queste dimensioni sono:

1) la relazione di supervisione,

2) i compiti di supervisione,

3) le funzioni di supervisione e poi

4) il cliente,

5) il professionista supervisionato,

6) il supervisore, e

7) l’istituzione.

La relazione, le funzioni e i compiti di supervisione sono al primo posto dell’interazione, mentre al secondo posto sono le quattro dimensioni che rappresentano fattori contestuali unici e sono influenze segrete nel processo di supervisione. La supervisione in ogni particolare istanza riflette la combinazione unica di queste sette dimensioni.

Conclusioni

AIMeF prendendo atto di quanto sopra ha voluto creare un elenco di Supervisori Professionali, ovverosia di un elenco di mediatori familiari professionisti esperti, che fossero in grado di condurre quel sistematico processo riflessivo atto a che sostenere i soci mediatori AIMeF nella loro la pratica della mediazione familiare, migliorando la loro fiducia professionale, la loro competenza e la loro deontologia professionale, portandoli pertanto ad offrire al pubblico un servizio migliore per la separazione delle coppie e la conflittualità familiare più in generale.

Ogni Supervisore Professionale AIMeF presente in elenco è in grado di supervisionare mediatori familiari che utilizzino uno qualsiasi dei modelli di Mediazione Familiare presenti ed approvati da AIMeF, anche se diversi dal proprio.

Ogni Supervisore Professionale AIMeF presente in elenco possiede i seguenti requisiti minimi:

– 5 anni di esperienza dopo l’iscrizione all’AIMeF,

– ha mediato almeno 20 casi,

– ha tenuto almeno 100 ore di formazione teorico-pratica in mediazione familiare, e

– ha frequentato il corso propedeutico per Supervisori Professionali.

Nell’elenco dei Supervisori Professionali AIMeF verrà indicato sia il modello di mediazione familiare che il modello di supervisione professionale adottato, cosicché gli associati possano trovare sia forme di supervisione professionale, sia il supervisore più adatto alle loro esigenze e affrontare serenamente la loro pratica professionale di successo.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

AA.VV.: Effective supervision in social care. Practice guidance, resource pack and toolkit for sopervisors, Lambeth Specialist Servicies, UK.S. Dunsmuir & J. Leadbetter: Professional supervision, British Psychology Society, 2010 http://lambethchildcare.proceduresonline.com/pdfs/resource_pack_toolkit_supervisiors.pdf

J.M. Bernard & R.K. Goodyear, Fundamentals of clinical supervision, (4th ed.), Allyn & Bacon, 2009

S. Dunsmuir & J. Leadbetter, Professional supervision: guideline for practice for Educational PSychologists, The British Psychological Society, 2010

C.A. Falender & E.P. Shafranske, Clinical supervision: a competency-based approach, American Psychological Association, 2004

Feminist Therapy Institute (1999). Feminist Therapy Code of Ethics. Retrieved August 14, 2009. http://www.feminist-therapy-institute.org/ethics.htm

M.G. Frawley-O’Dea, J.E. Sarnat, The supervisory relationship: a contemporary psychodynamic approach, Guilford Press, 2001

J. M. Haynes, G. Corey & P. Moulton, Clinical supervision in the helping professions: a practical guide. Pacific Grove, CA: Brooks/Cole, 2003

 A.k. Hess: “Psychotherapy supervision: a conceptual review”, in Hess, Hess & Hess (a cura di): Psychotherapy supervision, John Wiley & Sons, II ed. 2008, pp. 3-22

E. Holloway, Clinical supervision: a systems approach. Sage, 1995

E. Lambers, Supervision in person-centered therapy: facilitating congruence. In E. Mearns & B. Thorne (Eds.), Person-centered therapy today: New frontiers in theory and practice, Sage. 2000, pp. 196-211

M.H. Ronnestad & T.M. Skovholt, T. M. The journey of the counselor and therapist: Research findings and perspectives on professional development. In Journal of Career Development, 30, 2003, pp. 5-44

K.L. Smith, A brief summary of supervision models, 2009 http://www.marquette.edu/education/grad/documents/Brief-Summary-of-Supervision-Models.pdf

C.D. Stoltenberg, B. McNeill, & U. Delworth, IDM supervision: an integrate developmental model for supervising counselors and therapists, Jossey-Bass, 1998

Note nel testo

[1] S. Dunsmuir & J. Leadbetter: Professional supervision, British Psychology Society, 2010.

[2] A.k. Hess: “Psychotherapy supervision: a conceptual review”, in Hess, Hess & Hess (a cura di): Psychotherapy supervision, John Wiley & Sons, II ed. 2008, pp. 3-22.

[3] C.A. Falender & E.P. Shafranske, Clinical supervision: a competency-based approach, American Psychological Association, 2004.

[4] AA.VV.: Effective supervision in social care. Practice guidance, resource pack and toolkit for sopervisors, Lambeth Specialist Servicies, UK.

http://lambethchildcare.proceduresonline.com/pdfs/resource_pack_toolkit_supervisiors.pdf

[5] M.G. Frawley-O’Dea, J.E. Sarnat, The supervisory relationship: a contemporary psychodynamic approach, Guilford Press, 2001

[6] Feminist Therapy Institute (1999). Feminist Therapy Code of Ethics. Retrieved August 14, 2009. http://www.feminist-therapy-institute.org/ethics.htm

[7] E. Lambers, Supervision in person-centered therapy: facilitating congruence. In E. Mearns & B. Thorne (Eds.), Person-centered therapy today: New frontiers in theory and practice, Sage. 2000, pp. 196-211.

[8] C.D. Stoltenberg, B. McNeill, & U. Delworth, IDM supervision: an integrate developmental model for supervising counselors and therapists, Jossey-Bass, 1998.

[9] M.H. Ronnestad & T.M. Skovholt, T. M. The journey of the counselor and therapist: Research findings and perspectives on professional development. In Journal of Career Development, 30, 2003, pp. 5-44.

[10] R. Haynes, G. Corey & P. Moulton, Clinical supervision in the helping professions: a practical guide. Pacific Grove, CA: Brooks/Cole, 2003.

[11] J.M. Bernard & R.K. Goodyear, Fundamentals of clinical supervision, (4th ed.), Allyn & Bacon, 2009.

[12] E. Holloway, Clinical supervision: a systems approach. Sage, 1995.

Eventi traumatici e mediazione

Eventi traumatici e mediazione

Bambino, non temere le ombre, ti fanno apprezzare la luce.
Non temere la notte, ti regala le stelle e favole nei sogni.
Non temere gli errori, ti insegnano la giustizia.
Non temere il dolore, ti faranno uomo

(Maria Savasta, fonte Internet)

INTRODUZIONE

E’ ACCADUTO PROPRIO A ME..????

Chiunque si trovi ad affrontare un evento traumatico si pone questa domanda.

Questa è la domanda che Salvo, Silia, Angelo ed io ci siamo posti in 19 maggio del 2013 alle ore 12.20.

Una macchina investe Salvo proprio davanti casa, io ricevo una chiamata che mi dice che mio figlio ha avuto un incidente, faccio fatica a capire dove si trova, la sua vita mi passa davanti, la paura atavica di perdere ciò che hai di più prezioso di materializza, non dimenticherò mail il volto di Angelo quando ha capito, non dimenticherò mai l’urlo di Silia, sua sorella che urlava “è morto” mentre scendeva le scale…, non dimenticherò mai quegli occhioni in mezzo ad un volto completamente insanguinato.., una gamba spezzata…!!

Ricordo perfettamente le emozioni di quel momento, non poteva essere! quella domenica doveva essere diversa.., pranzo e poi partita, si la sua partita di basket. La prima cosa che mi ha detto è stata di chiamare il suo allenatore per informarlo che non avrebbe giocato, non imprecava non piangeva, cercava solo di legarsi a ciò che avrebbe fatto se tutto questo non fosse accaduto, ricordando bene anche Silia osservava ma non piangeva non imprecava nessuno di noi quattro lo faceva, è come se cercassimo tutti di rimanere “normali”, di congelare il tempo, di legarlo al minuto prima che tutto questo accadesse.

Affrontiamo la situazione insieme, i nostri amici si stringono intorno a noi, ci supportano, ed oggi dico meno male.

La vita si ferma, non esiste più il nostro quotidiano, il lavoro, gli impegni, tutti i 10 giorni che Salvo è stato in ospedale ho avuto la sensazione che nessuno di noi abbia respirato fino in fondo, erano sospiri piccoli, mai profondi.

Salvo aveva allora 13 anni, doveva affrontare gli esami di terza media, era all’inizio dell’adolescenza e la sua regressione era palese, si aggrappò a me e ad Angelo come mai aveva fatto.

Piano piano comincia la sua ripresa e Salvo ricomincia a credere.

Non era finita!

Salvo comincia a crescere velocemente e purtroppo l’incidente aveva colpito il ginocchio in maniera tale da non permettergli un sano sviluppo.

I medici che lo hanno in cura ci prospettano diversi interventi da effettuare nel tempo, ma ciò che è peggio ci prospettano che sicuramente non sarebbe mai rimasto “sano”.

Comincia il nostro girovagare tra medici, penso che in quel momento io ed Angelo stessimo cercano in fondo in fondo di colmare un grande senso di colpa (“dovevamo proteggerlo, era nostro compito e forse non lo avevamo fatto al momento dell’incidente”), ma non abbiamo mai lasciato Salvo ed anche Silia fuori dalle decisioni, sempre leali, tenendo conto però che la responsabilità fosse nostra. Ad un certo punto Salvo è stanco vuole una decisione finale e soprattutto basta medici, in quel momento credo che come coppia abbiamo capito che forse ci stavamo spingendo troppo oltre, quasi stessimo praticando una sorta di accanimento terapeutico.

Ci prendiamo una settimana per riflettere e decidere, il patto era che dopo una settimana ognuno avrebbe detto cosa ne pensava, e cosi è stato.

Decidemmo per un ulteriore intervento nell’ estate del 2014, consci tutti che stavolta

  • 1) Eravamo informati, stavolta potevamo pianificare e potevamo prepararci
  • 2) che anche stavolta i nostri “normali” ritmi dovevano essere messi in discussione
  • 3) che avevamo bisogno l’uno dell’altro per potercela fare, ognuno con un compito ma tutti facenti parte di un meccanismo, quindi nel rispetto delle attitudini, dell’età e del ruolo che avevamo all’interno della famiglia

Naturalmente e giustamente ognuno di noi aveva sentimenti contrastanti.., ma sentivamo tutti il bisogno di esprimerli.

Dopo l’intervento e la ospedalizzazione durata 5 giorni, Salvo arriva a casa con un femore esterno, visibile e molto dolorante.

Facciamo quindi un patto, tutti i pomeriggi ci saremmo riuniti per parlare delle nostre emozioni.

Affrontiamo quindi la nostra esplorazione delle situazioni e delle emozioni dal punto di vista sia di Salvo (che a quel punto ha 14 anni e mezzo) e Silia (9 anni), di seguito un piccolo estratto di quei pomeriggi.

La malattia, secondo Salvo la malattia ti toglie la capacità di fare le cose che ami, lo spaventa, soprattutto è spaventato non solo dal dolore ma dal fatto che gli altri non capiscano, gli da fastidio la curiosità. Ha paura di aver perso il suo futuro, sa bene la differenza tra passato e presente, sa che quanto gli sta accadendo sicuramente gli servirà in futuro, perché gli permette di sviluppare alcune capacità, ma al momento è insopportabile perché non gli permette di giocare a basket, quindi non riesce a misurarsi. Spera di essere fortunato in futuro e dice “ la fortuna è trovare un lavoro che ti permette di divertirti mentre lo fai”. Lo spaventa di più il dolore interiore e non quello fisico, per quello fisico esistono le cure, quello morale implica sacrifico, attesa; quando sente in dolore “morale” capisce di non riuscire a contenerlo e questo lo fa sentire sconfitto. Lo aiuta pensare al futuro, sapere che ha dei sogni che può realizzare, in questo momento si misura con la play station, che gli permette anche di relazionarsi con i suoi amici.

È grato a Jackson, il nostro cagnolino, perché capisce che anche se non in grado di muoversi bene, può prendersi cura di lui.

Definisce il successo come un risultato ottenuto con sacrificio.

La malattia per Silia, è ingiusta, però riesce a vederne un lato positivo (anche se un po’ cinico) Salvo al momento è al suo pari fisicamente. Dice che non voleva che gli succedesse tutto questo, però Salvo per lei non è malato, ha solo un piccolo problema alla gamba che tutti insieme stiamo affrontando, sa che Salvo ha male, ma non è malato.

Entrambi parlano della paura, ed entrambi la collocano fisicamente con la gola chiusa e dolore alla pancia, entrambi riconoscono però che quando sono spaventati il maggior aiuto viene da se stessi.

Questo momento causa in entrambi una forte rabbia e tristezza, Salvo però si sente molto vulnerabile, ma sa che questo è solo un momento e che anche la rabbia se è positiva diventa un motore per raggiungere i propri obbiettivi. Silia invece affronta la rabbia parlando, comunicando ciò che prova dentro.

Entrambi identificano la famiglia come un luogo di protezione e di forza, la rappresentano come una macchina, ed ognuno di noi è importante per farla funzionare, danno un ruolo anche a Jack.

Oggi come mamma posso affermare che ci sono stati momenti molto duri, in cui i sentimenti erano spesso contrastanti, ma capivo che eravamo in mezzo ad una tempesta, e dovevamo stringerci forte ed aggrapparci a qualcosa di solido. Credo che ciò che ci ha aiutato molto sia stato il fatto di parlare delle nostre emozioni in maniera leale; inoltre è stato molto importante ridefinire i ruoli ma anche le abitudini, abbiamo cercato di riformulare il nostro quotidiano, cercando di sostenere sempre chi di noi stava per crollare, non perdendo mai di vista che Salvo era la persona maggiormente colpita, ma non permettendogli mai di sentirsi “sconfitto”.

Sicuramente ci hanno accompagnati la rabbia, la tristezza, il sorriso, l’ironia, sdrammatizzare la situazione pensando : 1) poteva accadere di peggio 2) eravamo li insieme.

Credo sia capitato ad ognuno di noi in questo periodo di sentirsi solo, ma dopo averlo capito lo abbiamo sempre dichiarato, ecco credo che condividere le proprie emozioni ci abbia enormemente aiutato.

Inoltre credo che aver ridisegnato il nostro quotidiano aggrappandoci a dei progetti reali ci abbia proiettato verso il futuro, sapevamo che era un momento difficile, ma sapevamo che potevamo anche avere un futuro diverso, ma che soprattutto potevamo viverlo in maniera diversa.

1 FAMIGLIA ED EVENTO TRAUMATICO

Se consideriamo la famiglia come un insieme di persone (sistema) interdipendente i cui bisogni e obiettivi comuni trovano risposta nell’interazione dei singoli comportamenti, allora i problemi legati alla malattia o alla disabilità si devono necessariamente trattare come problemi che coinvolgono l’intero nucleo familiare. Essere genitore di un bambino malato, non è un ruolo che una persona sceglie. Nessuno chiede di esserlo, né c’è chi è preparato ad una responsabilità così faticosa e impegnativa: è un compito difficile, che spesso atterrisce e demoralizza.

Che cosa accade nell’esistenza reale della famiglia in presenza di un evento traumatico come la disabilità congenita o acquisita di un figlio?

La nascita di un bambino disabile o malato oppure l’acquisizione di una disabilità o malattia costituisce un evento fortemente destabilizzante per qualsiasi famiglia, sovente distrugge con violenza gli equilibri preesistenti, impone problemi complessi e per lo più sconosciuti ai genitori.

Questo rappresenta un evento traumatico.

L’evento traumatico è di difficile categorizzazione , in quanto possono avere caratteristiche di traumaticità sia eventi particolarmente negativi ed eccezionali, quali morti, uccisioni, incidenti, sia eventi considerati di “minore “ entità come separazione o perdita del lavoro.

Può essere considerato evento traumatico ogni evento che per essere affrontato e superato richiede la messa in atto di meccanismi di adattamento e di problem solving.

La presenza di una disabilità o malattia rappresenta un evento potenzialmente disadattivo per la maggior parte delle famiglie; rappresenta una delle esperienze più complesse da affrontare in quanto l’evento provoca sicuramente stress e le modalità con la quale verranno affrontate determinerà non solo il futuro della famiglia in quanto tale ma anche lo sviluppo del soggetto interessato direttamente.

Preferibilmente la reazione familiare alla presenza di un bambino malato o disabile può essere assimilata ad un “dolore morale cronico”, ma non è accettabile che le dinamiche familiari si cristallizzino in uno stato, irreparabile e irreversibile, di “disperazione controllata”.

Nonostante le difficoltà e i rischi che può comportare, ciascun evento critico porta in sé una funzione positiva

  • Può produrre processi evolutivi;
  • Può generare nuove variabili;
  • può modificare positivamente le precedenti modalità di funzionamento della famiglia.

La famiglia in questo caso diventa protagonista del processo di adattamento e fonte di risorse attivabili.

Qualsiasi nucleo familiare, nel corso della sua evoluzione si trova ad affrontare eventi e compiti che richiedono un più o meno vasto processo di riorganizzazione.

Qualsiasi sia la modalità con la quale la famiglia come nucleo decide di affrontare questo compito non lascerà la famiglia uguale al nucleo originario .

La famiglia quindi diventa protagonista di un processo di adattamento oltre che “vittima”di una situazione stressante.

Un elemento fondamentale per determinare il modo in cui la famiglia affronta una determinata fase di transizione e i relativi compiti è rappresentato dalle risorse di cui essa dispone e che riesce ad attivare in quel dato momento.

Possiamo distinguere tra:

  • 1) RISORSE PERSONALI Biografia di vita individuale, caratteristiche di personalità, stato di salute, istruzione, disponibilità economiche
  • 2) RISORSE FAMILIARI Modalità di funzionamento interno e di integrazione dei vari bisogni
  • 3) RISORSE SOCIALI Risorse di cui la famiglia fruisce all’interno del suo ambiente sociale di appartenenza (inserimento nella rete sociale, contatti sul territorio..)

La storia degli studi riguardanti le dinamiche familiari collegate alla malattia di un figlio è abbastanza recente e l’esordio di tali ricerche può essere collocato agli anni ’50; è impossibile rintracciare opere valide scientificamente che affrontano l’argomento prima di questa data.

