La Mia Esperienza di Mediatrice Familiare

Una rivoluzione copernicana: niente pareri, diagnosi o sentenze

Quando mi sono interessata per la prima volta della mediazione familiare era il 1988. Stavo interessandomi alla mia futura tesi di laurea, ero negli Stati Uniti, dove la mediazione si era già diffusa da oltre un ventennio e dal 1978 Jim Coogler l’aveva ufficialmente applicata alle situazioni di divorzio. Mi apparve fin da subito una buona opportunità per tutta la famiglia in casi di lite, dato che quando si operava attraverso la consulenza tecnica l’esperto era costretto a scegliere in un contesto antagonistico di valutazione, dove i genitori non venivano affatto spinti a collaborare, semmai erano affiancati nel combattere l’uno contro l’altra.

Non molto tempo dopo tornai a caldeggiare l’applicazione della mediazione familiare con il mio mentore, il prof. Assunto Quadrio Aristarchi, il quale essendo consulente tecnico del tribunale e avendo riconosciuto il mio interesse per i figli dei divorziati mi aveva consigliato di specializzarmi nell’osservazione dei minori in casi di affido. Partecipammo al primo convegno europeo sulla mediazione familiare, in Normandia, perché intuimmo la portata della rivoluzione copernicana della mediazione familiare: lasciare che i genitori risolvessero le loro divergenze in prima persona (senza un esperto che ricevesse la loro delega a trattare o a combattere), stando loro accanto per rinforzare le loro capacità e il loro senso di responsabilità. Voleva dire che, nonostante il conflitto, i genitori sarebbero arrivati all’accordo senza pareri, disposizioni, sentenze o prescrizioni.

Mi ci dedicai e, con l’appoggio del professore, feci una formazione specifica recandomi negli Stati Uniti, dove fui anche ospite e allieva di sette mediatori familiari in differenti Stati, tra i quali soprattutto John Haynes e Lenard Marlow. Imparai da i mediatori familiari statunitensi, e da molti altri ancora in Europa e in Italia ho continuato ad imparare negli anni, compresi i miei clienti.

Il valore aggiunto della mediazione familiare nasce dal fatto che è un modo talmente positivo e accogliente di affrontare i conflitti familiari, che tutti noi mediatori lo sceglieremmo per primi in caso di bisogno.

 

A che cosa serve il mediatore familiare

Quando siamo in lite con qualcuno e ci rivolgiamo al mediatore familiare, il mediatore non ci giudica, ma ci capisce! Capisce il nostro carattere, capisce i nostri bisogni, capisce anche perché stiamo così male e siamo arrabbiati. Certo, non ci dirà che abbiamo ragione, ma nemmeno ci dirà che abbiamo torto, perché non si schiererà a favore nostro o dell’altro, resterà accanto ad entrambi senza cercare di risolvere per noi il nostro problema.

In mediazione familiare possiamo essere noi stessi, verremo accolti con dignità.

Ci sentiremo ascoltati e troveremo qualcuno che ci aiuterà a fare chiarezza, anche, ad esempio, sull’utilità o meno del percorso di mediazione familiare stesso. Qualora il problema richiedesse il parere dell’avvocato, il mediatore familiare incoraggerà ci incoraggerà a rivolgersi all’avvocato, se richiedesse il parere del sessuologo o dello psicologo, o dell’educatore, con lui ne parleremmo e pianificheremmo il modo migliore per consultare l’esperto più adatto. In ogni caso il mediatore familiare, per deontologia professionale, si atterrà solo alle proprie competenze e ci aiuterà a rivolgerci ad un altro operatore o ad un esperto tutte le volte che sarà opportuno.

Le sue competenze sono di carattere pratico, il mediatore familiare è l’esperto della gestione positiva della conflittualità familiare. Il mediatore familiare ci aiuta a comunicare meglio perché altrimenti nemmeno lui potrebbe capire ma, soprattutto, il mediatore familiare ci fa sentire degni di rispetto, nonostante sappiamo di avere anche commesso degli errori.

 

Mediare non vuol dire “cedere”

In mediazione familiare anche chi non è un esperto negoziatore può riuscire a raggiungere il suo obiettivo. Molti erroneamente pensano che mediare significhi accettare compromessi, ma non è affatto così. Mediare significa affrontare con coraggio i propri conflitti in famiglia e sostenere con decisione i propri punti di vista, i propri interessi, i propri bisogni, per poi discutere e trovare una soluzione che ci faccia sentire soddisfatti. Ognuno in mediazione porta avanti i propri interessi, ma anche i propri bisogni.

