Un Genitore può Sbagliare per Troppo Amore

Di Isabella Buzzi

Amore non è dipendenza affettiva

L’amore è la maggiore espressione della maturità umana (Erich Fromm, L’arte di amare, Mondadori, 1996). Sentire l’amore come “atto di dare”, presuppone la conquista di un atteggiamento prevalentemente produttivo, dove ciascuno di noi, come individuo, ha vinto l’illusione della propria assoluta indipendenza, l’onnipotenza narcisistica, il desiderio di sfruttare gli altri, e ha preso fiducia nelle proprie capacità umane.
Nella misura in cui abbiamo la sensazione che ci manchino qualità e capacità, abbiamo paura di dare noi stessi e, quindi, abbiamo anche paura di amare.
L’amore si fonda su alcuni elementi comuni: la premura (o cura), la responsabilità, il rispetto (che esiste solo sulle basi della libertà) e la conoscenza.
Ovviamente ci sono differenze tra le varie forme d’amore presenti nella coppia, legate all’oggetto amato: a) l’Amore fraterno (amore disinteressato); b) l’Amore materno (amore altruistico); c) l’Amore erotico (desiderio sessuale).
Quando si parla di amore nella coppia, tuttavia, è importante chiarire che le unioni simbiotiche non sono amore. Nell’unione simbiotica di coppia i corpi sono indipendenti, ma psicologicamente sono fusi come lo sono la madre e il feto: è fusione senza integrità (Nicola Ghezzani: Quando l’amore è una schiavitù. Come uscire dalla dipendenza affettiva e raggiungere la maturità psicologica, Le Comete Franco Angeli, 2006).
La forma passiva dell’unione simbiotica è quella della sottomissione. La persona rinuncia alla propria integrità e fa di se stessa lo strumento di qualche cosa o di qualcuno al di fuori di se stessa.
La forma attiva di fusione simbiotica è il dominio: anche il sadico è legato a chi gli è succube; non può nemmeno vivere senza l’altro.
La dipendenza affettiva ha radici nell’infanzia: quando i genitori lasciano insoddisfatti i bisogni infantili, costringendo i figli ad adattarsi imparando a limitare i loro bisogni, è possibile che essi arrivino a formulare pensieri del tipo “I miei bisogni non hanno importanza, non sono degno di essere amato”. Da adulti, questi “bambini non amati” hanno una maggiore dipendenza affettiva dagli altri, dipendono da loro per quanto concerne il proprio benessere psico-fisico e la soluzione dei propri problemi. Vivono nella paura di essere rifiutati, scappano dal dolore, non hanno fiducia nelle proprie capacità e si giudicano persone non degne d’amore.
Il legame affettivo tra genitore e figlio è l’amore primigenio, costituisce per tutti la forma primaria d’amore e si struttura come matrice delle esperienze sentimentali successive.
L’amore tra genitore e figlio ha la caratteristica, unica nella vita di ogni essere umano, di realizzarsi tra individui che non si sono precisamente “scelti l’un l’altro”, ma che si trovano uniti in un rapporto inscindibile. Il genitore proietterà sul figlio le proprie aspettative,  i propri sogni da realizzare e le proprie ansie; il figlio lotterà per affermarsi e per sentirsi amato “così com’è” ma, così come è per alcuni genitori, anche molti figli possono impiegare una vita ad accettare i propri genitori per quello che sono. 