Uno dei primi significativi studiosi dell’argomento fu Farber, autore di due importanti saggi del 1959 e del 1960, il quale ha il merito di aver prospettato la necessità di un approccio globale alla famiglia del bambino malato.

Farber, nei suoi saggi, descrive le ripercussioni che la nascita di un bambino non sano produce rispetto alla stabilità della famiglia. Egli ipotizza che le famiglie passino attraverso vari stadi: il ciclo inizia con il matrimonio e la nascita del primo figlio, il secondo periodo comprende gli anni della scuola materna, il terzo comincia quando il figlio più piccolo è preadolescente. La sequenza si esaurisce quando tutti i figli sono diventati adulti e giunti al matrimonio.

Nel caso di un figlio malato, il ciclo si arresta o rimane incompiuto; indipendentemente dall’età, il bambino malato assume il ruolo sociale di figlio più piccolo. In questa maniera, secondo Farber, la famiglia non riesce a superare lo stadio della preadolescenza e pertanto il processo di integrazione familiare rimane incompleto.

Il primo approccio alle famiglie dei bambini non sani, si riassume nella tesi che un bambino malato costituisce un fattore di stress di per sé ineliminabile, che non può non incidere negativamente sul benessere e sul funzionamento della famiglia.

Pertanto secondo questo approccio la malattia è vista come una variabile il cui peso rimane immodificato; la famiglia ne risulta dunque danneggiata e penalizzata irrimediabilmente.

Più recentemente gli studi sulle famiglie dei bambini malati hanno posto maggiore attenzione non tanto allo stress costituito dalla situazione di malattia infantile, quanto alle modalità di reazione e di risposta messe in atto dalla famiglia. E’ avvenuto così uno spostamento dell’analisi sull’adattamento, sulle dinamiche che la famiglia mette in atto per affrontare la situazione.

Avere un figlio malato può colpire i genitori in vari modi e le reazioni delle famiglie possono essere molto varie, ma è possibile, seppur molto difficile, prevederle. Come illustra Gargiulo in alcune famiglie avere un figlio malato è una tragedia; in altre è una crisi che può risolversi; per altre ancora non è un problema in sé, ma piuttosto un elemento nella lotta quotidiana per la sopravvivenza.

E’ importante precisare che, secondo Gargiulo non tutti i genitori passano attraverso la stessa sequenza di reazioni. Questi stadi dovrebbero essere visti come fluidi, in quanto i genitori passano e ripassano attraverso di essi secondo il proprio individuale processo di adattamento: alcuni possono rimanere in uno stadio di dolore e rabbia; altri non provano alcuna forma di rifiuto, altri ancora accettano e si adattano piuttosto rapidamente all’handicap del figlio. Inoltre non è detto che i genitori passino attraverso questi stadi. Ognuno reagisce in modo personale.

2 LA COPPIA ED IL FIGLIO DISABILE

La vita di coppia può essere vissuta in tanti modi, diversi possono essere i bisogni che spingono due individui a formare una coppia, spesso può essere il bisogno di attaccamento reciproco, oppure un progetto di vita in comune, fattori economici, prestigio ecc.

Indifferentemente dalla motivazione o bisogno, la coppia sviluppa un proprio modo di funzionare, quindi raggiunge un proprio equilibrio.

In generale ci sono alcuni fattori che possono mettere a rischio la vita di coppia, come: le relazioni con le famiglie di origine, lo spazio abitativo, l’educazione dei figli, la pressione della vita professionale, la malattia di uno dei due coniugi o dei figli. Quindi le conseguenze dovute alla malattia e la misura in cui questa mette in pericolo sia il progetto di vita dei singoli che la compongono, sia il progetto di vita condiviso mettono a repentaglio l’equilibrio della coppia.

Un figlio malato può mettere in crisi una coppia che si trova ad affrontare un dolore e delle difficoltà che non aveva previsto e alle quali reagisce spesso in maniera diversa.

L’arrivo di un figlio per una coppia di genitori è preceduto sempre da un’attesa gravida di fantasia. Quando invece si scopre che il figlio tanto atteso è affetto da disabilità oppure acquisisce una malattia, ecco che arriva insieme a questo figlio un carico di dolore, angosce, timori, paure.

In questi casi la coppia genitoriale può attivare nei confronti del figlio disabile i seguenti comportamenti:

  • – negazione della malattia;
  • – tendenza alla fusione col figlio;
  • – distorsione dei ruoli genitoriali;

La figura maggiormente coinvolta in questi comportamenti è ovviamente la madre mentre la figura paterna procede al traino della moglie nella gestione del figlio malato o se ne allontana del tutto delegando alla madre tutta la gestione del figlio e della sua malattia.

In poche parole nelle coppie dov’è presente un figlio disabile o malato si rischia che a livello di presenza e seguimento la “madre è più madre” mentre il “padre è meno padre”, risultato sarà che sia la coppia genitoriale che quella coniugale vengono meno mentre centrale ed esclusiva diventa la coppia madre-figlio.

Per molte coppie arrivare a ritagliarsi dei momenti di serenità ed una prospettiva di vita soddisfacente comporta grandissime fatiche e quasi inevitabilmente necessita dell’apporto di una rete di sostegno esterna.

Raramente i genitori in quanto individui ed in quanto coppia hanno il tempo per elaborare quanto avvenuto, i bisogni del bambino malato si accumulano, i fratelli e la famiglia sono li ad aspettare.

La mancata elaborazione del trauma, porta la coppia e quindi i genitori a non essere emotivamente disponibili a sostenere il ruolo di figura di attaccamento per tutti i figli; può accadere quindi che operino una sorta di selezione che ripartisce le attenzioni e le cure in maniera sbilanciata a favore del bambino disabile (distorsione del ruolo genitoriale).

Quale che sia la forma di malattia del figlio, i genitori mantengono uno stato di vigilanza intensificato, se a questo si aggiunge che spesso il genitore del bambino disabile rimane vittima di un proprio dialogo interno che non riesce a trasformare in narrazione verbale; questo porta ad instaurare una relazione di simbiosi con il figlio, quindi il genitore soddisfacendo i bisogni del figlio disabile implicitamente sta soddisfacendo i propri.

E’ tutto questo che la coppia deve evitare continuando a conservare sia la dimensione coniugale sia genitoriale della relazione. Un figlio malato o disabile necessita sicuramente di un accudimento diverso ma non di una coppia diversa dalle altre.

Ciò che differenzia una coppia “sana” da una “disfunzionale” è la capacità di cambiare e di adattarsi alle situazioni (mettendo in gioco modelli interattivi nuovi) pur mantenendo una propria stabilità e continuità nel tempo.

Importante in questi casi è che la relazione di coppia sia una coppia “sana” e cioè:

  • – Che sia riuscita a ridefinire la relazione coniugale e sia riuscita a reinvestire in essa.
  • – Che sia riuscita a valorizzare l’attività lavorativa e sociale/professionale di entrambi i partner e coltivare gli interessi culturali e sociali come singoli e come coppia; se gli adulti hanno una propria vita da vivere, se ne riapproprieranno, riducendo o meglio calibrando il tempo da dedicare al figlio e impiegandolo nella coppia o nella vita personale, ma se quella porta chiusa svela la solitudine della coppia, la mancanza di stimoli e passioni, allora qualcuno busserà insistentemente per entrare. La scusa sarà il bisogno di controllare per il benessere del figlio, il bisogno di accudimento come un pretesto valido per penetrare fin dentro i pensieri dell’altro. Nel frattempo, i problemi della coppia vengono accantonati.

Spesso i problemi di coppia, e soprattutto con un figlio malato, nascono da (Paolo Franchini) :

  • – problemi di comunicazione, parliamo ma non ci sentiamo ascoltati, facciamo il possibile ma il partner non smette di criticarci, in sintesi non c’è una vera volontà di capirsi e di fare una seria autocritica. A quel punto ci si distacca, si evitano i momenti di condivisione, si comincia a puntare sulle proprie forze, propri interessi e proprie risorse, come se l’altro fosse solamente fonte di frustrazioni, non ci sentiamo compresi, si attua ciò che viene chiamato divorzio emotivo. Non c’è più scambio autentico.
  • – La condivisione di valori comuni è un altro elemento estremamente importante per la sopravvivenza della coppia, cosi come lo sono la compatibilità di carattere e le affinità culturali; ma è soprattutto la motivazione e la voglia di mettersi in discussione che permettono il superamento di un’eventuale crisi.
  • – Una sana vita di coppia si basa anche su una chiara gerarchia di valori, onde evitare di essere travolti dalle abitudini, che non devono mai penalizzare il tempo dedicato alla vita di coppia; niente dura e cresce nel tempo se non viene curato. Franchini conclude :”Eros ed Amore sono la scommessa e la lotta che l’uomo conduce per la propria umanizzazione, riconoscendo e portando il peso della propria ambivalenza.. conoscerci e conoscere chi abbiamo di fronte, gestire e superare il conflitto ed operare scelte è parte integrante del progetto se vogliamo realizzarci come persone, espressione di un’umanità evoluta, che non incontra fugacemente l’amore solo in un’emozione iniziale, ma lo trattiene con se e, nel tempo, intende viverlo in profondità dedicandogli una cura costante” (pag 55).

In presenza di un figlio malato i problemi di comunicazione, la motivazione, la poca voglia di mettersi in discussione, la stanchezza del quotidiano, la poca voglia d’ investire sulla coppia possono acuire una “normale” crisi di coppia; si comincia a comunicare sempre meno ed in maniera sempre meno efficace, quando si comunica per lo più si parla sempre dei problemi del figlio; si trovano sempre meno spazi e meno tempo da dedicare alla coppia, alla condivisione di interessi ed affinità culturali.

L’intervento tempestivo di un mediatore potrebbe aiutare la coppia perché in grado di osservare il problema da una prospettiva differente, offrendo nuove chiavi di lettura del malessere, aiutando la coppia a far emergere i propri bisogni e le proprie risorse, accompagnandola senza schierarsi sia che la decisione sia di proseguire il rapporto che di separarsi.

Nel caso in cui la coppia decida di separarsi, con l’aiuto del mediatore è possibile vivere un conflitto senza esserne travolti, governando le turbolenze affettive ed emotive, per trovare soluzioni mature ed equilibrate. Non si tratta di una richiesta di consigli; la mediazione ha lo scopo di aiutare le persone a valorizzare le parti sane, a rinvigorire il loro senso di responsabilità genitoriale continuando a mantenere il controllo della propria vita pur nella difficoltà e complessità della fase che stanno attraversando.

3 IL PUNTO DI VISTA DEL FIGLIO DISABILE

Non è possibile costringere un malato a sentirsi tranquillo e sereno è soltanto possibile aiutarlo a trovare un equilibrio, tanto più se questo è un bambino; possiamo distinguere alcune fasce d’età a seconda delle quali si rilevano reazioni diverse alla malattia.

Dagli 8 ai 12 anni

I bambini ritengono che la malattia qualunque sia la sua gravità, sia un fatto che comporta emozioni quali tristezza, stanchezza, delusione.

Inoltre la malattia restringe il loro campo di libertà costringendoli a letto o comunque a casa.

Molti studiosi (Piaget per primo poi a seguire Bowlby, Di Cagno) hanno rilevato che fino agli 8 anni il bambino percepisce ciò che dice l’adulto, soprattutto percepisce le frasi che danno l’idea al bambino che la causa della sua malattia sia da ricercare nel suo comportamento, quindi vivrà la malattia e soprattutto l’ubbidienza alle cure come una sorta di espiazione .

Dopo gli 8 anni capisce il fatto che ci si ammala a causa di germi e batteri presenti nell’ambiente e che hanno la capacità di far ammalare solo per il fatto di esistere.

Solo dopo i 12 anni è in grado di capire che la malattia può dipendere da una serie di concause.

La reazione del bambino però oltre che legata all’età dipende anche dalla sua storia, ma soprattutto dallo stile educativo e dal clima familiare.

Quando è ammalato il bambino, in una prima fase, sembrerà chiudersi in se stesso, non mangerà e magari si rifiuterà di parlare, si poi verificherà una fase di regressione che se si trasforma in remissione inizialmente potrà essere d’aiuto per chi si prenderà cura di lui, ma successivamente una volta guarito, il persistere di tale comportamento potrebbe significare che la malattia ha minato le sicurezze che il bambino riponeva nelle proprie capacità.

L’adolescenza

L’adolescenza è quel periodo della vita in cui il ragazzo avverte in modo intenso il senso della vita interiore, è il momento in cui dovrà fare i conti con il mondo del passato, il mondo attuale ed il futuro incerto e problematico; in questa fase gli adulti rappresentano solo i detentori del potere. L’adolescente mette in discussione ogni certezza, ed il bisogno di autoaffermazione diventa essenziale; assumono quindi maggiore importanza la destrezza nei confronti degli altri coetanei, la bravura a scuola, i successi sportivi. Il bisogno quindi di emergere dal gruppo ed in special modo nei riguardi dell’altro sesso.

Il rapporto più gratificante non è più con i genitori ma con i coetanei o chiunque al di fuori della famiglia abbia delle capacità tali che agli occhi dell’adolescente possa assumere il ruolo di capo.

La malattia quindi sconvolge tutti questi progetti di affermazione minando l’integrità fisica ed implicando un ritorno a dipendenze strette con l’adulto e questo comporta un senso di punizione e di annullamento di emancipazione.

La reazione emozionale dell’adolescente alla malattia è strettamente dipendente dal rapporto che l’adolescente ha con i genitori e con il nucleo familiare in genere.

Ci possono essere quindi due modi di comportamento a seconda dell’età del ragazzo. Se si è all’inizio dell’adolescenza ci potrà essere un abbandono più o meno totale di ogni tentativo di autonomia ed il ragazzo tornerà bambino, instaurando di nuovo quei rapporti di dipendenza parentale che aveva abbandonato; altrimenti si sentirà offeso e tradito e tenterà di colpevolizzare l’adulto, rifiutando tutto quanto dal mondo adulto proviene con il solo risultato di chiudersi in un ostinato e tragico isolamento.

Qualsiasi rapporto con gli altri è caratterizzato da improvvisi cambiamenti di umore, può essere aggressivo e disperato, strafottente e timido, rifiutare qualsiasi forma di conforto oppure lasciarsi andare a lunghi pianti silenziosi. L’angoscia del ragazzo è più profonda di quella del bambino egli vive senza poterla comunicare la paura della malattia e della morte.

Ogni tentativo di relazione sociale viene abolito e la malattia è vissuta con rabbia e disperazione , il ragazzo sente lesa la sua integrità fisica, spesso il corpo è deturpato da cicatrici, il dimagrimento e la spossatezza fiaccano la sua voglia di fare.

L’adolescente malato non vuole né essere compatito né essere amato, vuole solo essere sano.

L’angoscia del futuro si fa insopportabile.

La sensazione sia del bambino che dell’ adolescente malato si può paragonare “ad un visione in cui il mondo da luminoso si trasforma in oscuro e diventa un luogo in cui può accadere qualunque cosa e dove sono divenute instabili cose che prima erano certezze, ciò che viene leso è il bisogno di sicurezza” ( A.H. Maslow p. 89) .

Quasi sempre i genitori vivono la malattia del loro figlio come un disperato bisogno di amore, che si traduce in una iperprotezione esasperata con il solo risultato di peggiorare ancora di più le cose.

Spesso i genitori celano la diagnosi soprattutto quando è grave, e questo lede ancora di più la fiducia che l’adolescente ha nei confronti dei genitori e quindi del mondo adulto.

L’adolescente in questa fase affronta il concetto della morte, e lo vivrà nello stesso modo in cui il problema morte è stato affrontato con la famiglia, cioè come questa è stata raffigurata, il grado di accettazione sarà direttamente proporzionale al grado di rappresentazione come evento naturale che i genitori ne hanno fatto.

Vivrà la situazione come una grave ingiustizia ( ad esempio si chiederà: perché proprio a me? Che colpa ho io?) non perché gli altri lo meritino, ma perché lui non lo merita.

Far comprendere la situazione all’adolescente dipende dal grado di sensibilità, intelligenza, amore, conflittualità all’interno del nucleo familiare e della coppia e preparazione culturale dei genitori.

Tenuto conto del fatto che l’ingresso di un figlio nell’adolescenza costituisce un evento critico che pone la famiglia di fronte a non poche difficoltà e mette a dura prova le sue capacità adattive e di cambiamento; la criticità dell’evento può essere maggiormente acuita dalla malattia.

La famiglia dell’adolescente è messa di fronte al difficile compito di cercare di raggiungere un equilibrio tra due compiti opposti: 1) promuovere e favorire il cambiamento e lo svincolo dell’adolescente da un lato, 2) essere una base sicura per il figlio nei momenti di difficoltà dall’altro, contenendo le oscillazioni tra movimenti di esplorazione del mondo e movimenti di ritorno al nido sicuro.

La famiglia quindi è chiamata a svolgere un’importante funzione mediativa tra autonomia e dipendenza, così da permettere all’adolescente di sperimentarsi all’esterno in un contesto protettivo, e di costruire relazioni significative al di fuori di essa, pur rimanendone un membro significativo.

Tale funzione è strettamente correlata al grado di conflittualità presente all’interno della coppia genitoriale e quindi nella famiglia.

Nel caso la conflittualità abbia raggiunto gradi molto elevati risulta importante la funzione del mediatore, in quanto permette di non riversare sui figli il loro conflitto, poiché attraverso la mediazione si possono evitare quei problemi che altrimenti la coppia riverserebbe su di loro, questi problemi sono come si evince dal testo di I. Buzzi (p 328-330) :

  • – di condividere con il figlio la rabbia verso il coniuge, il mediatore in questo caso aiuterà ed incoraggerà i genitori a non sfogarsi con i figli sul comportamento dell’altro coniuge
  • – a riversare sui figli la rabbia nei confronti del coniuge, accade quando uno dei figli assomiglia all’altro genitore non solo fisicamente ma anche caratterialmente.
  • – Non fanno nulla per soddisfare le esigenze dei figli, perché intrappolati nella loro conflittualità.
  • – Trattano i figli come adulti, il mediatore in questo caso ricorda alla coppia quelli che sono i “sani” diritti di un bambino/ragazzo per poter crescere in maniera equilibrata.
  • – usano i figli come pegni emotivi, soprattutto quando usano il dolore dei figli come arma nei confronti dell’altro genitore.