Risolvere una disputa basandosi solo sugli interessi in gioco, infatti, per il mediatore è un risultato positivo ma parziale e di breve durata. Il mediatore famigliare vorrebbe aiutare le famiglie, ma solo se vorranno perché il mediatore rispetta la volontà dei partecipanti, ad affrontare davvero i loro conflitti, con tutti i risvolti esistenziali, morali ed emotivi, per pianificare davvero un futuro accettabile per tutti.

Mediare significa soprattutto affrontare e risolvere i conflitti, il risultato della mediazione familiare solo a volte è l’accordo scritto, molto più spesso l’accordo scritto non serve, perché i partecipanti hanno imparato a “sciogliere” ciò che rende ostile la relazione: hanno affrontato le loro divergenze con dignità e rispetto.

 

Perché scegliere la mediazione familiare

Alcuni scelgono la mediazione familiare perché la loro relazione è così compromessa che pensano che l’unica soluzione per tornare a stare sereni sia la separazione coniugale e preferiscono affrontare questo evento insieme.

Sono preoccupati. Temono di ferire irrimediabilmente i propri figli. Guardano al proprio futuro economico e si sentono impoveriti. Devono affrontare una solitudine che, quasi sempre, per almeno uno dei due è un’imposizione disperante. Ci sono i nonni e gli altri parenti da informare… Come dirlo ai bambini? Se ci si mette nei loro panni, hanno ragione ad essere preoccupati. La separazione coniugale è uno degli eventi più stressanti, dopo la morte del coniuge.

Per le coppie di Fede cattolica la situazione è complessa anche dal punto di vista morale: quando si prende un impegno legale tale impegno può essere ridiscusso, ma è stato preso un impegno religioso e morale, esistenziale. La sofferenza esistenziale del cristiano che non riesce a far funzionare il proprio matrimonio è radicale, occorre che ne parli con il sacerdote, certamente, ma occorre anche che riesca a gestire, affrontare e pianificare il futuro della propria famiglia con responsabilità. In mediazione familiare è possibile affrontare ogni problema, per trovare la soluzione pratica che meglio rispetti i propri valori e quelli dell’altro genitore.

Per altre famiglie, invece, il conflitto sta radicandosi nella relazione, ma c’è ancora tanta voglia di superarlo positivamente, la speranza è quella di evitare la separazione. La mediazione familiare è di aiuto, perché nasce proprio per il superamento positivo dei conflitti: insegna a “litigare bene”.

E’ normale che in famiglia ci siano contrasti o conflitti, soffocare le differenze, le divergenze, le distanze non corrisponde automaticamente ad avere una famiglia felice, corrisponde piuttosto a vivere in una famiglia soffocante, o falsa. L’assenza di conflitto, in ogni gruppo, è segno di patologia.

 

La coppia fra amore e solitudine

Attualmente in Italia fallisce quasi un matrimonio su tre. D’altro canto, è pur vero che molti matrimoni durano per sempre e che una piccola percentuale di essi (circa il 10%) dura in modo felice. Il partner deve entrare e restare nel nostro mondo dell’amore, e noi nel suo, nel modo più pieno possibile. L’innamoramento non è una condizione facilitante la riuscita del matrimonio, il volersi bene sì.

Quando l’altro è incapace di amare

Se un individuo è capace di amare in modo produttivo ama anche se stesso; se può amare solo gli altri, non può amare completamente. L’egoista vede il mondo esterno solo dal punto di vista di ciò che può ricavarne; non ha interesse per le necessità degli altri familiari, né rispetto per la loro dignità e integrità: è fondamentalmente incapace d’amare, persino se stesso. In famiglia si riscontra anche il polo opposto: l’altruista nevrotico. La persona “altruista” non vuole niente per sé; vive solo per gli altri, o per i figli, a volte si vanta di non considerarsi importante. Ad onta del proprio altruismo, però, è assai infelice e i suoi rapporti con chi lo circonda non l’appagano. E’ inibito nelle proprie capacità di amare e di godere, è pieno di ostilità verso la vita e, dietro la facciata dell’altruismo, si nasconde un sottile ma intenso egocentrismo.

