Marlis Bordato e Alessandra Zanetti – Teatro dell’Oppresso e Mediazione Familiare: due risposte al conflitto

“I cinesi hanno detto che la gente ricorre alla violenza fisica perché le parole hanno fallito. Forse per guarire la violenza occorre cominciare a guarire le parole, una cura inizia con il prestare attenzione alle parole”,
 James Hillman: Il Potere

E’ nell’ottica di una visione diversa, non polarizzata ed asfittica del conflitto chele autrici hanno incominciato ad interessarsi, di Teatro dell’Oppresso e successivamente, di Mediazione Familiare; nonostante si parli nel primo caso di un modo di “fare teatro” e nel secondo di “gestione delle conflittualità familiari”, entrambi hanno in comune l’idea del conflitto non come antagonismo degli opposti ma come tentativo ed opportunità di sintesi, non quindi una logica di vincitori e vinti ma come possibilità di apertura al dialogo in vista di un cambiamento. Crisi come opportunità e non solo come pericolo, per dirla secondo il confucianesimo.


In tutto questo la Mediazione Familiare, con tutte le sue articolazioni si dà come potenziale mezzo positivo per contenere e gestire il conflitto e il mediatore come colui che aiuta le persone ad incanalare la loro energia per elaborare soluzioni anziché litigare, come ben dice Lisa Parkinson nel suo testo La Mediazione familiare.
Se però il conflitto resta, citando Alberto Annibale ne il suo Il Conflitto, un conflitto egocentrico, senza alcuna apertura all’Altro, un conflitto chiuso in cui l’altro deve solo essere eliminato, più o meno metaforicamente, non è possibile alcun cambiamento.
Mediazione Familiare e Teatro dell’Oppresso cercano entrambe di trovare un modo perché lo scontro, l’insanabile polarizzazione del conflitto egocentrico si trasformi in quello che Annibale chiama “il conflitto empatico”, quello dell’Io che, pur nella differenza talvolta costitutiva, resta aperto al Tu, lo tiene vivo perché sa che senza non sarebbe vivo, nel pieno senso del termine neanche lui, perché è solo nell’incontro con chi è profondamente diverso da noi che ritroviamo le nostre parti più nascoste e inaccessibili, quelle che costituiscono la nostra ombra: la conoscenza di noi stessi passa attraverso l’Altro, forse è l’unico modo.
Ed è, citiamo sempre Annibale, “l’empatia che permette l’ingresso nella scatola nera dell’altro” che ci porta a comprenderne le ragioni senza per questo doverle condividere. E’ solo attraverso il lavoro delle parole e dell’ascolto che è possibile curare una relazione malata o che questa si autocuri com’è nel caso dell’intervento di Mediazione, così anche nel Teatro dell’Oppresso, è solo il coraggio delle parole che rompe la dinamica d’oppressione.

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