In sintesi il ruolo del mediatore sarà orientata ad aiutare i genitori ad accogliere e rispettare i sentimenti del figlio, a farsene carico ed a gestirli, aiutandoli quindi a pianificare una buona strategia educativa.

Nel caso di eventi traumatici e conseguenti disabilità il ruolo della famiglia è messo a dura prova .

Qualunque sia l’età del bambino, per ottimizzare la resilienza e la capacità di resistenza bisognerebbe porre attenzione a tutta una serie di comportamenti e di conseguenza di rielaborazione delle relazioni sia interne che esterne, in modo da evitare che la confusione e lo shock che la malattia determinano, abbiano un grave impatto e siano affrontati ed integrati nella propria vita.

 4 FRATELLI E SORELLE DEI BAMBINI DISABILI (Sibling)

La particolarità della condizione di sibling, è costituita dal fatto che la loro crescita si compie attraverso un confronto costante con un fratello/sorella disabile e con genitori che devono gestire un trauma.

Il trauma dei sibling è molto diverso dal trauma dei genitori , poiché il dolore del sibling segue l’andamento dell’evoluzione attraverso le varie fasi di crescita di ogni bambino, tutto dipende dai messaggi e dalle informazioni che provengono dal contesto in cui crescono.

Lo sviluppo dei sibling è forse maggiormente faticoso rispetto a chi deve crescere alla presenza di altri fratelli o sorelle “normodotate”, questo rappresenta per loro una sfida. La loro crescita in questa esperienza porterà a personalità diverse ai cui estremi avremo da un lato personalità fortemente traumatizzate oppure persone con particolari capacità di adattamento (resilienza); quindi se l’esperienza viene affrontata in maniera adeguata all’età ed alle capacità del sibling, questo diventa un terreno molto fertile all’incremento di abilità sociali e relazionali.

In molti casi questi bambini si mostrano più tolleranti, di altri bambini e con un livello di sensibilità verso il dolore altrui molto elevato.

Questi bambini hanno bisogno di persone propense all’ascolto, poiché hanno la necessità di scambiare la loro emotività, di raccontare la situazione così come la percepiscono, attraverso l’ascolto e lo scambio, il sibling acquisisce una visione di se e degli altri realistica.

Kate Strohm, essa stessa una sibling, conferma che il legame che c’è tra il sibling e la sua famiglia è di preminenza di forte senso di appartenenza, ma si mescolano anche sentimenti confusi, come solitudine e paura, il legame è molto profondo ma l’incertezza e l’indefinitezza dell’ambito affettivo sono fattori di rischio che potrebbero portare i sibling a difficoltà anche serie nella vita di adulti.

L’autrice conferma che i segnali di disagio debbono essere ascoltati ed accolti per tempo.

Spesso il genitore che ha un figlio disabile ed un sibling dovrà andare dietro alle apparenze di eccessiva normalità, e cogliere in anticipo i segnali di disagio.

Ad esempio la scarsa socializzazione, oppure dei comportamenti provocatori potrebbero rappresentare la messa in atto di un espressione indiretta di emozioni forti e contrastanti.

Cosi come comportamenti altamente “perfezionisti” sono ancora più difficili da notare e soprattutto da associare al disagio, come essere molto bravi a scuola e nelle attività sportive.

Naturalmente come sottolinea l’autrice prestare attenzione ad alcuni segnali non vuol dire cercare a tutti i costi il risvolto patologico di alcuni passaggi che sono fisiologici della crescita di un bambino che sia sibling oppure no; si tratta invece di monitorare una condizione di crescita delicata e cercare di fare prevenzione attraverso il mantenimento di uno spazio di ascolto e di confronto.

Prendendo spunto dal libro di Bruce e Shultz dove raccontano la storia di un fratellino disabile di nome Max e dei suoi fratelli si può trarre uno scenario di comportamenti ed atteggiamenti da parte dei genitori nei confronti dei sibling e conseguenze sulla crescita dei sibling:

– come sopra evidenziato spesso i genitori di figli con patologie hanno difficoltà a rompere le preoccupazioni ansiose nei confronti della disabilità del proprio figlio. Un sibling a questo punto riceve da parte dei genitori il messaggio di “non esistere con i propri bisogni”, si sforzerà quindi di ridurre le fatiche dei propri genitori e cosi facendo riceverà sempre approvazione da parte loro; in questo modo il sibling potrebbe decidere che nella sua vita lo spazio per se sarà vincolato ai bisogni ed alla soddisfazione del fratello disabile e che darsi da fare per gli altri è forse l’unico modo per ricevere gratificazioni ed attenzioni.

– Il genitore di un sibling potrebbe sottovalutare le ansie e le paure proprie   della sua età. Non fare i conti con una normale e ragionevole ansietà determina indebolimento, è come se il genitore dicesse “ non essere te stesso, non avere l’età che hai”; il bambino quindi crea una falsa maschera di competenza , cercando di crescere in fretta. In questo modo il bambino risulta adultizzato, ed il suo sviluppo emotivo è forzato. In questo modo il bambino sviluppa delle competenza che non ha verificato sul campo.

– Spesso un sibling prova sentimenti anche negativi nei confronti del fratello disabile, cosi come nei confronti di qualsiasi fratello, ma in questo caso raramente il sibling si sente autorizzato emotivamente ad esprimere le proprie emozioni, in questo caso comincia quindi prima a negarle e poi li reprime, tutto questo causa però un’interpretazione dei propri sentimenti come la prova che sono cattivi. Coloro che si sentono arrabbiati nei confronti dei loro fratelli disabili possono provare profonda vergogna e sensi di colpa.

Inoltre per molti sibling esprimere queste emozioni potrebbe mettere a rischio l’immagine che cercano di presentare ai genitori, quella di bambini felici ed autonomi.

In sintesi bisognerebbe tenere sempre conto che la “condizione “ di sibling va sempre e costantemente monitorata, occuparsi di loro significa in prima istanza porsi verso di loro in una condizione di ascolto ed accoglienza; un sibling cerca di dar voce al suo complesso rapporto con la “normalità”.

5 FASI E SUPERAMENTO DELLA SITUAZIONE STRESSANTE

Le modalità con cui viene comunicata la diagnosi ha un peso notevole sull’impatto che questa avrà sui genitori e di conseguenza sulla famiglia, questo momento ed il successivo periodo di adattamento restano determinanti per avviare una relazione con il figlio; è necessario che i genitori abbiano gli elementi che permettano loro di capire il figlio, di rendersi conto dei suoi bisogni ed immaginarsi il futuro senza troppe ansie ed incertezze.

Tale impatto varia a seconda della gravità e della tipologia della malattia , oltre che in relazione alla situazione personale, familiare e sociale dei genitori.

Da una ricerca Ferri , definisce adeguata la notizia comunicata ad entrambi i genitori entro i primi tre giorni, inadeguata è invece la notizia comunicata ad un solo genitore, lasciandogli l’incombenza di darla all’altro; risulta inoltre inadeguata se la comunicazione è breve, lapidaria, e sottolinea solo gli aspetti negativi e ciò che il figlio non sarà più in grado di fare.

Questo tipo di comunicazione gioca un ruolo fondamentale nell’accettazione sia dell’evento traumatico che della malattia conseguente , sia l’inizio di un rapporto affettivo con il figlio.

La prospettiva della Family Stress e Coping Theory ha indagato gli effetti causati da cambiamenti imprevisti, interni ed esterni alla famiglia. Il principale modello elaborato da Hill prevede 3 variabili dalla cui interazione si origina la crisi; quest’ultima si genera non solo per effetto dell’evento stressante, ma sulla base delle risorse che il nucleo familiare riesce ad individuare e della percezione di gravità che la famiglia attribuisce all’evento.

La crisi si sviluppa inoltre, secondo un’evoluzione temporale a partire da un periodo di disorganizzazione, cui farebbe seguito la ricerca attiva di soluzioni, fino al raggiungimento di una nuova riorganizzazione.

Questo modello è stato arricchito da Burr di due importanti concetti:

  • – livello di vulnerabilità allo stress, strettamente collegato al fattore percezione della gravità dell’evento descritto da Hill, che determina diminuzione o paralisi delle risorse della famiglia
  • – potere rigenerativo, che serve a spiegare la variabilità nella capacità del sistema famiglia di riorganizzarsi dopo l’iniziale disorganizzazione

Fattori di rilevanza fondamentale sono: le caratteristiche positive nella relazione coniugale, il supporto informale, l’adattabilità, la coesione, ma soprattutto la percezione che la famiglia ha della situazione che se improntata alla negatività non consentirebbe di sfruttare tutte le risorse necessarie alla riorganizzazione.

La diagnosi può provocare nei genitori un forte trauma, legato alla discrepanza tra il bambino “ideale” ed il bambino “imperfetto” che la realtà presenta loro. Questo può causare una ferita narcisisitica che mette in discussione il ruolo genitoriale ed il rapporto di coppia. I genitori si trovano a dover elaborare la perdita del bambino atteso, e ad investire le cariche affettive sul figlio reale.

Il distacco dal bambino interno è fondamentale per la relazione del bambino “vittima” di evento traumatico con conseguenze di handicap anche lieve, poiché la mancata elaborazione può portare alla messa in atto di meccanismi di difesa come il diniego, la proiezione o la rimozione.

Una mancata elaborazione del trauma iniziale può portare i genitori a nutrire basse aspettative nei confronti del figlio. Questi atteggiamenti se protratti nel tempo sono negativi in quanto il genitore e la coppia non si misurano completamente e concretamente con la realtà e quindi con i bisogni reali del figlio e non si impegna a sufficienza nel trovare soluzioni adattive che assicurino un adeguato sviluppo del figlio.

Spesso da parte dei genitori esiste un bisogno profondo di riparazione del danno, per cui i genitori si sentono inconsciamente responsabili e quindi si colpevolizzano per quanto accaduto al figlio; in questo caso si può passare dall’ansia alla depressione ed i comportamenti che verranno messi in atto possono essere sia di negazione e rifiuto della malattia stessa o del figlio oppure di iperprotezione.

La disabilità del figlio viene percepita dai genitori mediante il superamento di alcune fasi che servono a riorganizzare l’intero sistema:

  • Fase dello shock, i genitori attraversano una gamma di situazioni e condizioni emotive, che a volte perdurano per lunghi periodi di tempo. L’incredulità, rispetto quanto capitato loro, lo sconforto, l’impotenza ed il rifiuto ad accettare i fatti e ciò che questi comportano, spingono entrambi i genitori ad una disperata ricerca di uno specialista che possa risolvere con terapie e trattamenti il problema del loro bambino.
  • Fase del lutto, in cui l’elemento depressivo sembra preponderante rispetto a tutti gli altri. Caratterizzato da sentimenti di tristezza, sconforto ed una visione buia e negativa sul futuro del proprio figlio, della propria famiglia e di se stessi. I genitori possono presentare le seguenti condizioni psicologiche:
    • – negazione o rifiuto del problema
    • – depressione o rabbia
    • – sottostima o sovrastima dei problemi del figlio
  • Rielaborazione del lutto e recupero di una visione più realistica e positiva del problema. In questa fase è importantissima la rete di supporto interna alla famiglia per l’accudimento del figlio malato. Il raggiungimento di un equilibrio soddisfacente è collegato alla cooperazione dei genitori, ad una suddivisione dei compiti percepita come soddisfacente dalle persone coinvolte, alla qualità del rapporto coniugale ed alla partecipazione di altri componenti appartenenti al nucleo familiare (Manetti & Fasce).

6 RESILIENZA

“In psicologia, la resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà. È la capacità di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza perdere la propria umanità.

Persone resilienti sono coloro che immerse in circostanze avverse riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti.” (Wikipedia)

Nel suo libro “La strategia dell’orso bianco” Moritz Huber racconta attraverso l’esperienza di un piccolo orso abbandonato e rifiutato dalla sua mamma come fare a sviluppare questa capacità.

“esistono meccanismi di protezione che permettono di condurre una vita soddisfacente, nonostante circostanze avverse. Questi meccanismi di protezione comprendono innanzitutto la presenza di una base sicura in una relazione stabile e fiduciosa. Se non è possibile sviluppare questa relazione con i genitori, ciò può avvenire con altri membri della famiglia, con i parenti più stretti, con i fratelli, con i nonni, insegnanti o amici. A questi meccanismi di protezione appartiene la capacità di credere in se stessi e di accettare l’aiuto degli altri, nonché la volontà di risolvere i propri problemi. Ed infine saper assumere la responsabilità di se stessi e per gli altri. (p. 23)”

Quindi a parità di condizioni di partenza difficili, mentre alcuni individui accettano apertamente il loro destino difficile e tentano di ottenerne il meglio, altri se ne lamentano per tutta la vita e sprecano quindi l’opportunità di maturare grazie alle difficoltà che incontrano.

Il resiliente non si sente vittima delle circostanze, poiché sentirsi tale vorrebbe dire attribuire la responsabilità della propria condizione ad altri.

CONCLUSIONI

Quando una coppia si forma e decide di formare una famiglia, forma già una personalità che è espressione e sintesi di entrambi i soggetti, questa personalità cresce e si amplifica con la nascita dei figli.

Ognuno di noi davanti a situazioni difficili ha diversi modi di reagire, cosi la coppia e la famiglia in quanto personalità reagisce in maniera diversa.

Giocano ruolo fondamentale le caratteristiche proprie dei soggetti che compongono sia la coppia e di conseguenza la famiglia.

In alcuni casi la conflittualità “normale” viene esasperata, e tutto diventa più difficile, si entra in una tempesta di emozioni dove un granellino di sabbia diventa montagna.

In quei casi il ruolo del mediatore come facilitatore delle relazioni, diventa fondamentale. Attraverso l’utilizzo di varie tecniche di facilitazione della comunicazione, il mediatore riuscirà a creare un ponte tra i soggetti in conflitto, farà emergere i bisogni latenti e le motivazioni che stanno dietro al conflitto e permetterà ad entrambi le parti di riconoscere l bisogni dell’altro come legittimi.

L’assenza di giudizio del mediatore e l’equiprossimità nei confronti dei soggetti permetterà loro di aprirsi in un confronto sano e leale, a tutto beneficio sia della coppia che della famiglia.

Il dolore di una malattia tradisce sempre il bisogno di sicurezza di tutti i soggetti coinvolti all’interno della relazione, il mediatore può aiutare la coppia e la famiglia a creare un luogo sicuro all’interno del quale le emozioni possano esprimersi, in quel luogo non c’è giudizio, non c’è giusto o sbagliato, non ci sono né vincitori né vinti, in quel luogo c’è accoglienza ed i bisogni diventano legittimi in quanto fanno parte dei soggetti coinvolti nella relazione.

Bibliografia

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– Franchini (2011) amore non è amare. Casa ed. Mondadori, Milano

– R. Ferri (1996) il bambino con sindrome down. Tecniche di intervento nei primi anni . Casa Ed Il Pensiero Scientifico Roma

– I. Buzzi e J.M. Haynes (2012) : Introduzione alla mediazione familiare. Casa ed. Giuffrè Editore

– R. Hill (1949) Family under stress, Casa ed. Harper & Row, New york

– W. Burr (1982) Family under stress, Family stress, coping and social support, CC Thomas Publisher, Springfield, Illinois.

– M. Manetti & C. Fasce (2002) Effetti del supporto sociale , la famiglia di fronte alla disabilità, stress, risorse e sostegni. Casa ed. Erickson, Trento.

– A.H. Maslow (2010) motivazione e personalità . Casa Ed. Amando Editore

– K. Strohm (18 febbraio 2006). Siblings. Sostenere I fratelli di bambini con disabilità. Atti del seminario, Fondazione Ariel, Rozzano.

– J. BRUCE C.L. SCHULTZ (2001) “Non-finite loss and grief: a psyco-uducational Approach”. In QUADERNI DI PSICOLOGIA, ANALISI TRANSAZIONALE E SCIENZE UMANE (2008) Andrea Dondi

– Huber (2009) La strategia dell’orso bianco. Casa ed. TEA, Varese

La separazione personale dei coniugi, il divorzio, e la separazione delle coppie di fatto con figli, alla luce delle più recenti riforme. Convegno Verona 6-7 giugno 2015

La separazione personale dei coniugi, il divorzio, e la separazione delle coppie di fatto con figli, alla luce delle più recenti riforme. Convegno Verona 6-7 giugno 2015

L’avv. Giovanna Condò è avvocato e socio fondatore dell’Istituto di Diritto di famiglia (IDF) e della Camera Civile di Milano. Ha contribuito in modo importante al convegno, illustrando: la separazione personale dei coniugi, il divorzio, e la separazione delle coppie di fatto con figli, alla luce delle più recenti riforme.

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Gestire le questioni economiche in mediazione familiare. Convegno Verona 6 e 7 Giugno 2015

Gestire le questioni economiche in mediazione familiare. Convegno Verona 6 e 7 Giugno 2015

Gestire le questioni economiche in mediazione familiare, permette alla coppia di affrontare, con l’aiuto di una persona sensibile, competente e non giudicante i significati simbolici del denaro per loro personalmente, nella loro relazione di coppia e nel loro ambiente familiare. Questo percorso permetterà alla coppia di avere le idee più chiare rispetto alla gestione di questo conflitto e al suo superamento.

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La deontologia dell’avvocato nei conflitti familiari che coinvolgono i minori. Convegno Verona 6 e 7 Giugno 2015

La deontologia dell’avvocato nei conflitti familiari che coinvolgono i minori. Convegno Verona 6 e 7 Giugno 2015

L'vvocato De Santi è responsabile AIAF, Associazione italiana degli avvocati per la famiglia e per i minori, per la provincia di Verona

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Comunicare ai bambini la separazione dei genitori con la fiaba. Convegno Verona 6 e 7 Giugno 2015

Comunicare ai bambini la separazione dei genitori con la fiaba. Convegno Verona 6 e 7 Giugno 2015

Quando due adulti decidono di separarsi provano rabbia, paura, dolore, litigano, si raccontano e si sfogano con amici, colleghi, professionisti e i loro bambini cosa proveranno, cosa capiranno, con chi potranno confrontarsi?