Quando i genitori non si amano, ma amano i figli

Al di là delle figure idealizzate della famiglia e dei ruoli materno e paterno che la società ci induce a desiderare,  oggi le coppie sono spesso stanche, nevrotiche, divise, a volte sfibrate sin dall’origine, possono, senza dirselo e ancor meno saperlo, generare un figlio per se stessi, o con l’intento maldestro di ridare un senso alla coppia e stabilire, grazie alla maternità o alla paternità, una tregua all’infelicità coniugale.
Enrico Maria Secci in “Genitori che manipolano i figli – La dipendenza affettiva in famiglia”, Blog Therapy, 20-04-2015 (http://enricomariasecci.blog.tiscali.it/2015/04/20/genitori-che-manipolano-i-figli-la-dipendenza-affettiva-in-famiglia/?doing_wp_cron), fa diversi esempi della manipolazione dei genitori sui figli:
– il genitore che utilizza il bambino, per lo più inconsciamente, per avvantaggiarsi dell’affetto del coniuge, o per controllarlo
– il genitore che investe il figlio del ruolo, per altro insostenibile, di soddisfare i suoi bisogni affettivi, di compensare la sua infelicità coniugale e/o esistenziale
– il genitore che utilizza il figlio come “banca genetica” e lo sottopone a pressioni affinché riproduca e conservi l’identità della “famiglia”, riproducendo –magari in forma migliorata, compensando i “sogni mancati” della madre o del padre– il percorso dei genitori
Per quale motivo un genitore finisce col “manipolare” il proprio figlio se lo ama? La sensazione che ho avuto incontrando i miei clienti, è che questa manipolazione nasca dalla sofferenza personale di un genitore, dal suo disagio, dalla sua solitudine: per amare davvero occorre “dare” e non “prendere”, ma per riuscire a dare oltre al “latte” (il nutrimento fisico) anche il “miele” (il nutrimento affettivo) occorre essere persone felici. 

Genitori troppo presenti

Un genitore infelice diventa dipendente dal figlio “affettivamente”, ciò si evidenzia anche nell’eccessivo controllo e nell’apprensione abnorme per qualunque manifestazione di autonomia del figlio, vissuto non come individuo a sé, autonomo e capace, ma come una fragile e inadeguata promanazione della madre e/o del padre (Foster W. Cline, M.D e Jim Fay, Parenting with Love and Logic: Teaching Children Responsibility, 1990). E’ stato evidenziato come la moderna figura parentale del “genitore elicottero”, ovverosia quel genitore che è molto vicino ai figli e li aiuta a superare tutti gli ostacoli che incontrano, soprattutto in ambito scolastico, sia una figura ansiosa che genera ansia nei figli. I “genitori elicottero” sono sempre “sopra” i propri figli e cercano di provvedere ai loro bisogni, indipendentemente dall’effettivo bisogno dei figli di vedersi risolti tutti i problemi, spesso ancor prima che si presentino: come elicotteri, ronzano perennemente sopra la testa e la vita dei propri figli. Una sorta di iper-presenza non solo fisica ma anche psicologica, che spesso appare esagerata sia in termini quantitativi sia in termini qualitativi, perché impedisce al figlio di affrontare e superare quelle difficoltà che, una volta vinte, accresceranno il suo senso di autostima e di fiducia nelle proprie capacità.

 Rinunciare a separarsi per “il bene” dei figli

Molti genitori, infelici nella vita coniugale, affermano di soprassedere alla propria separazione solo per evitare ai figli il dolore di una famiglia disunita. La sociologa Christine Carter (Raising Happiness: 10 Simple Steps for More Joyful Kids and Happier Parents, Ballantine Books, 2010), ha letto diversi studi al riguardo e sostiene una cosa: non è tanto lo stare insieme o il divorziare che influenza in un modo o nell’altro la crescita dei bambini, quanto la qualità della relazione.
A contare non è la collocazione geografica dei genitori (nella stessa casa o in due case diverse), ma è la qualità della relazione genitoriale: che si rimanga insieme o meno, l’importante è curare delle relazioni sane. È l’esposizione dei bambini a conflitti, litigi, dispetti, dis-comunicazioni ecc. a causare i problemi. In altre parole: che stiano insieme o no, genitori infelici creano bambini infelici.
Quando un figlio vive le manipolazioni genitoriali di una coppia irrisolta, simbiotica o infelice, purtroppo non tarderà a restituire ai genitori il peso della responsabilità inaccettabile di cui lo hanno gravato. Ci sarà un momento nel suo ciclo di vita – l’infanzia, l’adolescenza o la prima età adulta- in cui il figlio sentirà la necessità di sottrarsi alla disfunzionalità affettiva di cui, egoisticamente anche se inconsapevolmente, è stato oggetto, a volte sin dal concepimento.
L’adolescenza dei figli è sempre e comunque un momento di crisi per ogni famiglia, tuttavia per quelle famiglie in cui la coppia ha convissuto infelicemente insieme per il bene dei figli, riponendo nei figli tutti i propri bisogni affettivi, manipolandoli, il tentativo di svincolo dei figli può realizzarsi in diversi modi, tutti critici: per contestazione o con un conflitto grave, per auto-annullamento o attraverso sintomi dello spettro psicopatologico come ansia, depressione e psicosi.

 

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