Vivere una relazione familiare infelice, senza amore, può logorare anche la salute fisica dei suoi componenti.

I figli possono diventare difficili, ingestibili, oppure possono annullarsi o arrivare a sviluppare patologie fisiche o psicologiche (queste famiglie, oltre che della mediazione per riaprire e facilitare la comunicazione tra i genitori, hanno bisogno di aiuti specialistici).

La soluzione più drastica, per un coniuge nelle condizioni descritte, è l’abbandono dell’altro a se stesso attraverso la separazione coniugale, ma si può anche cercare di superare queste difficoltà senza “abbandonare il campo”, sia attraverso la mediazione dei conflitti in famiglia, sia attraverso il counseling personale o di coppia, oppure, quando necessario, attraverso la psicoterapia di coppia o individuale (cfr. la sezione Servizi al pubblico).

Quando i rapporti sessuali sono un problema

C’è anche chi s’interroga sulla diminuzione dei rapporti sessuali, considerandoli un indice del buon funzionamento del rapporto di coppia, oppure anche come un modo di comunicare appieno col partner o un’importante necessità psico-fisica, ma forse anche perché desidera avere un figlio. Di fatto, una coppia dove non c’è sesso può essere coesa e fondarsi sull’amicizia, ma può essere molto limitante per chi desidera una vita sessuale attiva, quindi potrebbe rivolgersi altrove in cerca di un partner sessuale. Tuttavia, dove ci sono tradimenti vengono meno i requisiti della stabilità e della fiducia. Il tradimento è difatti il più evidente segnale di crisi del rapporto di coppia. Peraltro occorre considerare anche la posizione di chi di contro vive un momento di forte calo della propria libido e non sente il desiderio di avere rapporti erotici, li vive come una costrizione necessaria per gratificare il partner o addirittura come disgustosi, dolorosi o umilianti. Non è per niente facile parlarne per i partner, in quanto sono proprio l’intimità e l’autostima ad essere state compromesse attraverso il cattivo vissuto dei rapporti sessuali, ma la comunicazione interrotta ferisce entrambi e può portare alla rottura del legame. Con l’aiuto del mediatore familiare, se la questione ha acceso la conflittualità della coppia, è possibile riflettere e affrontare serenamente il problema e decidere insieme quale sia il modo migliore per gestirlo positivamente per entrambi.

Quando i propri genitori sono un problema per l’altro

Infine, anche genitori e suoceri possono suscitare contrasti e liti e diventare un grave problema che porta all’allontanamento e, persino, alla separazione. Ci sono legami talmente forti con la propria famiglia d’origine (quella da cui proveniamo), che possono compromettere la realizzazione della nostra famiglia di elezione (quella che abbiamo deciso di realizzare con il nostro/la nostra partner). Vuoi perché siamo ancora molto legati affettivamente, o economicamente, o logisticamente, fatto sta che questo rapporto di dipendenza, che in fondo non ci pesa affatto, può risultare non altrettanto sereno per l’altro/a. La presenza fisica o mentale costante dei suoceri, o più tipicamente della suocera, viene da sempre considerata un’intromissione fastidiosa nella ricerca della complicità coniugale. Quando ci si sposa non si sposano i genitori del partner né il partner deve sposare i nostri.

Con la necessità di aiuti, dettata dalla nascita dei propri figli da un lato e dalla ripresa dell’attività lavorativa di entrambi dall’altro lato, un aiuto è necessario e i nonni che sono disponibili a collaborare possono rappresentare un aiuto importante. Affrontare e discutere delle difficoltà che il nostro partner ha nei confronti dei nostri genitori è un segno di rispetto e di amore che può salvare un rapporto coniugale. Far finta di non capire in quali disagi si trovi, o capire ma non fare nulla, alla lunga logora il rapporto. Occorre parlare con attenzione e rispetto delle difficoltà, per poi cercare insieme soluzioni condivise che non facciano sentire né l’uno né l’altra a disagio.

Abbiamo accennato solo ai problemi più comuni all’interno del rapporto di coppia, per segnalare che se si è in una situazione di sofferenza, se si nutrono emozioni che allontanano dal partner, se si hanno difficoltà concrete all’interno della famiglia e il conflitto sta diventando sempre maggiore, sempre più distruttivo e fuori controllo, la mediazione familiare aiuta a “litigare bene”, ovverosia a trovare soluzioni condivise.

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