Senz’altro anche loro hanno paura, provano rabbia, sensi di colpa e dolore, hanno bisogno di capire, di parlare, di esprimere i loro timori e mettere un po’ di ordine in quella confusione ma tutto ciò non è così facile per un bambino e per i genitori è altrettanto difficile spiegarlo, scegliere le parole giuste, se esistono!, infondergli la sicurezza che continuerà ad essere amato. E allora perché non provarci con una fiaba? Uno strumento prezioso per spiegare situazioni difficili come la separazione, può servire a calmare il dolore, ad aiutare ad accettare la realtà.

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Il minore tra l’ascolto del giudice e lo stra-giudiziale. Convegno Verona 6 e 7 Giugno 2015

Il minore tra l’ascolto del giudice e lo stra-giudiziale. Convegno Verona 6 e 7 Giugno 2015

Prof.ssa Daniela Pajardi è Associato di Psicologia Giuridica, Direttore del Centro Ricerca e Formazione in Psicologia giuridica dell’Università di Urbino, Consulente Tecnico del Tribunale di Milano

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La mediazione civile e commerciale in famiglia. Convegno Verona 6 e 7 Giugno 2015

La mediazione civile e commerciale in famiglia. Convegno Verona 6 e 7 Giugno 2015

Il dott. Nicola Giudice, responsabile del Servizio di conciliazione istituito presso la Camera Arbitrale della Camera di Commercio di Milano, ci ha parlato dell’esperienza della Camera di Commercio di Milano in merito alla creazione del servizio di Mediazione Civile e Commerciale, e dell’esperienza più recente, quando la lite nelle materie obbligatorie ex D.Lgs. 28/2010 vedono coinvolte le famiglie.

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La mediazione nella famiglia ormai violenta. Convegno Verona 6 e 7 Giugno 2015

La mediazione nella famiglia ormai violenta. Convegno Verona 6 e 7 Giugno 2015

di Claudia L. Giustiniani

Laureata in giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca, è in Camera Arbitrale di Milano dal 2011, dove ricopre il ruolo di case manager presso il servizio di Conciliazione. È mediatore civile e commerciale, oltre che mediatore penale.

Convegno Nazionale 6-7 giugno 2015 – Verona Hotel Leopardi

Buon pomeriggio.
Un sincero ringraziamento a Isabella Buzzi per l’invito che ho ricevuto e un particolare grazie a Isabella, per aver colto lo spirito che mi anima e che mi appassiona, giorno dopo giorno, e che da anni, ormai, alimenta la mia voglia di ‘infilarmi’ nei conflitti altrui.
Risale alla notte dei tempi la mia prima volta in mediazione.
Non ho scelto una via semplice e priva di coinvolgimento personale. Più di dieci anni fa ho incontrato la mediazione penale.
Brevemente la mia storia. Si, perché la mediazione parla di storie di uomini, e attraverso la mia, provo a dare voce a tutti gli incontri che ho fatto in questi anni.
Eccomi. Dopo tre anni di economia e commercio, sento una forza in me che mi fa cambiare facoltà.
Un fuoco. Da grande farò il giudice minorile.
Passo alla facoltà di giurisprudenza, prediligendo la branca penalistica e comincio a informarmi sulla migliore preparazione, oltre a quella giuridica, per diventare un buon giudice minorile. Quello che si occupa dei reati minorili. Quello che interviene, e forse, nel mio ideale, può restituire un senso alla giustizia degli uomini, quando il reo è un minore.

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Dopo la separazione: la Mediazione familiare e i Gruppi di parola per figli di genitori separati, risorse sinergiche e complementari. Convegno Verona 6 e 7 Giugno 2015

Dopo la separazione: la Mediazione familiare e i Gruppi di parola per figli di genitori separati, risorse sinergiche e complementari. Convegno Verona 6 e 7 Giugno 2015

Beatrice Morandi si è laureata presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano. È mediatrice familiare iscritta all’A.I.Me.F.

Esercita la libera professione a Milano e nell’hinterland milanese. Lavora per una realtà del terzo settore di Milano, dove si occupa di affido familiare, di supporto alla genitorialità e di progetti socio-educativi a favore di minori e famiglie in difficoltà. Dopo essersi diplomata in una scuola di recitazione di Milano e aver frequentato a Roma l’alta scuola internazionale di formazione per attori professionisti PPA, ha lavorato come attrice, assistente alla regia, insegnante di teatro. Sviluppando le competenze derivanti dalla sua formazione artistica, attualmente lavora come formatrice sia in contesti aziendali che in contesti di fragilità sociale e conduce percorsi formativi rivolti a professionisti specificamente impegnati nel lavoro di relazione e ascolto, utilizzando il linguaggio teatrale come strumento di educazione non formale per facilitare processi di comunicazione e di coesione nei gruppi di lavoro.

Quando, nel corso della mia esperienza professionale come formatrice, mi sono trovata a condurre gruppi di parola rivolti a minori, mi ha sempre stupito constatare come bambini e ragazzi, posti all’interno di un contesto di gruppo sereno, protetto e capace di facilitare e stimolare la comunicazione, la riflessione e il confronto tra pari, sappiano accogliere e vivere con estrema naturalezza tale proposta di condivisione, risultando competenti, ricettivi e capaci di trovare parole e significati in relazione alle esperienze vissute. Pur credendo fermamente nella necessità di offrire a qualunque minore, bambino o ragazzo, che stia attraversando un momento difficile nel proprio personale percorso di crescita, un’attenzione individuale ed uno spazio di sostegno relazionale costruito ad hoc sulle sue esigenze, sono altresì convinta dell’importanza e dell’opportunità pedagogica di proposte educative che, attivando un processo naturale di passaggio di conoscenze, emozioni ed esperienze tra i membri di un gruppo in relazione ad una stessa problematica, facilitano la trasmissione orizzontale del sapere e l’acquisizione di competenze, rendendo possibile, di conseguenza, un cambiamento.

In ragione di ciò, quando mi sono trovata a prendere in considerazione, nel panorama italiano attuale, le diverse possibilità di declinazione del lavoro improntato al sostegno della famiglia a seguito della scelta, da parte di una coppia con figli, di separarsi, è stato per me estremamente interessante avvicinarmi ad un modello specifico di gruppo di parola, il Gruppo di parola per figli di genitori separati, da qualche anno sperimentato, praticato e diffuso anche in Italia.
L’intento del lavoro qui proposto è quello di riflettere sulla possibilità, da parte di due strumenti specifici, la Mediazione familiare e i Gruppi di Parola per figli di genitori separati, di poter contribuire, in maniera complementare e sinergica, a sostenere genitori e figli in relazione ai bisogni che, nel corso della separazione, si produrranno in capo ai diversi componenti della famiglia. Pongo dunque l’attenzione sui punti di intreccio e sulle differenze tra le due proposte per verificare le potenzialità di entrambi gli strumenti nel sostenere genitori e figli in modo tale che essi stessi riescano a far fronte, in maniera il più possibile consapevole, serena ed efficace, all’evento critico della separazione e ai numerosi cambiamenti che esso comporta.

Se gli adulti possono scegliere con facilità interlocutori a cui parlare della propria separazione e contesti in cui affrontarla, per i figli di genitori separati, generalmente dopo un primo periodo di assestamento in cui mettere parole sulla separazione dei propri genitori risulta difficile e poco funzionale, è poi complicato, nel momento in cui ne sentano il desiderio, avere occasioni per esprimersi su quello che vivono nella propria famiglia. Il gruppo di parola, in questo senso, ha la funzione, per i bambini e ragazzi che vi partecipano, di accendere e innescare, proprio come una miccia, un processo personale positivo di elaborazione e superamento della crisi, di aiutarli ad assumere un ruolo attivo nelle decisioni che riguardano la loro vita nel processo di cambiamento, anche radicale, che caratterizza la separazione dei genitori.

Può il lavoro proposto nei Gruppi di parola per figli di genitori separati essere utilizzato dal mediatore familiare e, viceversa, può il lavoro proposto in Mediazione familiare essere utilizzato dal conduttore di Gruppi di parola? Tratterò la questione analizzando il rapporto tra la mediazione familiare e il gruppo di parola: lavoro indiretto sui figli in un lavoro diretto con i genitori versus lavoro diretto con i figli in un lavoro prevalentemente indiretto con i genitori.

Per contatti: beatricemorandi@hotmail.com

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La Mia Esperienza di Mediatrice Familiare

La Mia Esperienza di Mediatrice Familiare

Una rivoluzione copernicana: niente pareri, diagnosi o sentenze

Quando mi sono interessata per la prima volta della mediazione familiare era il 1988. Stavo interessandomi alla mia futura tesi di laurea, ero negli Stati Uniti, dove la mediazione si era già diffusa da oltre un ventennio e dal 1978 Jim Coogler l’aveva ufficialmente applicata alle situazioni di divorzio. Mi apparve fin da subito una buona opportunità per tutta la famiglia in casi di lite, dato che quando si operava attraverso la consulenza tecnica l’esperto era costretto a scegliere in un contesto antagonistico di valutazione, dove i genitori non venivano affatto spinti a collaborare, semmai erano affiancati nel combattere l’uno contro l’altra.

Non molto tempo dopo tornai a caldeggiare l’applicazione della mediazione familiare con il mio mentore, il prof. Assunto Quadrio Aristarchi, il quale essendo consulente tecnico del tribunale e avendo riconosciuto il mio interesse per i figli dei divorziati mi aveva consigliato di specializzarmi nell’osservazione dei minori in casi di affido. Partecipammo al primo convegno europeo sulla mediazione familiare, in Normandia, perché intuimmo la portata della rivoluzione copernicana della mediazione familiare: lasciare che i genitori risolvessero le loro divergenze in prima persona (senza un esperto che ricevesse la loro delega a trattare o a combattere), stando loro accanto per rinforzare le loro capacità e il loro senso di responsabilità. Voleva dire che, nonostante il conflitto, i genitori sarebbero arrivati all’accordo senza pareri, disposizioni, sentenze o prescrizioni.

Mi ci dedicai e, con l’appoggio del professore, feci una formazione specifica recandomi negli Stati Uniti, dove fui anche ospite e allieva di sette mediatori familiari in differenti Stati, tra i quali soprattutto John Haynes e Lenard Marlow. Imparai da i mediatori familiari statunitensi, e da molti altri ancora in Europa e in Italia ho continuato ad imparare negli anni, compresi i miei clienti.

Il valore aggiunto della mediazione familiare nasce dal fatto che è un modo talmente positivo e accogliente di affrontare i conflitti familiari, che tutti noi mediatori lo sceglieremmo per primi in caso di bisogno.

A che cosa serve il mediatore familiare

Quando siamo in lite con qualcuno e ci rivolgiamo al mediatore familiare, il mediatore non ci giudica, ma ci capisce! Capisce il nostro carattere, capisce i nostri bisogni, capisce anche perché stiamo così male e siamo arrabbiati. Certo, non ci dirà che abbiamo ragione, ma nemmeno ci dirà che abbiamo torto, perché non si schiererà a favore nostro o dell’altro, resterà accanto ad entrambi senza cercare di risolvere per noi il nostro problema.

In mediazione familiare possiamo essere noi stessi, verremo accolti con dignità.

Ci sentiremo ascoltati e troveremo qualcuno che ci aiuterà a fare chiarezza, anche, ad esempio, sull’utilità o meno del percorso di mediazione familiare stesso. Qualora il problema richiedesse il parere dell’avvocato, il mediatore familiare incoraggerà ci incoraggerà a rivolgersi all’avvocato, se richiedesse il parere del sessuologo o dello psicologo, o dell’educatore, con lui ne parleremmo e pianificheremmo il modo migliore per consultare l’esperto più adatto. In ogni caso il mediatore familiare, per deontologia professionale, si atterrà solo alle proprie competenze e ci aiuterà a rivolgerci ad un altro operatore o ad un esperto tutte le volte che sarà opportuno.

Le sue competenze sono di carattere pratico, il mediatore familiare è l’esperto della gestione positiva della conflittualità familiare. Il mediatore familiare ci aiuta a comunicare meglio perché altrimenti nemmeno lui potrebbe capire ma, soprattutto, il mediatore familiare ci fa sentire degni di rispetto, nonostante sappiamo di avere anche commesso degli errori.

Mediare non vuol dire “cedere”

In mediazione familiare anche chi non è un esperto negoziatore può riuscire a raggiungere il suo obiettivo. Molti erroneamente pensano che mediare significhi accettare compromessi, ma non è affatto così. Mediare significa affrontare con coraggio i propri conflitti in famiglia e sostenere con decisione i propri punti di vista, i propri interessi, i propri bisogni, per poi discutere e trovare una soluzione che ci faccia sentire soddisfatti. Ognuno in mediazione porta avanti i propri interessi, ma anche i propri bisogni.

Risolvere una disputa basandosi solo sugli interessi in gioco, infatti, per il mediatore è un risultato positivo ma parziale e di breve durata. Il mediatore famigliare vorrebbe aiutare le famiglie, ma solo se vorranno perché il mediatore rispetta la volontà dei partecipanti, ad affrontare davvero i loro conflitti, con tutti i risvolti esistenziali, morali ed emotivi, per pianificare davvero un futuro accettabile per tutti.

Mediare significa soprattutto affrontare e risolvere i conflitti, il risultato della mediazione familiare solo a volte è l’accordo scritto, molto più spesso l’accordo scritto non serve, perché i partecipanti hanno imparato a “sciogliere” ciò che rende ostile la relazione: hanno affrontato le loro divergenze con dignità e rispetto.

Perché scegliere la mediazione familiare

Alcuni scelgono la mediazione familiare perché la loro relazione è così compromessa che pensano che l’unica soluzione per tornare a stare sereni sia la separazione coniugale e preferiscono affrontare questo evento insieme.

Sono preoccupati. Temono di ferire irrimediabilmente i propri figli. Guardano al proprio futuro economico e si sentono impoveriti. Devono affrontare una solitudine che, quasi sempre, per almeno uno dei due è un’imposizione disperante. Ci sono i nonni e gli altri parenti da informare… Come dirlo ai bambini? Se ci si mette nei loro panni, hanno ragione ad essere preoccupati. La separazione coniugale è uno degli eventi più stressanti, dopo la morte del coniuge.

Per le coppie di Fede cattolica la situazione è complessa anche dal punto di vista morale: quando si prende un impegno legale tale impegno può essere ridiscusso, ma è stato preso un impegno religioso e morale, esistenziale. La sofferenza esistenziale del cristiano che non riesce a far funzionare il proprio matrimonio è radicale, occorre che ne parli con il sacerdote, certamente, ma occorre anche che riesca a gestire, affrontare e pianificare il futuro della propria famiglia con responsabilità. In mediazione familiare è possibile affrontare ogni problema, per trovare la soluzione pratica che meglio rispetti i propri valori e quelli dell’altro genitore.

Per altre famiglie, invece, il conflitto sta radicandosi nella relazione, ma c’è ancora tanta voglia di superarlo positivamente, la speranza è quella di evitare la separazione. La mediazione familiare è di aiuto, perché nasce proprio per il superamento positivo dei conflitti: insegna a “litigare bene”.

E’ normale che in famiglia ci siano contrasti o conflitti, soffocare le differenze, le divergenze, le distanze non corrisponde automaticamente ad avere una famiglia felice, corrisponde piuttosto a vivere in una famiglia soffocante, o falsa. L’assenza di conflitto, in ogni gruppo, è segno di patologia.

La coppia fra amore e solitudine

Attualmente in Italia fallisce quasi un matrimonio su tre. D’altro canto, è pur vero che molti matrimoni durano per sempre e che una piccola percentuale di essi (circa il 10%) dura in modo felice. Il partner deve entrare e restare nel nostro mondo dell’amore, e noi nel suo, nel modo più pieno possibile. L’innamoramento non è una condizione facilitante la riuscita del matrimonio, il volersi bene sì.

Quando l’altro è incapace di amare

Se un individuo è capace di amare in modo produttivo ama anche se stesso; se può amare solo gli altri, non può amare completamente. L’egoista vede il mondo esterno solo dal punto di vista di ciò che può ricavarne; non ha interesse per le necessità degli altri familiari, né rispetto per la loro dignità e integrità: è fondamentalmente incapace d’amare, persino se stesso. In famiglia si riscontra anche il polo opposto: l’altruista nevrotico. La persona “altruista” non vuole niente per sé; vive solo per gli altri, o per i figli, a volte si vanta di non considerarsi importante. Ad onta del proprio altruismo, però, è assai infelice e i suoi rapporti con chi lo circonda non l’appagano. E’ inibito nelle proprie capacità di amare e di godere, è pieno di ostilità verso la vita e, dietro la facciata dell’altruismo, si nasconde un sottile ma intenso egocentrismo.

Vivere una relazione familiare infelice, senza amore, può logorare anche la salute fisica dei suoi componenti.

I figli possono diventare difficili, ingestibili, oppure possono annullarsi o arrivare a sviluppare patologie fisiche o psicologiche (queste famiglie, oltre che della mediazione per riaprire e facilitare la comunicazione tra i genitori, hanno bisogno di aiuti specialistici).

La soluzione più drastica, per un coniuge nelle condizioni descritte, è l’abbandono dell’altro a se stesso attraverso la separazione coniugale, ma si può anche cercare di superare queste difficoltà senza “abbandonare il campo”, sia attraverso la mediazione dei conflitti in famiglia, sia attraverso il counseling personale o di coppia, oppure, quando necessario, attraverso la psicoterapia di coppia o individuale (cfr. la sezione Servizi al pubblico).

Quando i rapporti sessuali sono un problema

C’è anche chi s’interroga sulla diminuzione dei rapporti sessuali, considerandoli un indice del buon funzionamento del rapporto di coppia, oppure anche come un modo di comunicare appieno col partner o un’importante necessità psico-fisica, ma forse anche perché desidera avere un figlio. Di fatto, una coppia dove non c’è sesso può essere coesa e fondarsi sull’amicizia, ma può essere molto limitante per chi desidera una vita sessuale attiva, quindi potrebbe rivolgersi altrove in cerca di un partner sessuale. Tuttavia, dove ci sono tradimenti vengono meno i requisiti della stabilità e della fiducia. Il tradimento è difatti il più evidente segnale di crisi del rapporto di coppia. Peraltro occorre considerare anche la posizione di chi di contro vive un momento di forte calo della propria libido e non sente il desiderio di avere rapporti erotici, li vive come una costrizione necessaria per gratificare il partner o addirittura come disgustosi, dolorosi o umilianti. Non è per niente facile parlarne per i partner, in quanto sono proprio l’intimità e l’autostima ad essere state compromesse attraverso il cattivo vissuto dei rapporti sessuali, ma la comunicazione interrotta ferisce entrambi e può portare alla rottura del legame. Con l’aiuto del mediatore familiare, se la questione ha acceso la conflittualità della coppia, è possibile riflettere e affrontare serenamente il problema e decidere insieme quale sia il modo migliore per gestirlo positivamente per entrambi.

Quando i propri genitori sono un problema per l’altro

Infine, anche genitori e suoceri possono suscitare contrasti e liti e diventare un grave problema che porta all’allontanamento e, persino, alla separazione. Ci sono legami talmente forti con la propria famiglia d’origine (quella da cui proveniamo), che possono compromettere la realizzazione della nostra famiglia di elezione (quella che abbiamo deciso di realizzare con il nostro/la nostra partner). Vuoi perché siamo ancora molto legati affettivamente, o economicamente, o logisticamente, fatto sta che questo rapporto di dipendenza, che in fondo non ci pesa affatto, può risultare non altrettanto sereno per l’altro/a. La presenza fisica o mentale costante dei suoceri, o più tipicamente della suocera, viene da sempre considerata un’intromissione fastidiosa nella ricerca della complicità coniugale. Quando ci si sposa non si sposano i genitori del partner né il partner deve sposare i nostri.

Con la necessità di aiuti, dettata dalla nascita dei propri figli da un lato e dalla ripresa dell’attività lavorativa di entrambi dall’altro lato, un aiuto è necessario e i nonni che sono disponibili a collaborare possono rappresentare un aiuto importante. Affrontare e discutere delle difficoltà che il nostro partner ha nei confronti dei nostri genitori è un segno di rispetto e di amore che può salvare un rapporto coniugale. Far finta di non capire in quali disagi si trovi, o capire ma non fare nulla, alla lunga logora il rapporto. Occorre parlare con attenzione e rispetto delle difficoltà, per poi cercare insieme soluzioni condivise che non facciano sentire né l’uno né l’altra a disagio.

Abbiamo accennato solo ai problemi più comuni all’interno del rapporto di coppia, per segnalare che se si è in una situazione di sofferenza, se si nutrono emozioni che allontanano dal partner, se si hanno difficoltà concrete all’interno della famiglia e il conflitto sta diventando sempre maggiore, sempre più distruttivo e fuori controllo, la mediazione familiare aiuta a “litigare bene”, ovverosia a trovare soluzioni condivise.

Un Genitore può Sbagliare per Troppo Amore

Un Genitore può Sbagliare per Troppo Amore

Amore non è dipendenza affettiva

L’amore è la maggiore espressione della maturità umana (Erich Fromm, L’arte di amare, Mondadori, 1996). 

Sentire l’amore come “atto di dare”, presuppone la conquista di un atteggiamento prevalentemente produttivo, dove ciascuno di noi, come individuo, ha vinto l’illusione della propria assoluta indipendenza, l’onnipotenza narcisistica, il desiderio di sfruttare gli altri, e ha preso fiducia nelle proprie capacità umane.
Nella misura in cui abbiamo la sensazione che ci manchino qualità e capacità, abbiamo paura di dare noi stessi e, quindi, abbiamo anche paura di amare.
L’amore si fonda su alcuni elementi comuni: la premura (o cura), la responsabilità, il rispetto (che esiste solo sulle basi della libertà) e la conoscenza.
Ovviamente ci sono differenze tra le varie forme d’amore presenti nella coppia, legate all’oggetto amato: a) l’Amore fraterno (amore disinteressato); b) l’Amore materno (amore altruistico); c) l’Amore erotico (desiderio sessuale).
Quando si parla di amore nella coppia, tuttavia, è importante chiarire che le unioni simbiotiche non sono amore. Nell’unione simbiotica di coppia i corpi sono indipendenti, ma psicologicamente sono fusi come lo sono la madre e il feto: è fusione senza integrità (Nicola Ghezzani: Quando l’amore è una schiavitù. Come uscire dalla dipendenza affettiva e raggiungere la maturità psicologica, Le Comete Franco Angeli, 2006).
La forma passiva dell’unione simbiotica è quella della sottomissione. La persona rinuncia alla propria integrità e fa di se stessa lo strumento di qualche cosa o di qualcuno al di fuori di se stessa.
La forma attiva di fusione simbiotica è il dominio: anche il sadico è legato a chi gli è succube; non può nemmeno vivere senza l’altro.
La dipendenza affettiva ha radici nell’infanzia: quando i genitori lasciano insoddisfatti i bisogni infantili, costringendo i figli ad adattarsi imparando a limitare i loro bisogni, è possibile che essi arrivino a formulare pensieri del tipo “I miei bisogni non hanno importanza, non sono degno di essere amato”. Da adulti, questi “bambini non amati” hanno una maggiore dipendenza affettiva dagli altri, dipendono da loro per quanto concerne il proprio benessere psico-fisico e la soluzione dei propri problemi. Vivono nella paura di essere rifiutati, scappano dal dolore, non hanno fiducia nelle proprie capacità e si giudicano persone non degne d’amore.
Il legame affettivo tra genitore e figlio è l’amore primigenio, costituisce per tutti la forma primaria d’amore e si struttura come matrice delle esperienze sentimentali successive.
L’amore tra genitore e figlio ha la caratteristica, unica nella vita di ogni essere umano, di realizzarsi tra individui che non si sono precisamente “scelti l’un l’altro”, ma che si trovano uniti in un rapporto inscindibile. Il genitore proietterà sul figlio le proprie aspettative,  i propri sogni da realizzare e le proprie ansie; il figlio lotterà per affermarsi e per sentirsi amato “così com’è” ma, così come è per alcuni genitori, anche molti figli possono impiegare una vita ad accettare i propri genitori per quello che sono. 

Quando i genitori non si amano, ma amano i figli

Al di là delle figure idealizzate della famiglia e dei ruoli materno e paterno che la società ci induce a desiderare,  oggi le coppie sono spesso stanche, nevrotiche, divise, a volte sfibrate sin dall’origine, possono, senza dirselo e ancor meno saperlo, generare un figlio per se stessi, o con l’intento maldestro di ridare un senso alla coppia e stabilire, grazie alla maternità o alla paternità, una tregua all’infelicità coniugale.
Enrico Maria Secci in “Genitori che manipolano i figli – La dipendenza affettiva in famiglia”, Blog Therapy, 20-04-2015 (http://enricomariasecci.blog.tiscali.it/2015/04/20/genitori-che-manipolano-i-figli-la-dipendenza-affettiva-in-famiglia/?doing_wpnew_cron), fa diversi esempi della manipolazione dei genitori sui figli:
– il genitore che utilizza il bambino, per lo più inconsciamente, per avvantaggiarsi dell’affetto del coniuge, o per controllarlo
– il genitore che investe il figlio del ruolo, per altro insostenibile, di soddisfare i suoi bisogni affettivi, di compensare la sua infelicità coniugale e/o esistenziale
– il genitore che utilizza il figlio come “banca genetica” e lo sottopone a pressioni affinché riproduca e conservi l’identità della “famiglia”, riproducendo –magari in forma migliorata, compensando i “sogni mancati” della madre o del padre– il percorso dei genitori
Per quale motivo un genitore finisce col “manipolare” il proprio figlio se lo ama? La sensazione che ho avuto incontrando i miei clienti, è che questa manipolazione nasca dalla sofferenza personale di un genitore, dal suo disagio, dalla sua solitudine: per amare davvero occorre “dare” e non “prendere”, ma per riuscire a dare oltre al “latte” (il nutrimento fisico) anche il “miele” (il nutrimento affettivo) occorre essere persone felici. 

Genitori troppo presenti

Un genitore infelice diventa dipendente dal figlio “affettivamente”, ciò si evidenzia anche nell’eccessivo controllo e nell’apprensione abnorme per qualunque manifestazione di autonomia del figlio, vissuto non come individuo a sé, autonomo e capace, ma come una fragile e inadeguata promanazione della madre e/o del padre (Foster W. Cline, M.D e Jim Fay, Parenting with Love and Logic: Teaching Children Responsibility, 1990). E’ stato evidenziato come la moderna figura parentale del “genitore elicottero”, ovverosia quel genitore che è molto vicino ai figli e li aiuta a superare tutti gli ostacoli che incontrano, soprattutto in ambito scolastico, sia una figura ansiosa che genera ansia nei figli. I “genitori elicottero” sono sempre “sopra” i propri figli e cercano di provvedere ai loro bisogni, indipendentemente dall’effettivo bisogno dei figli di vedersi risolti tutti i problemi, spesso ancor prima che si presentino: come elicotteri, ronzano perennemente sopra la testa e la vita dei propri figli. Una sorta di iper-presenza non solo fisica ma anche psicologica, che spesso appare esagerata sia in termini quantitativi sia in termini qualitativi, perché impedisce al figlio di affrontare e superare quelle difficoltà che, una volta vinte, accresceranno il suo senso di autostima e di fiducia nelle proprie capacità.

 Rinunciare a separarsi per “il bene” dei figli

Molti genitori, infelici nella vita coniugale, affermano di soprassedere alla propria separazione solo per evitare ai figli il dolore di una famiglia disunita. La sociologa Christine Carter (Raising Happiness: 10 Simple Steps for More Joyful Kids and Happier Parents, Ballantine Books, 2010), ha letto diversi studi al riguardo e sostiene una cosa: non è tanto lo stare insieme o il divorziare che influenza in un modo o nell’altro la crescita dei bambini, quanto la qualità della relazione.
A contare non è la collocazione geografica dei genitori (nella stessa casa o in due case diverse), ma è la qualità della relazione genitoriale: che si rimanga insieme o meno, l’importante è curare delle relazioni sane. È l’esposizione dei bambini a conflitti, litigi, dispetti, dis-comunicazioni ecc. a causare i problemi. In altre parole: che stiano insieme o no, genitori infelici creano bambini infelici.
Quando un figlio vive le manipolazioni genitoriali di una coppia irrisolta, simbiotica o infelice, purtroppo non tarderà a restituire ai genitori il peso della responsabilità inaccettabile di cui lo hanno gravato. Ci sarà un momento nel suo ciclo di vita – l’infanzia, l’adolescenza o la prima età adulta- in cui il figlio sentirà la necessità di sottrarsi alla disfunzionalità affettiva di cui, egoisticamente anche se inconsapevolmente, è stato oggetto, a volte sin dal concepimento.
L’adolescenza dei figli è sempre e comunque un momento di crisi per ogni famiglia, tuttavia per quelle famiglie in cui la coppia ha convissuto infelicemente insieme per il bene dei figli, riponendo nei figli tutti i propri bisogni affettivi, manipolandoli, il tentativo di svincolo dei figli può realizzarsi in diversi modi, tutti critici: per contestazione o con un conflitto grave, per auto-annullamento o attraverso sintomi dello spettro psicopatologico come ansia, depressione e psicosi.

Che cosa ne pensate voi?

Unioni che Durano

Unioni che Durano

Richard Paul Evans ha pubblicato un articolo sul suo sito, poi ripreso da The Huffington Post USA (trad. Milena Sanfilippo), descrivendo la Sua condizione personale:

“Di recente Jenna, mia figlia maggiore, mi ha detto: «Da piccola temevo che tu e la mamma avreste potuto divorziare. Poi, quando avevo dodici anni, mi sono resa conto che litigavate così tanto che forse un divorzio sarebbe stata la scelta migliore» Poi ha aggiunto, sorridendomi: «Sono felice che abbiate risolto tutto». 

Per anni, io e mia moglie Keri abbiamo lottato. Guardando indietro, non so neanche stabilire con precisione cosa ci abbia fatti avvicinare, ma le nostre personalità non erano proprio compatibili. Più andava avanti il matrimonio, più venivano a galla le differenze. La “fama e la fortuna” non hanno reso più semplici le cose, anzi, hanno aggravato i nostri problemi. La tensione era tale che viaggiare per promuovere un libro era diventato un vero sollievo, anche se scontavo tutto al ritorno. I nostri litigi erano all’ordine del giorno, era difficile anche solo immaginare una relazione pacifica. Eravamo sempre sulla difensiva, chiusi nelle nostre fortezze emotive. Il divorzio era dietro l’angolo, ne avevamo discusso più di una volta. I nodi vennero al pettine durante un book tour. Avevamo appena litigato al telefono e Keri aveva riattaccato, bruscamente. Ero solo e mi sentivo arrabbiato e frustrato. Avevo raggiunto il mio limite.
Allora mi rivolsi a Dio, o meglio me la presi con Lui! Non so se urlare a Dio possa considerarsi una preghiera o meno ma, qualsiasi cosa fosse, non lo dimenticherò mai. Ero nella doccia dell’hotel Ritz-Carlton di Atlanta e gridavo a Dio che il matrimonio era uno sbaglio, che non ce la facevo più. Anche se odiavo il pensiero del divorzio, il dolore e la fatica di restare insieme erano troppi. Ero anche molto confuso. Non riuscivo a capire perché il matrimonio con Keri fosse così difficile. Dentro di me sapevo che era una brava persona e che io lo ero a mia volta. Allora perché non riuscivamo ad andare d’accordo? Perché avevo sposato una persona così diversa me? Perché lei non cambiava?
Alla fine, a pezzi, scoppiai a piangere. Anche in quel buio riuscii a vedere una luce. Non puoi cambiarla, Rick, puoi solo cambiare te stesso. In quel momento iniziai a pregare. «Dio, se lei non può cambiare, allora cambia me». Pregai fino a tarda notte e il giorno dopo mentre tornavo a casa. Pregai mentre varcavo la soglia, tornando da una moglie fredda che a stento si era accorta del mio rientro. Quella notte a letto, mentre eravamo a pochi centimetri di distanza eppure lontanissimi, arrivò l’ispirazione. Sapevo cosa fare.
Il giorno dopo mi avvicinai e le chiesi: «Come posso rendere migliore la tua giornata?»Keri mi guardò arrabbiata: «Cosa?»«Come posso rendere migliore la tua giornata?»
«Non puoi, perché lo chiedi?» disse.
«Perché dico sul serio, voglio sapere cosa posso fare per migliorare la tua giornata»
Il suo sguardo si fece cinico.
«Vuoi fare qualcosa? Pulisci la cucina»
Si aspettava che mi arrabbiassi. Invece acconsentii: «Ok!»
Mi alzai e mi andai in cucina.
Il giorno dopo, la stessa domanda: «Cosa posso fare oggi?»
Con gli occhi socchiusi, mi disse «C’è da pulire il garage»
Feci un respiro profondo. Avevo già avuto una giornata pesante e sapevo che la sua richiesta era provocatoria. Stavo quasi per perdere le staffe.
Invece le dissi: «Ok!» e per le due ore seguenti mi dedicai al garage. Keri non sapeva cosa pensare.
«Cosa posso fare per te oggi?»
«Niente», urlò, «Non puoi fare niente. Smettila di chiederlo»
Io dissi: «Mi dispiace, non posso»
«Ho preso un impegno con me stesso. Cosa posso fare per te oggi?»
«Perché lo fai?»
«Perché tengo a te e al nostro matrimonio»
Così ho ripetuto la mia domanda il mattino dopo, e quello successivo. E quello dopo ancora. Poi, alla seconda settimana, il miracolo. Alla mia domanda gli occhi di Keri si riempirono di lacrime e scoppiò a piangere. Quando riuscì a parlare disse: «Ti prego smettila di chiedermelo. Non sei tu il problema, sono io. Vivere con me è difficile, non so perché resti insieme a me»
Le sollevai dolcemente il mento per guardarla negli occhi e dissi: «Perché ti amo. Cosa posso fare per rendere migliore la tua giornata?»
«Dovrei chiedertelo io»
«Dovresti» risposi, «ma non adesso, adesso ho bisogno di essere io a cambiare. E tu devi sapere quanto conti per me»
Poggiò la testa sul mio petto.
«Mi dispiace di essere stato così meschino. Ti amo»
«Ti amo anch’io» rispose.
«Allora, cosa posso fare per te oggi?»
Mi guardò dolcemente e disse: «Possiamo solo passare un po’ di tempo insieme?»
Sorrisi: «Mi piacerebbe molto»
Sono andato avanti con la mia domanda per più di un mese. E le cose sono cambiate, i litigi sono finiti. Poi è stata lei a chiedermi: «Di cosa hai bisogno? Come posso essere una moglie migliore?»
I muri che avevamo costruito erano caduti. Parlavamo dei nostri sogni di come poterci rendere felici. Non abbiamo risolto tutti i nostri problemi e non posso assicurare che non litigheremo mai più. Ma era la natura dei nostri scontri ad essere cambiata. Si erano fatti più rari e non erano più cosi violenti come un tempo, non li alimentavamo più. Non avevamo più voglia di ferirci a vicenda.

Io e Keri siamo sposati da più di 30 anni. Non solo amo mia moglie, mi piace anche. Mi piace stare con lei. La desidero, ho bisogno di lei. Molte differenze sono diventate dei punti di forza ed altre non sono poi così importanti. Abbiamo imparato a prenderci cura l’uno dell’altra e, soprattutto, vogliamo farlo. Il matrimonio è difficile, ma lo è anche essere genitore, mantenersi in forma, scrivere libri e qualsiasi altra cosa sia importante nella mia vita.
Avere un compagno per sempre è un dono eccezionale.
Ho imparato che il matrimonio può aiutarci a smussare anche i nostri lati più odiosi. Li abbiamo tutti.
Con il tempo ho capito che la nostra esperienza era solo un esempio di una lezione più ampia sul matrimonio. La domanda che chiunque abbia una relazione dovrebbe chiedere al partner è: «Che cosa posso fare per rendere migliore la tua vita?» Questo è amore.
I romanzi d’amore (ne ho scritti un po’) ruotano intorno al desiderio e al “vissero felici e contenti”, ma ad un simile epilogo non si arriva col desiderio, almeno non con quello descritto in queste storie.
Il vero amore non consiste nel desiderare una persona, ma nel desiderare la sua felicità, anche a spese della propria.
Il vero amore non è fare dell’altro una copia di sé stessi, ma alzare i nostri livelli di tolleranza e attenzioni per l’altro. Tutto il resto è solo una farsa di interessi egoistici.
Non sto dicendo che quello che è successo a me e Keri valga per tutti. Non voglio neanche suggerire che tutti i matrimoni debbano essere salvati. Ma, per quanto mi riguarda, sono immensamente grato dell’illuminazione che ho avuto quel giorno, tanto tempo fa. Sono grato che la mia famiglia sia ancora unita e che mia moglie, la mia migliore amica, sia ancora accanto a me quando mi sveglio la mattina. Sono grato che anche oggi, dopo anni, uno di noi due si avvicini all’altro per chiedere: «Cosa posso fare per rendere migliore la tua giornata?». Essere la persona a cui è indirizzata questa domanda è un buon motivo per aprire gli occhi.”

Da diversi anni la tendenza degli studiosi è quella di concentrarsi sulla coppia di lunga durata, per cercare di capire quali sono i fattori che riescono a tenere unite le coppie nel tempo e a garantire un buon funzionamento coniugale per entrambi.

Widmer, Kellerhals e Levy hanno descritto cinque tipologie di coppie a lunga durata (Kellerhals J., Widmer E. D., Levy R., Mesure et démesure du couple. Cohésion, crises et résilience dans la vie des couples. Paris, Payot, 2004):

La coppia baluardo. Si tratta di una unione in cui i partners non hanno forti rivendicazioni di autonomia, difatti al primo posto è posta la fusione. I conflitti vengono evitati il più possibile, a vantaggio del consenso. I ruoli dei due partners sono di tipo tradizionale: la donna è più impegnata all’interno della coppia (famiglia, casa sicurezza, protezione e sentimenti), l’uomo intrattiene maggiori rapporti all’esterno ed è, di conseguenza, il più coinvolto nelle sfide e nelle competizioni della società contemporanea.

La coppia bozzolo. Questa unione si fonda sui concetti di comodità, comfort e sicurezza psicologica: entrambi i partners privilegiano la tenerezza e la distensione, si proteggono a vicenda nei confronti dell’esterno e tendono a instaurare rapporti amicali e sociali stabili, ad uscire poco e a disinteressarsi per le questioni economiche e sociali. Assomigliano alla coppia baluardo per la tendenza alla fusione, ma non per la diversificazione tra ruolo maschile e femminile, che in questa coppia è assai meno accentata.

La coppia associazione. Questo tipo di coppie fonda la propria relazione sull’equilibrio nascente dal dialogo (negoziazione e comunicazione). L’accento è posto sull’autonomia dei partners, i quali arricchiscono entrambi la coppia con le proprie esperienze personali. Amano viaggiare, uscire, esplorare, scoprire. Si tratta di un tipo di coppie particolarmente frequente nelle unioni senza figli, ma non solo.

La coppia cameratismo. In questa unione i partners alternano fusione e apertura verso l’esterno, non sono assillati dall’esigenza di condividere le attività, le passioni, gli hobby, i centri di interesse, ma sono attenti alla vita sociale, escono sovente, hanno molti amici. Il potere decisionale è diviso in modo egualitario tra i due.

La coppia parallelo. L’unione dei partners si fonda sulla loro complementarietà, difatti le funzioni sono contrassegnate chiaramente: l’uomo ha il potere decisionale, la donna lo sostiene. Uno dei due o entrambi tendono ad essere piuttosto indifferenti agli eventi esterni al nucleo familiare o alla coppia. I coniugi hanno attività e idee distinte e diverse che condividono poco, tuttavia sicurezza e ordine rappresentano le priorità condivise da entrambi.

Che cosa ne pensate? In quale coppia vi identifichereste?

Analisi dei Modelli di Mediazione

Analisi dei Modelli di Mediazione

(estratto da Buzzi I. & J. Haynes: Introduzione alla mediazione familiare, Giuffré, 2012) 

La mediazione familiare e i suoi modelli di intervento

I pionieri e gli innovatori della mediazione familiare d’oltreoceano possono essere considerati James Coogler, John Haynes e i due colleghi Irving e Benjamin, ritenuti i padri fondatori dei modelli di base della mediazione familiare.

James Coogler, avvocato e consulente matrimoniale, reduce da una drammatica, faticosa e frustrante esperienza personale di divorzio giudiziale, fu il primo ad applicare la mediazione delle controversie alle situazioni di divorzio su base accusatoria. Nel 1974 creò ad Atlanta il primo centro di servizi di mediazione il “Family Mediation Center”, nel 1976 contribuì alla fondazione della Family Mediation Association (FMA) e, per sensibilizzare l’opinione pubblica e diffondere la cultura della mediazione, creò la rivista Family Mediation. Nel 1978 pubblicò il suo libro, “Structured Mediation in Divorce Settlement: an Handbook for Marital Mediators”, in cui formulò le “marital mediation rules”, le regole di mediazione matrimoniali, tracciando le basi del primo modello teorico di mediazione familiare, finalizzato all’ambito del divorzio ed estensibile poi successivamente anche alla separazione coniugale. Oggi, tale orientamento è conosciuto come modello strutturato globale e prevede un percorso a fasi successive con il rigoroso rispetto di numerose regole ed una pianificazione attenta.

Dalle sue convinzioni e dalla capacità di coniugare idee ed azione, sostenute della sua posizione economico-sociale e da un valido gruppo di amici, professionisti e collaboratori, Coogler riesce ad influenzare fortemente sia l’opinione pubblica, sia gli organismi politici e giurisdizionali. Nei dieci anni a seguire, in funzione della sua opera e al suo esempio, la diffusione della mediazione familiare, che lui chiamò di divorzio, fu continua e capillare su tutto il territorio statunitense favorendo la nascita di innumerevoli associazioni.

John Haynes, esperto negoziatore del mondo socio-assistenziale e del lavoro utilizzò nelle situazioni di conflitto familiare molte delle pratiche usate nella gestione dei conflitti nelle organizzazioni d’impresa, come ad esempio il brainstorming, il problem-solving, le tecniche della negoziazione ragionata, ecc. Il suo modello di mediazione familiare viene conosciuto come negoziale. Nel 1982, dopo anni di impegno nella formazione degli assistenti sociali e dei consulenti familiari, fonda con Stephen Erickson e Samuel Marguiles l’Academy of Family Mediators. Haynes pubblica nel 1981 un libro che diverrà la base professionale dei futuri mediatori Divorce Mediation e contribuirà notevolmente alla diffusione della mediazione, non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo. In Quebec a partire dal 1982 è chiamato a fare il formatore nel progetto pilota del servizio di mediazione alla Corte Suprema di Montreal) e in Europa a partire dagli anni novanta.

Il modello di mediazione terapeutica nasce in Canada a metà degli anni Settanta ad opera di Howard Irving, psicoterapeuta e docente della Facoltà di Scienze Sociali e di Giurisprudenza dell’Università di Toronto e rivisto in un secondo momento con l’aiuto del suo collega Michael Benjamin. Irving e Benjamin propongono un modello di mediazione familiare centrato sui processi relazionali. Questo modello si sviluppa a partire da alcune osservazioni in merito all’efficacia della mediazione strutturata applicata presso i servizi sociali. Per questi due autori il percorso di mediazione in determinate situazioni può avere effetti durevoli nel tempo solamente se vengono risolte problematiche di tipo emotivo e relazionale. Di conseguenza, gli autori ritengono che l’aspetto fondamentale su cui lavorare sia la soluzione degli aspetti affettivi legati alla vicenda separativa, legata all’accoglimento e alla gestione dell’intera gamma di variazioni relazionali e di interazione presenti nelle coppie.

Nel nostro Paese una prima ma rilevante differenziazione fu fatta nei primi anni Novanta, fu quella tra la mediazione globale e quella parziale. La mediazione familiare è di tipo globale quando viene svolta da un mediatore che è in grado per formazione di base e formazione ricevuta aiutare le parti ad affrontare la riorganizzazione di tutti gli aspetti conflittuali della loro separazione. “Sotto il profilo gestionale, la mediazione globale mira a far acquisire alla coppia la consapevolezza che la fine del rapporto non deve coincidere con la fine della famiglia, compreso il profilo della responsabilità genitoriale, spesso si pone come obiettivo primario l’interesse della prole sostenendo il nucleo familiare nel superamento del conflitto”.

La Mediazione familiare è di tipo parziale se si concentra su problematiche specifiche, più spesso di tipo relazionale con particolare enfasi per gli aspetti legati alla cura dei figli, nell’idea che il nodo di ogni risoluzione e ristrutturazione è contenuto principalmente nelle difficoltà di tipo comunicativo e affettivo, pertanto lavorando in modo elettivo su questi cardini si offre l’avvio ad ogni atro tipo d’azione risolutiva.

Molti autori italiani hanno descritto il modello negoziale, ascrivendolo a John M. Haynes, ai colleghi dell’arte del negoziato Fisher e Ury, e a Christopher Moore. Attraverso un percorso di mediazione globale ci si pone come obiettivo il raggiungimento del miglior risultato possibile in termini di autodeterminazione della coppia, attraverso l’utilizzo delle tecniche della negoziazione ragionata in cui il mediatore svolge il ruolo di traduttore, in grado di restituire alla coppia la sua capacità contrattuale. E’ un modello di mediazione diretto all’accordo di tipo facilitativoIl suo utilizzo non è finalizzato solo alla separazione e al divorzio ma si apre a ventaglio su diverse problematiche, dissensi e conflitti della sfera familiare ed educativa. Quali elementi chiave descrivono il portare in evidenza tutti gli aspetti della separazione per permettere alle persone una equilibrata contrattazione e il condividere un progetto, e proiettare i soggetti verso ipotesi future cercando di eliminare ogni possibile recriminazione legata agli avvenimenti accaduti nel passato.

Tra le metodologie di intervento sono poste in evidenza dagli autori: la tecnica del problem-solving, la tecnica del brain-storming, la costruzione di un percorso a fasi ben delineato, la neutralità del mediatore, la partecipazione volontaria, la riservatezza, il pragmatismo ed infine l’aiutare i clienti a definire problemi risolvibili.

Il modello strutturato di mediazione familiare viene ascritto a O.J. Coogler (e riformulato da Sara Greebe), Kaslow e Roberts. La mediazione si svolge secondo una precisa strutturazione del percorso negoziale ed utilizza una metodologia orientata al compito, in modo da consentire alle persone di trarre il massimo beneficio possibile, offrendo loro opportunità almeno equivalenti, nel miglioramento delle proprie condizioni di vita. E’ un modello di mediazione diretto all’accordo di tipo facilitativo. Il presupposto di fondo del modello, secondo gli autori italiani, è che solo un quadro assai definito protegga dal caos e aiuta le coppie in difficoltà, circoscrivendo tempi modi e contenuti del contendere. Si avvicinerebbe alle procedure di negoziazione e gestione dei conflitti nelle organizzazioni di lavoro, tanto che, in alcuni testi, viene denominato anche come modello di mediazione diretta all’accordo (settlement-directed mediation), in quanto fa riferimento alle tecniche della negoziazione ragionata.

E’ un modello che mira a ristabilire la comunicazione fra le parti, lasciando ampio spazio all’autodeterminazione, dove i momenti che vengono dedicati ai sentimenti collegati alla separazione sono marginali rispetto alla possibilità di ristabilire un sano equilibrio di potere nella coppia. La necessità di controllare gli effetti delle emozioni è uno degli obiettivi principali del processo, attraverso una conduzione su un binario ben definito costruito proprio per riparare dall’esplosività e dall’irrazionalità. Gli elementi chiave del modello sono l’attenersi al principio dell’equidistanza e la parità dei clienti; il mantenere sotto controllo la situazione di sofferenza della coppia attraverso una evidenziazione dei reali interessi delle parti cercando di superare le rispettive posizioni apparenti; il sostenere la coppia affinché mantenga la propria dignità attraverso la riconquista del rispetto di sé e dell’altro (contenere l’intromissione di sentimenti distruttivi ed irrazionali); il motivare le coppie ad adottare una capacità di pensare e negoziare soluzioni adeguate; il riallacciare uno spirito collaborativo pur mantenendo i giusti spazi di auto considerazione; la centratura sul compito come strumento per l’autodeterminazione che viene promossa dal mediatore; la piena informazione, conoscenza e accettazione dei principi della mediazione da parte delle parti. Il mediatore ha il compito principale di creare un setting facilitante e condurre le parti a proporre opzioni e soluzioni. La mediazione è globale.

Tra le metodologie descritte come appartenenti al modello strutturato compaiono: la formulazione di obiettivi chiari e predefiniti, la neutralità del mediatore, il porre in evidenza gli interessi comuni che esistono oltre il conflitto, con definizioni win-win (vincitore-vincitore), il condurre gli incontri esclusivamente alla presenza di entrambe le parti, non sono previsti incontri individuali e incontri con i figli.

Il modello negoziale e quello strutturato hanno lasciato tracce in ogni altro modello successivo, essendo stati il punto di partenza di ogni riflessione e di ogni pratica di mediazione familiare.

Il modello trasformativo messo a punto da Bush e Folger nel 1994, definisce la mediazione come un processo nel quale una terza persona aiuta le parti a ridefinire la qualità delle loro dinamiche relazionali trasformando il conflitto da negativo e distruttivo in positivo e costruttivo attraverso l’osservazione e la discussione delle problematiche e delle possibili soluzioni. Lo scopo principale della mediazione trasformativa è incoraggiare la capacità e il riconoscimento delle parti, perciò aiutarli ad affrontare il loro problema corrente, così come problemi successivi, con una visione più forte e allargata. La mediazione ha, secondo questo approccio, le potenzialità per generare effetti trasformativi altamente benefici per le parti e la società, tale potenzialità si attua quando il mediatore porta i genitori ad una disposizione d’animo particolare, con metodi d’intervento che contribuiscono alla realizzazione di due obiettivi chiave: l’empowerment e il recognition.

Potenziamento o empowerment significa rendere le parti capaci di definire le loro stesse questioni e cercare le soluzioni da sole. Esprimere la restituzione agli individui del senso dei loro propri valori, l’energia e la capacità di gestire i problemi della vita

Riconoscimento o recognition significa rendere le parti capaci di vedere e capire il punto di vista dell’altra persona, capire come essa definisce il problema e perché persegue quella specifica decisione.

La mediazione familiare è essa stessa un processo di self-empowerment: le persone coinvolte in una separazione coniugale si trovano solitamente in una situazione di indefinitezza, di confusione, di timore, di disorganizzazione e di indecisione, di conseguenza possono sentirsi vulnerabili e avere l’impressione di avere perso il controllo degli eventi (situazione di helplessness). Rispetto a questa situazione di partenza, caratterizzata da frustrazione e debolezza, quando coloro che partecipano alle sedute di mediazione si dimostrano via via più calmi, più aperti e onesti, organizzati e decisi, si può ipotizzare che sia avvenuto il processo di self-empowerment, ovvero i partecipanti hanno stabilito o riguadagnato una sensazione di potere e possono assumere il controllo della propria situazione.

Bush distingue cinque fenomeni di empowerment: relativamente agli obiettivi, relativamente alle opzioni, relativamente alle abilità, relativamente alle risorse, relativamente alla capacità di decisione. Quando gran parte degli elementi di empowerment si realizzano durante il processo di mediazione i partecipanti esprimono un maggior senso di sicurezza, di autostima, di autodeterminazione e di autonomia. È anche necessario ricordare che questi processi sono qualcosa di diverso dal particolare esito del processo di mediazione, le parti possono comunque raggiungere o perseguire il proprio self-empowermenta prescindere dal contenuto degli esiti del loro accordo. Il self-empowerment è indipendente dal contenuto dell’accordo, ma resta legato al processo di mediazione. Che il risultato della loro negoziazione sia a parere del mediatore equo e ottimale per la situazione della coppia, o che invece per il mediatore rappresenti una soluzione poco realizzabile o non omologabile in sede di separazione, l’empowerment può essere stato ugualmente raggiunto da una o da entrambe le parti in lite.

Al processo di empowerment si aggiunge quello complementare della recognition, o riconoscimento. Questa capacità si distingue per livelli di attuazione:

1) considerazione di dare all’altro la propria recognition
2) desiderio di dare all’altro la propria recognition
3) pensare di dare all’altro la propria recognition
4) dare all’altro la propria recognition attraverso le parole, ed infine 
5) dare all’altro la propria recognition attraverso azioni concrete.

Il mediatore trasformativo non gestisce il processo ma accompagna e sostiene le parti facendo ricorso all’abilità di riflessione, di sintesi e di verifica. Tra le metodologie operative più caratteristiche del modello trasformativo troviamo il cosiddetto “confronto costruttivo” e il “dialogo riflessivo”. Nella mediazione trasformativa si parte dalla consapevolezza che il conflitto può essere un processo a lungo termine, spesso lacerante, e che la mediazione è solo un intervento all’interno di una sequenza di interazioni del conflitto. Il conflitto è un’opportunità per una crescita e trasformazione morale. Viene sovente utilizzata dai mediatori che utilizzano o conoscono questo modello la tecnica di colloquio derivata dalla Client-Centered-Therapy di Carl Rogers (strumenti privilegiati la domanda e il refraiming).

Gli oppositori del modello trasformativo si dividono in coloro che sostengono che in realtà si tratti di una forma di terapia e coloro che dubitano che le parti in lite siano alla ricerca di un cambiamento personale, inoltre questo modello mal si presta alla gestione di coppie che presentano maltrattamenti e abusi, o forti sbilanciamento di potere, oppure personalità altamente conflittuali.

E’ esistita in passato e in rari casi è presente ancora oggi, una modalità operativa di mediazione familiare non riconosciuta dalle principali associazioni di mediazione familiare nazionale, la mediazione valutativa. L’accordo è l’obbiettivo principale da raggiungere e sancisce il successo del processo, è un tipo di mediazione orientata alla soluzione di tipo globale e negoziale, dove il mediatore assume un ruolo fortemente direttivo ed è quindi molto coinvolto nel processo di mediazione. Egli propone indicazioni circa le vie da seguire per arrivare alla risoluzione dei problemi ed anche le modalità per comporre il conflitto. Non facilita o promuove le competenze dei soggetti in termini di autodeterminazione, il suo sostegno è fortemente propositivo e suggerisce vere e proprie soluzioni da seguire. Il rischio della polarizzazione tra le parti in questo modello è molto alto. Esistono poi utilizzi più addolciti della mediazione valutativa definiti di “facilitazione selettiva” che pur lavorando sull’autodeterminazione delle parti, favoriscono certe soluzioni rispetto ad altre prese dalla coppia. La mediazione valutativa, che di solito è utilizzata nei contesti civili e commerciali, è stata bersaglio di forti critiche: ciò che viene contestato è il fatto che questo modello gode del favore di avvocati, giudici in pensione e consulenti tecnici che preferiscono svolgere un ruolo importante nella presa di decisioni piuttosto che lasciare maggior potere ai clienti. Particolarmente preoccupante si rivela essere la validità delle previsioni sulle decisioni risolutive nella sala d’udienza e la labilità della competenza sostanziale. E’ evidente che il mediatore si distacca dalla sua matrice originaria, in cui la mediazione ben si distingueva dall’arbitrato.

La mediazione endoprocessuale è quella mediazione che viene a verificarsi nell’ambito del giudizio di separazione o di divorzio, o di revisione delle condizioni di affido, dove il tribunale suggerisce interventi di mediazione per risolvere le controversie sull’affido e sulla programmazione educativa o delle visite da parte del genitore non collocatario. I mediatori sono per lo più psicologi, psichiatri e assistenti sociali. Si tratta di mediazione parziale a causa del numero limitato delle questioni da mediare (a volte addirittura assenti e sostituite dalla richiesta di un intervento di contenimento della litigiosità). Qualora si dovesse trattare questioni di carattere economico, la mediazione verrà condotta da un avvocato. Appartengono a questo contesto alcuni modelli, tra cui quello di mediazione clinica, definita anche terapeutica.

La mediazione familiare terapeutica viene fatta risalire aIrving e Benjamin e in Italia è in parte riconducibile all’Istituto di Ricerca e Formazione in Mediazione Familiare (IRMeF) di Roma. Nella mediazione l’attenzione viene focalizzata sugli aspetti emotivi delle crisi nelle relazioni affettive, cercando di risolvere prioritariamente i nodi di digressione comunicativa e di tutte le variazioni prodotte dalle possibili interazioni della coppia. Il principio base è racchiuso nell’idea, che la possibilità di giungere ad un dialogo cooperativo in una coppia, possa avvenire solo dopo aver eliminato i sentimenti di ostilità, rabbia, di rivendicazione e vendetta che ostacolano ogni possibile e duratura condizione di equilibrio. La cornice teorico-metodologica di riferimento è la lettura clinica della relazione all’interno della coppia genitoriale.

Tra gli elementi chiave figurano: il focus sui sentimenti disgreganti che bloccano eventuali e possibili cambiamenti e possono essere impedenti anche rispetto la mediazione; l’individuazione dei modelli d’interazione relazionale, gli stili di comunicazione, gli schemi insiti nei diversi codici familiari che caratterizzano le famiglie (coppie, figli, parenti);  l’eliminazione dell’induzione da parte di terze parti sulle dinamiche relazionali della coppia.

Il mediatore deve neutralizzare o modificare i modelli disfunzionali che sono di ostacolo, per portare i soggetti a ristrutturare le proprie competenze relazionali e comunicative e successivamente, con l’integrazione e l’intervento di altre professionalità ovverosia dell’avvocato, arrivare ad un accordo.

Il mediatore struttura un processo ad orientamento clinico e tarato sull’unicità della coppia, da parte dei soggetti deve esserci la volontarietà e la libertà di scelta.

Viene effettuata una valutazione di tipo psicologico sui soggetti per verificare la predisposizione emotiva all’intervento. La fase valutativa che precede sia la fase di pre-mediazione che quella della mediazione vera e propria è particolarmente importante, in quanto utile a evidenziare come rendere adatte al processo anche coppie spesso considerabili come inadatte per l’elevata litigiosità o distorsione comunicativa, pur non essendo patologiche. La fase valutativa prevede incontri anche individuali. Il mediatore deve essere molto esperto e soprattutto con una formazione specifica attinente alle professioni psicologiche, in grado di agire e modificare le disfunzioni relazionali delle coppie che sono ritenute adatte o adattabili alla mediazione anche se momentaneamente in blocco emotivo. Il mediatore si comporta come un consigliere della coppia, egli si preoccupa di incidere sugli stili di comunicazione, gli stati emotivi e comportamentali dei soggetti e verifica e controlla i progressi.

Nel caso di impossibilità di avanzamento o sviluppo del dialogo ovvero in caso di fallimento del processo mediativo, l’operatore deve effettuare un invio della coppia ad altri contesti (giudiziali o terapeutici) della coppia. L’azione negoziale vera e propria deve portare ad un vantaggio efficace e duraturo nel tempo. E’ prevista una fase di follow-up da effettuarsi sei settimane dalla fine del processo di mediazione, per verificare se l’accordo realizzato ha i presupposti per poter essere mantenuto, per evidenziare i progressi e le problematiche e per valutare l’ipotesi di fattibilità sul lungo periodo e le possibilità di ridiscussione.

In Italia tale approccio si divide tra chi prevede anche la possibilità d’incontri con i figlise i figli sono piccoli il loro coinvolgimento può avvenire verso la fine del processo se sono adolescenti invece avviene nella fase centrale della mediazione, e chi si oppone fermamente alla loro presenza nel percorso di mediazione.

Il modello sistemico di mediazione familiare, anche definito mediazione familiare centrata sulla famiglia, viene fatto risalire a Irving e Benjamin, e in Italia ad Ardone, Malagoli Togliatti, Mastropaolo, Mazzei e De Bernart.

Il modello di mediazione familiare sistemico vuole tenere conto dell’intero sistema familiare, cioè adotta una lettura complessa della dinamica relazionale che gravita attorno al conflitto, sollecitando la sinergia tra figure professionali che operano in ambito diverso: psicologico, giuridico e sociale. “Il modello sistemico relazionale, prevede un approccio interdisciplinare che sollecita il dialogo e la sinergia operativa tra figure professionali di ambito diverso, psicologico giuridico e sociale”. Tiene conto dell’intero sistema familiare e del contesto allargato: la famiglia più che la coppia costituisce il perno e viene presa in considerazione anche nella sua storia intergenerazionale (nonni, figli, nuclei allargati). I figli, infatti, vengono coinvolti indirettamente o direttamente.

Viene data la priorità agli aspetti emotivo-affettivi connessi al trauma della separazione e il confitto è visto come opportunità di crescita ed è la coppia che sceglie le problematiche da negoziare.

Il compito del mediatore è quello di ristabilire un minimo di armonia familiare, di creare un’atmosfera il meno conflittuale, per proteggere i figli dalle controversie della generazione adulta.

Il modello deriva dalla teoria dei sistemi, dalle teorie del conflitto, dalle teorie del contestualismo, dalle teorie della negoziazione della teoria e dell’attaccamento.

L’approccio prende in esame la rete relazionale passata, presente e futura della famiglia, perché il metodo mette in essere l’analisi e la discussione della rete relazionale bio-psico-sociale dell’individuo, della famiglia e dei macrosistemi di riferimento. A volte, come intuibile, si prevedono delle sedute con i figli o altri componenti della famiglia oltre alla coppia genitoriale.

Viene fatto uso cospicuo delle tecniche del reframing, delcircular questioning, e di genogrammi.

In funzione della scuola d’appartenenza il processo mediativo può essere condotto in due modi differenti: 1) la mediazione viene svolta da un solo professionista mediatore (psicologo, educatore o avvocato) che tocca con i protagonisti tutti gli aspetti di una crisi di coppia, sia quelli emotivi che quelli relazionali ed economici. 2) In co-mediazione, cioè una mediazione svolta congiuntamente da un professionista mediatore, quale lo psicologo/educatore, e da un avvocato mediatore. In questo caso ognuno dei mediatori si occupa del suo campo specifico, sempre però rispettando gli schemi e le regole della mediazione.

Il percorso di mediazione familiare si sviluppa partendo da una fase di  pre-mediazione in cui i partner, con l’ausilio del mediatore, fanno un bilancio personale, coniugale e genitoriale degli anni vissuti insieme, riconoscendo ed elaborando le cause che hanno condotto alla crisi. In questa fase si verifica se la scelta della separazione è o meno definitiva; in questo ultimo caso la mediazione rappresenta una fondamentale risorsa per affrontare efficacemente la decisione prefigurando positive prospettive di futuro per tutti i membri della famiglia. Segue il contratto di mediazione in cui i partner identificano i temi che vogliono discutere e riportare nel contratto di mediazione, la sottoscrizione del quale rappresenta un momento di riflessione e di impegno per i partner ad intraprendere un percorso, rispettandone le regole e condividendone gli obiettivi. Si passa a quella che viene definita negoziazione ragionata, che è la fase più lunga e costruttiva, durante la quale vengono vagliate le possibili soluzioni ai problemi e ai temi riportati nel contratto di mediazione. Al termine degli incontri, negoziati tutti i punti in conflitto, il mediatore stende gli accordi raggiunti in un progetto di intesa che consegna ad entrambi i partner, ognuno dei quali liberamente decide di seguire al fine di riorganizzare responsabilmente la propria vita e quella dei figli oppure di formalizzare per una procedura legale di separazione consensuale.

Il modello integrato di mediazione familiare viene fatto risalire a Lenard Marlow e, in Italia, a Irene Bernardini e al Gea di Milano. Nella mediazione integrata viene dato ampio spazio alla dimensione emotivo-affettiva e la mediazione si adatta alle necessità della coppia, non ci sono regole valevoli per ogni coppia: sono le parti stesse che definiscono il processo. L’attenzione è rivolta al futuro e alla ridefinizione della relazione tra i partner piuttosto che ad ottenere accordi sui diritti legali. Spesso sono coinvolti mediatori diversi, con formazione umanistica e legale, in grado perciò di affrontare e di individuare con le parti, seppur in sedute separate, ogni aspetto della separazione ma non tanto per ciò che vogliono ottenere dall’altro, piuttosto per ciò che sono disposti a spartire con l’altro. Il termine “integrato” si riferisce alla relazione tra mediatore e consulente legale che collaborano alla gestione del conflitto in coppia, in quanto uno aiuta la coppia nella negoziazione relativa alle responsabilità genitoriali: residenza principale dei figli, modalità con cui i genitori prendono le decisioni nei riguardi di questi ultimi, mentre l’altro si prende carico della negoziazione relativa agli aspetti economici.

E’ un modello parziale dove vengono affrontati solo i problemi relativi all’affidamento dei figli secondo uno stile non direttivo, integrato da altre professionalità, in modo separato: prevede l’integrazione tra le competenze del mediatore e quelle legali dei consulenti di parte, con i quali il mediatore cerca di avere rapporti il più possibile collaborativi, pur sempre nel rispetto dell’autonomia reciproca e della riservatezza. Il mediatore non dà consigli, non si sostituisce ai genitori, ma insieme ai genitori si assume la responsabilità della ricerca di soluzioni: realizza un lavoro di équipe per attivare le risorse positive dei genitori. La presenza dei figli non è ammessa. Il mediatore assume la rappresentanza dei bambini, cercando di riportarli continuamente al centro del lavoro di mediazione, pur evitando toni colpevolizzanti o ricattatori.

Al primo incontro devono essere presenti entrambi i genitori, in caso di difficoltà rimane aperta la possibilità di un primo colloquio individuale volto a verificare la possibilità di coinvolgimento dell’altro genitore. Non sono ammessi ai colloqui nuovi compagni, parenti, figli. Mediatore e coppia, successivamente, valutano insieme l’esistenza delle condizioni e delle motivazioni adatte per intraprendere o meno il percorso di mediazione familiare. Elementi di non mediabilità sono: un’eccessiva dipendenza dalla famiglia di origine, dal nuovo partner, dal legale, oppure l’assenza di plenipotenzialità di uno o entrambi i partner, l’accusa di comportamenti violenti o di abusi sessuali, l’impossibilità di stabilire la “tregua giudiziaria”; la mancanza di risorse genitoriali.

Una volta deciso di intraprendere il processo di mediazione questo si sviluppa in una serie di colloqui nei quali si affrontano concretamente i nodi emersi, fino al raggiungimento di accordi. Spesso in tale approccio non è prevista la redazione di un’intesa scritta “anche se possibile in funzione della richiesta delle coppie. Conclusa la mediazione è previsto un momento di follow-up. Dopo due anni, i genitori vengono intervistati da un operatore diverso da quello incontrato in mediazione. L’intervista ha lo scopo di rilevare aspetti relativi alla tenuta e l‟efficacia degli accordi raggiunti in mediazione.

Il modello mediterraneo viene fatto risalire ad Anna De Vanna e al Centro Ricerche Interventi Stress Interpersonale, meglio conosciuto come il C.R.I.S.I. di Bari. Il modello mette in luce la crisi emotiva coniugale come elemento caratterizzante la necessità dell’intervento, che può essere condotto da uno o più mediatori con il compito di facilitare la comunicazione. Alla coppia viene lasciato il potere e la responsabilità di decidere se e come trovare una soluzione al conflitto.

Strumento operativo privilegiato è l’ascolto delle emozioni, per permettere ai coniugi di riconoscere i propri bisogni e valori, e giungere ad un accordo stabile e duraturo, anche nell’interesse dei figli.

Il modello si propone inoltre di aiutare la coppia a riflettere sulle manifestazioni emotive dei figli, sviluppando nuove modalità di interazione, per tutelare il loro equilibrio psicologico.

Il percorso di mediazione si struttura, di norma, in diversi incontri ed è caratterizzato da 4 tappe: il consenso: i mediatori incontrano singolarmente i protagonisti del conflitto per acquisire il loro consenso all’avvio del percorso; la fattibilità: i configgenti si trovano l’uno accanto all’altra di fronte ai mediatori per sperimentare insieme se il percorso di mediazione è percorribile; la mediazione, dove secondo quanto espresso nel sito del C.R.I.S.I.: “i mediatori non segnano il percorso, non indicano traguardi, ma vigilano e tutelano i viandanti con responsabilità. Per fare questo non utilizzano strumenti sofisticati o pratiche specialistiche, ma si affidano alla loro capacità di ascoltare. Obiettivo dei mediatori è incontrare entrambi i protagonisti del conflitto, riconoscerli al di là dei loro ruoli, riscoprirli come persone che vivono un momento di sofferenza piuttosto che come avversari”; l’esito: la qualità dell’esito è stimata  i base ai miglioramenti nella comunicazione tra le parti, al rinvenimento di accordi condivisi da entrambe le parti, alla loro “pacificazione”.

Il modello interdisciplinare di mediazione familiare viene fatto risalire a Sauber, Gold, e in Italia ad Andolfi, a Calabrese e al centro Se.Ra. (Senza Rancore) dell’Aquila. Molto vicina al modello integrato, di cui mantiene gli obiettivi, la mediazione interdisciplinare si differenzia da questa per alcune particolarità metodologiche in quanto essa prevede, una conduzione sinergica tra un legale ed un operatore sociale: il primo si occupa delle questioni tecnico finanziarie e giuridiche, mentre il secondo della comunicazione e della gestione e riduzione del conflitto. La differenza rispetto al modello integrato sta nel fatto che entrambi gli esperti sono presenti alle sedute, questi pur avendo ruoli e stili diversi che possono aumentare le difficoltà per la coppia, perseguono in realtà il medesimo obiettivo. La mediazione interdisciplinare è caratterizzata quindi dalla presenza di co-mediatori, uno con ruolo che si avvicina al modello terapeutico che accompagna le persone e le cura negli aspetti disfunzionali a livello emotivo, comunicativo e relazionale, l’altro, che affronta le questioni di diritto, inteso come cornice normativa a tutela della parte potenzialmente più debole, ora i figli, ora l’altro partner. La parte di terapia vera e propria può essere affiancata prima, dopo o durante la mediazione, in caso di necessità rilevata. L’intervento del mediatore dell’area giuridica, poi, si distingue dal lavoro dell’avvocato in quanto fornisce l’informazione legale in modo oggettivo e mai strategico.

Presenza di due mediatori in contemporanea che devono mantenere una flessibilità nel giocare i diversi ruoli, tale competenza risulta molto importante. La co-mediazione viene usata con funzione di equilibrio e supporto, specialmente laddove esistono squilibri di potere (funzione di equilibrio fra i sessi e/o culturale. E’ utile per lo scambio informativo e l’ampliamento dei punti di vista, l’ampliamento del numero e dei tipi di strategie possibili, ma porta con sé  come elemento negativo quello dell’innalzamento dei costi e del tempo che si aggiunge a quello della mediazione, per la consultazione, la condivisione e un’accurata preparazione.

Dopo un incontro informativo, conoscitivo, esplorativo, segue una pre-seduta nella quale vengono ripresi i temi trattati durante il colloquio precedente, le eventuali consegne date alla coppia e le relative osservazioni. Lo scopo è individuare e valutare gli obiettivi da tenere in considerazione nel corso dell’incontro che seguirà. Gli obiettivi della seduta, vengono precedentemente confrontati e condivisi dai due operatori per garantire coerenza agli interventi. Durante i colloqui si assiste ad un passaggio dal ruolo di conduttore a quello di osservatore e viceversa, poiché nessuno dei due mediatori interdisciplinari ricopre un funzione predefinita, (sulle questioni di carattere economico-patrimoniale potrà avere più spazio il mediatore “legale”, mentre se il tema dell’incontro riguarda difficoltà relazionali o con i figli ne avrà di più il mediatore “psicologo”). Seguono due feed-back, uno reciproco da parte dei co-mediatori sull’andamento del colloquio con compilazione della cartella o dossier (temi trattati, eventuali consegne, osservazioni) e uno da parte dei soggetti in mediazione che hanno il compito, tra un incontro e l’altro, di elaborare e di meditare sugli obiettivi raggiunti a partire dalle loro diverse posizioni. Elaborazione di una strategia condivisa, sia che si tratti della coppia che dei mediatori e il principale risultato della mediazione su modello interdisciplinare. Un lavoro che richiede tempo, ma necessario e molto efficace, soprattutto nei casi più complessi.

Il modello relazionale-simbolico di mediazione familiare, precedentemente denominato “transizionale-simbolico” viene ricondotto all’èquipe interdisciplinare del Centro studi e ricerche sulla famiglia dell’Università Cattolica di Milano, nonché a Cigoli, Scabini, Marzotto. Generatosi dal paradigma relazionale-simbolico: “relazionale”, perché si occupa dei legami (di coppia, tra generazioni, ecc.); “simbolico”, in quanto è particolarmente interessato al fondamento delle relazioni familiari al di là dei cambiamenti storici, cioè vuole riconoscere il valore del legame familiare. La mediazione familiare è intesa come esperienza di passaggio ritualizzata della crisi di coppia. Il mediatore riveste i ruolo di un professionista equidistante che cerca di favorire il raggiungimento di armonia tra le parti e di un accordo in caso di separazione coniugale, ma lavora anche, quasi in qualità di orientatore familiare, per offrire la possibilità di una riconsiderazione del patto coniugale che va oltre il suo termine. “… la famiglia vada intesa in senso generazionale e di scambio tra più generazioni. Essa è infatti una struttura organizzativa di relazioni che connette e vincola tra loro le differenze originarie e fondamentali dell’umano, quelle tra generi (maschile e femminile), tra generazioni (chi genera e chi è generato) e tra stirpi (la genealogia materna e paterna) e che ha uno scopo intrinseco la generatività”.

L’intervento di mediazione mira pertanto a favorire l’assunzione di ruoli nuovi, incoraggiando i genitori a valorizzare lo scambio con le generazioni che li precedono e con i loro figli, anche in presenza di gravi turbolenze nella relazione coniugale. Nell’evento critico della separazione, vengono individuati dei compiti di sviluppo coniugali e intergenerazionali che si possono così riassumere: attuare il divorzio psichico elaborando il fallimento coniugale, impegnarsi in una gestione cooperativa del conflitto coniugale, ridefinire i confini coniugali e familiari equilibrando nuovamente le distanze, mettere in atto una forma di collaborazione con l’ex coniuge per garantire all’altro l’esercizio simbolico e materiale della funzione genitoriale, consentire l’accesso alla storia di entrambe le famiglie di origine. E’ di fondamentale importanza la trasmissione generazionale.

La mediazione è lo spazio di facilitazione e sostegno al processo di rinegoziazione delle relazioni familiari. Si tratta di una mediazione globale a fasi consecutive. Il primo contatto della persona con il servizio o il professionista, a volte si esprime con una domanda confusa che necessita una chiara presentazione della mediazione, dei suoi obbiettivi e delle condizioni di praticabilità della mediazione; segue un percorso preliminare di diversi incontri dedicato alla verifica delle condizioni di mediabilià e alla definizione del contratto di mediazione, cioè alla spiegazione/accettazione delle regole di lavoro e alla definizione dei temi rispetto ai quali sviluppare le negoziazioni e prendere accordi (ha generalmente luogo quando il mediatore rileva che non ci sono le condizioni per avviare subito la mediazione familiare). Segue la fase negoziale che dura diversi incontri e viene condotta secondo la logica della “negoziazione ragionata”, in cui i genitori sono chiamati ad affrontare i problemi relativi ai figli e ai beni materiali, e ad esaminare per ciascuno di essi le opzioni possibili per individuare quella più idonea all’intera famiglia. La mediazione si conclude con la stesura del “progetto d’intesa”, un documento che, sottoscritto dai genitori, viene consegnato ad ognuno di loro per essere eventualmente presentato all’avvocato e portato in giudizio.

Nel presente modello è accolta la pratica della co-mediazione, in cui le questioni dei figli e quelle economiche sono trattate da due mediatori distinti ma compresenti, che ricorrono ad uno stile “forte”, “direttivo” nella conduzione del processo, inoltre, è contemplata la possibilità di ricorrere ad incontri individuali con i genitori e di far entrare i figli nella stanza di mediazione. Sebbene non in modo rigido, s’ipotizzano uno o due colloqui alla presenza anche dei figli, dopo che i genitori hanno formulato una bozza d’accordo e li hanno preparati ad un appuntamento con il mediatore, per aiutare positivamente la transizione, favorire la cura dei legami tra le generazioni, lo scambio di doni tra le stirpi, ma anche l’esplicitazione di timori e paure da entrambe le parti.

La mediazione familiare basata sui bisogni evolutivi viene fatto risalire a Francesco Canevelli e Marina Lucardi del Centro per l’età evolutiva di Roma. Questo modello è orientata alla ricerca di un equilibrio tra aspetti pragmatici (ricerca di accordi legati ad aspetti della separazione) ed emotivo-relazionali (relativi all’evoluzione del rapporto tra ex-partner), tra superamento dell’evento critico e ridefinizione personale. Sono rilevanti sia la dimensione genitoriale sia tutti gli aspetti della vicenda coniugale passata e presente compresi momenti di aperta conflittualità.

Il modello porta a favorire il superamento dell’evento critico, aiutando la ridefinizione di sé da parte degli ex coniugi. Il modello basato sui bisogni evolutivi, come quello integrato, è parziale in quanto l’elemento centrale è la gestione della genitorialità e la ridefinizione del rapporto tra gli ex-partner, gli aspetti economici vengono rimandati all’ambito legale. L’approccio evolutivo non contempla la presenza dei figli nella stanza di mediazione: “lo spazio della mediazione è lo spazio esclusivo degli adulti, non in quanto tali, quanto perché nella loro condizione di ex-partner in un rapporto affettivo di qualità specifica e singolare sono i responsabili e i competenti rispetto alla ridefinizione del rapporto stesso e alle decisioni che dovranno incarnare in prima persona” (Canevelli e Lucardi 2000, p. 110). Il percorso di mediazione è distinto in fasi: la fase preliminare riguarda le premesse per l’attivazione della mediazione, l’accoglienza della richiesta, le motivazioni, la valutazione di mediabilità. In questa fase iniziale possono essere effettuati colloqui individuali (massimo due per ciascun genitore), dando così la possibilità a ciascuno di esprimere le proprie richieste e al mediatore di presentare le opportunità della mediazione. Poi, nella prima fase, l’obbiettivo pragmatico è l’individuazione di un’area del rapporto e della separazione sulla quale confrontarsi e prendere decisioni in comune. Gli obbiettivi relazionali mirano invece alla necessità di un “riconoscimento dell’altro come interlocutore”, questa è la premessa indispensabile per poter attivare la dimensione negoziale. Il mediatore in questa fase svolge esplicitamente un ruolo direttivo, in quanto i partner si trovano più che nelle altre fasi a fare i conti con la conflittualità. Lo scopo del mediatore è quello di facilitare la comunicazione diretta tra i partner, aiutando ad esplicitare le richieste, oltre ad essere “garante” delle caratteristiche e delle regole contestuali. Ha inizio in seguito la fase negoziale, il cui obbiettivo pragmatico è il raggiungimento di un accordo, che possa divenire l’oggetto di successive verifiche ed eventuali formalizzazioni. Il raggiungimento dell’accordo è strettamente legato all’obbiettivo relazionale cioè il “riconoscimento dell’altro come negoziatore”. Il mediatore in questa fase ha funzione di stimolo e di contenimento, contribuendo a creare un clima interattivo.

Le tecniche più usate sono: quella degli “sbilanciamenti”, in cui il mediatore attraverso movimenti successivi si avvicina verso l’uno e l’altro partner, creando un’attenzione empatica, e quella delle “traduzioni” cioè il ripetere in modo nuovo e diverso quanto detto dai partner, al fine di introdurre elementi di condivisione con l’altro.

La mediazione prosegue poi con una fase il cui obbiettivo pragmatico è l’ulteriore definizione, verifica e formalizzazione degli accordi, cioè se ne verifica la compatibilità con le aspettative e il grado di soddisfazione degli ex coniugi, fino alla compilazione e sottoscrizione del verbale conclusivo. L’obbiettivo relazionale invece è il “riconoscimento dell’altro come genitore separato”. I genitori sperimentano in questa fase nuove modalità di rapporto e cercano di instaurare scambi interattivi caratterizzati da un clima di restituzione e riconoscimento delle reciproche competenze. Lo stile di conduzione del mediatore è più vicino a quello della prima fase, cioè viene prestata più attenzione al mantenimento delle caratteristiche contestuali che consentono il raggiungimento degli obbiettivi, piuttosto che la sollecitazione di temi e contenuti. In questa fase il mediatore utilizza la scansione degli incontri come uno strumento tecnico, cioè questi vengono maggiormente distanziati, di modo da permettere la verifica e l’assimilazione degli accordi. Dopo circa sei mesi dalla conclusione del percorso, è previsto un follow-up.

Esistono in Italia altri modelli oprativi, di mediazione familiare che possono essere fatti risalire al modello di Jaqueline Morineau. Il modello di intervento nasce in ambiente penale minorile (oggi ancora modificato per essere definito cristico, ma in questa trattazione verrà considerato quello precedente, essendo il più diffuso), per venire poi adottato in altri contesti, dove si rivela particolarmente adatto, anche nelle famiglie con trascorsi di abuso e di violenza. Jaqueline Morineau descrive la mediazione come un nuovo legame sociale, l’antropologa descrive infatti il conflitto come un catalizzatore nel disordine sociale e la mediazione come una modalità di accoglimento del disordine. Ricalcando lo schema della tragedia greca la mediazione diventa il luogo e il tempo, la ritualizzazione scenica, in cui il dramma può essere rappresentato. Il dramma si ha quando due violenze si incontrano. La mediazione permette l’espressione delle emozioni, il loro confronto e l’identificazione dei sentimenti che sono all’origine della rottura della relazione. La vittima ha la possibilità di “gridare” il proprio dolore e l’altro ascolterà in silenzio. Avviene un rinnovamento, una nuova percezione dell’uno e dell’altro.

La mediazione viene condotta attraverso tre fasi principali, che, come nella tragedia greca possono essere definiti stadi catartici: 
1) la theoria, che è espressione dei fatti e del vissuto del conflitto, che viene fatta da entrambi. La parola viene data alle parti affinché possano esporre, una dopo l’altra, la loro versione dei fatti senza mai essere interrotte. Avviene l’ascolto  e l’eventuale ri-costruzione attraverso una versione condivisa dei fatti. Il mediatore resta in posizione di ascolto; 
2) la crisis, che è il confronto dei due “mondi” e dei sentimenti, questa fase permette l’evoluzione del conflitto e permette di scoprire nuovi termini di relazione. Il mediatore provvede una sintesi descrittiva di tutto ciò che le parti hanno raccontato, senza esprimere giudizi e restituendo solo le emozioni emerse nel loro racconto. Accogliendo la fonte dei sentimenti che creano vuoto, separazione, isolamento e solitudine è possibile condurre le parti a confrontarsi e a interrogarsi vicendevolmente su questo piano: entrano nel mondo della crisi. Viene rappresentato il conflitto nella sua dimensione simbolica, perché solo a questo livello le parti possono riconoscersi al di là del proprio ruolo di vittima e “carnefice”  o reo; 
3) la catharsis, che è la fase della purificazione, del superamento della sofferenza, è il ritorno all’ordine. Il mediatore qui cerca di uscire dal problema, di accantonare i nodi del conflitto e di provare a favorire una nuova, e più umana, conoscenza tra le parti, con domande sulla loro vita, sul lavoro, sui normali desideri, sulle aspettative di ognuno al fine di creare nuovi strumenti per la costruzione del dialogo e nuove regole per definire il proprio rapporto reciproco. Gli scopi sono quello di raggiungere una nuova percezione dell’altro non più inquinata da costruzioni mentali e quello di favorire un contatto vero e diretto con la persona, al di là del ruolo di confliggente. Alcuni operatori considerano la mediazione secondo il modello descritto come una fase della mediazione familiare globale, altri come un vero e proprio modello di mediazione parziale.

Il modello eclettico di mediazione familiare della dott.sa Isabella buzzi e della sua Scuola, viene anche definito ESBI da alcuni allievi, non contiene modelli ascrivibili alla mediazione clinica o terapeutica, in quanto, come sarà possibile osservare, non viene effettuata valutazione preliminare della relazione all’interno della coppia genitoriale, ma, in caso risultasse opportuno un sostegno specialistico, si rimanderà all’opera di un terapeuta a latere rispetto al percorso di mediazione che potrà proseguire in parallelo o essere eventualmente sospeso temporaneamente.

Il mediatore aiuterà le parti a sviluppare comprensione, lascerà che siano le parti a possedere il conflitto, permetterà la tensione necessaria ma solo se sopportabile per le parti e andrà al disotto del problema apparente.

Tra le tecniche utilizzate figurano il reframing (nelle sue forme di riassunto, parafrasi, perifrasi, traduzione, specchio, restituzione e looping), l’uso della domanda, la reciprocizzazione, il futurocentrismo, la normalizzazione, la dissonanza cognitiva, le inversioni di ruolo, la simbolizzazione (o tecniche simboliche), i sentiti emozionali, la razionalizzazione cognitiva,  l’ascolto empatico attivo, l’analisi della domanda, il brainstorming, la negoziazione ragionata, l’uso dei paradossi, e diverse altre. Nel caso fosse necessario, in quanto la coppia ha un vissuto di violenza o di abuso che impedisce ai genitori di collaborare nella cura e nell’educazione dei figli, viene condotta anche una seduta secondo il modello catartico.

Possono essere eventualmente invitati a partecipare i figli o essere presenti gli avvocati delle parti, come sarà possibile osservare, così come possono essere condotti incontri individuali, tuttavia, non esiste una procedura predeterminata, verrà deciso in base ad ogni singolo caso.

Nonostante le sue applicazioni in ambiti diversi e con modelli operativi differenti, l’oggetto della mediazione familiare è unico: la gestione “interna” della conflittualità (le parti in lite stesse sono artefici del percorso di mediazione), attraverso l’opera di una terza parte (che ha potere sui processi, non sui contenuti della controversia). Questo orienta inevitabilmente la ricerca speculativa a distaccarsi dai diversi modi di operare del mediatore, ovverosia da modelli e tecniche, o strumenti).

Negli anni, con gli allievi ne è nato un abbozzo teorico di estrema semplicità, efinito ESBI.

Il conflitto umano è caratterizzato da: una causa originaria, che è possibile far risalire alla frustrazione di un bisogno (frustrazione che può essere improvvisa e molto rilevante, oppure reiterata e continuativa), una conseguente attivazione emotiva, che influisce su una re-azione del soggetto, la quale a sua volta sarà stata elaborata attraverso i suoi filtri cognitivi (valori, percezioni, attitudini, cultura schemi percettivi e convinzioni), e diventerà una strategia operativa.

La mediazione, come disciplina,  s’interessa difatti di questi tre sotto-elementi della conflittualità come chiavi di accesso alla buona gestione del percorso mediativo: le Emozioni e includeremo in questo ambito anche gli elementi affettivo-relazionali, le Strategie e includeremo in questo ambito anche gli elementi tipici degli approcci negoziali, i Bisogni e includeremo in questo ambito anche gli elementi etici, simbolici e valoriali. Attraverso l’operato del mediatore è possibile per i confliggenti costruire una composizione armonica, rispettosa dei bisogni di tutti e quindi in grado di superare la conflittualità. Soddisfacendo i bisogni reciproci le parti superano l’interesse individuale per perseguire l’Interesse comune. Sintetizzando tutto questo, il mediatore ha una piattaforma teorica operativa che per comodità chiameremo ESBI: Emozioni, Strategie, Bisogni, Interesse comune.

Per meglio focalizzarne la valenza dell’Interesse comune nella mediazione, è utile l’apporto di Stefano Cera, che utilizza una scena tratta dal film di Ron Howard A Beautiful Mind del 2001, dedicato alla vita del matematico e premio Nobel John Forbes Nash jr.
Nella scena viene rappresentata la grande intuizione di Nash sulla “Teoria dei giochi”, che spiega il particolare “dilemma” che riguarda il comportamento delle parti all’interno di una trattativa.
All’inizio della scena, l’obiettivo di tutti i ragazzi sembra essere quello di conquistare la ragazza bionda, la più carina, e il metodo che viene proposto è quello prettamente competitivo: “Signori, duello alla spada o alla pistola all’alba?”, dice il primo e replica i secondo: “Pensate alla lezione di Adam Smith… nella competizione l’ambizione individuale serve al bene comune…”, aggiunge poi il terzo ragazzo: “Ognuno per sé, signori, mi raccomando…”, per concludere: “E quelli che fanno fiasco finiscono con le sue amiche…”.
Interviene nel dialogo Nash con la sua “illuminazione” sulle c.d. dinamiche dominanti spiegando che gli insegnamenti di Adam Smith non possono soddisfare gli interessi del gruppo. Infatti, dice: “Se tutti ci proviamo con la bionda ci blocchiamo a vicenda… e alla fine nessuno di noi se la prende”, poi aggiunge: “…ci proviamo con le amiche e tutte ci voltano le spalle perché a nessuno piace essere un ripiego…”. Come uscire dall’impasse? Attraverso dinamiche che coinvolgono tutti gli appartenenti al gruppo, ovvero l’Interesse comune. Infatti, “Se nessuno ci prova con la bionda, non ci ostacoliamo a vicenda e non offendiamo le altre ragazze…”.  Secondo Nash questo rappresenta l’unico modo per soddisfare i bisogni di tutti e sforzarsi per perseguire il “vero” obiettivo, che non è quello di conquistare la ragazza bionda, bensì quello di conquistare una ragazza.
conquistare una ragazza.

Lo stesso Nash spiega nelle scene seguenti: “Il miglior risultato si ottiene quando ogni componente del gruppo farà ciò che è meglio per sé e per il gruppo…”. Ovverosia, solo ragionando secondo l’ottica di soddisfazione degli interessi reciproci, dell’interesse comune, si può ambire a un risultato migliore per tutti gli elementi di un gruppo. Pruitt e Rubin attraverso il loro Dual Concern Model parlano di una possibile integrazione dell’approccio competitivo con quello cooperativo osservando che, all’interno di una contrattazione, ognuno deve perseguire un duplice obiettivo: riuscire ad ottenere il miglior rendimento possibile per sé stesso e, allo stesso tempo, riuscire ad ottenere il miglior rendimento possibile per il proprio interlocutore.

Tornando alla mediazione, e nella fattispecie alla mediazione familiare, è possibile affermare che il mediatore aiuti le parti a estrarre e  perseguire l’interesse comune, questo è l’unico modo per permettere a tutti di soddisfare i propri bisogni.

Per quanto sia semplice, il modello teorico ESBI è applicabile come fondamento di tutti i modelli di mediazione, quindi è possibile cominciare, seppur timidamente, ad affermare che la mediazione si fonda elementi teorici specifici e che, dunque, potrebbe in futuro trovare una sua propria dignità teoretica.

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