Analisi di Modelli di Mediazione

(estratto da Buzzi I. & J. Haynes: Introduzione alla mediazione familiare, Giuffré, 2012) 

La mediazione familiare e i suoi modelli di intervento

I pionieri e gli innovatori della mediazione familiare d’oltreoceano possono essere considerati James Coogler, John Haynes e i due colleghi Irving e Benjamin, ritenuti i padri fondatori dei modelli di base della mediazione familiare.

James Coogler, avvocato e consulente matrimoniale, reduce da una drammatica, faticosa e frustrante esperienza personale di divorzio giudiziale, fu il primo ad applicare la mediazione delle controversie alle situazioni di divorzio su base accusatoria. Nel 1974 creò ad Atlanta il primo centro di servizi di mediazione il “Family Mediation Center”, nel 1976 contribuì alla fondazione della Family Mediation Association (FMA) e, per sensibilizzare l’opinione pubblica e diffondere la cultura della mediazione, creò la rivista Family Mediation. Nel 1978 pubblicò il suo libro, “Structured Mediation in Divorce Settlement: an Handbook for Marital Mediators”, in cui formulò le “marital mediation rules”, le regole di mediazione matrimoniali, tracciando le basi del primo modello teorico di mediazione familiare, finalizzato all’ambito del divorzio ed estensibile poi successivamente anche alla separazione coniugale. Oggi, tale orientamento è conosciuto come modello strutturato globale e prevede un percorso a fasi successive con il rigoroso rispetto di numerose regole ed una pianificazione attenta.

Dalle sue convinzioni e dalla capacità di coniugare idee ed azione, sostenute della sua posizione economico-sociale e da un valido gruppo di amici, professionisti e collaboratori, Coogler riesce ad influenzare fortemente sia l’opinione pubblica, sia gli organismi politici e giurisdizionali. Nei dieci anni a seguire, in funzione della sua opera e al suo esempio, la diffusione della mediazione familiare, che lui chiamò di divorzio, fu continua e capillare su tutto il territorio statunitense favorendo la nascita di innumerevoli associazioni.

John Haynes, esperto negoziatore del mondo socio-assistenziale e del lavoro utilizzò nelle situazioni di conflitto familiare molte delle pratiche usate nella gestione dei conflitti nelle organizzazioni d’impresa, come ad esempio il brainstorming, il problem-solving, le tecniche della negoziazione ragionata, ecc. Il suo modello di mediazione familiare viene conosciuto come negoziale. Nel 1982, dopo anni di impegno nella formazione degli assistenti sociali e dei consulenti familiari, fonda con Stephen Erickson e Samuel Marguiles l’Academy of Family Mediators. Haynes pubblica nel 1981 un libro che diverrà la base professionale dei futuri mediatori Divorce Mediation e contribuirà notevolmente alla diffusione della mediazione, non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo. In Quebec a partire dal 1982 è chiamato a fare il formatore nel progetto pilota del servizio di mediazione alla Corte Suprema di Montreal) e in Europa a partire dagli anni novanta.

Il modello di mediazione terapeutica nasce in Canada a metà degli anni Settanta ad opera di Howard Irving, psicoterapeuta e docente della Facoltà di Scienze Sociali e di Giurisprudenza dell’Università di Toronto e rivisto in un secondo momento con l’aiuto del suo collega Michael Benjamin. Irving e Benjamin propongono un modello di mediazione familiare centrato sui processi relazionali. Questo modello si sviluppa a partire da alcune osservazioni in merito all’efficacia della mediazione strutturata applicata presso i servizi sociali. Per questi due autori il percorso di mediazione in determinate situazioni può avere effetti durevoli nel tempo solamente se vengono risolte problematiche di tipo emotivo e relazionale. Di conseguenza, gli autori ritengono che l’aspetto fondamentale su cui lavorare sia la soluzione degli aspetti affettivi legati alla vicenda separativa, legata all’accoglimento e alla gestione dell’intera gamma di variazioni relazionali e di interazione presenti nelle coppie.

Nel nostro Paese una prima ma rilevante differenziazione fu fatta nei primi anni Novanta, fu quella tra la mediazione globale e quella parziale. La mediazione familiare è di tipo globale quando viene svolta da un mediatore che è in grado per formazione di base e formazione ricevuta aiutare le parti ad affrontare la riorganizzazione di tutti gli aspetti conflittuali della loro separazione. “Sotto il profilo gestionale, la mediazione globale mira a far acquisire alla coppia la consapevolezza che la fine del rapporto non deve coincidere con la fine della famiglia, compreso il profilo della responsabilità genitoriale, spesso si pone come obiettivo primario l’interesse della prole sostenendo il nucleo familiare nel superamento del conflitto”.

La Mediazione familiare è di tipo parziale se si concentra su problematiche specifiche, più spesso di tipo relazionale con particolare enfasi per gli aspetti legati alla cura dei figli, nell’idea che il nodo di ogni risoluzione e ristrutturazione è contenuto principalmente nelle difficoltà di tipo comunicativo e affettivo, pertanto lavorando in modo elettivo su questi cardini si offre l’avvio ad ogni atro tipo d’azione risolutiva.

Molti autori italiani hanno descritto il modello negoziale, ascrivendolo a John M. Haynes, ai colleghi dell’arte del negoziato Fisher e Ury, e a Christopher Moore. Attraverso un percorso di mediazione globale ci si pone come obiettivo il raggiungimento del miglior risultato possibile in termini di autodeterminazione della coppia, attraverso l’utilizzo delle tecniche della negoziazione ragionata in cui il mediatore svolge il ruolo di traduttore, in grado di restituire alla coppia la sua capacità contrattuale. E’ un modello di mediazione diretto all’accordo di tipo facilitativo. Il suo utilizzo non è finalizzato solo alla separazione e al divorzio ma si apre a ventaglio su diverse problematiche, dissensi e conflitti della sfera familiare ed educativa. Quali elementi chiave descrivono il portare in evidenza tutti gli aspetti della separazione per permettere alle persone una equilibrata contrattazione e il condividere un progetto, e proiettare i soggetti verso ipotesi future cercando di eliminare ogni possibile recriminazione legata agli avvenimenti accaduti nel passato.

Tra le metodologie di intervento sono poste in evidenza dagli autori: la tecnica del problem-solving, la tecnica del brain-storming, la costruzione di un percorso a fasi ben delineato, la neutralità del mediatore, la partecipazione volontaria, la riservatezza, il pragmatismo ed infine l’aiutare i clienti a definire problemi risolvibili.

Il modello strutturato di mediazione familiare viene ascritto a O.J. Coogler (e riformulato da Sara Greebe), Kaslow e Roberts. La mediazione si svolge secondo una precisa strutturazione del percorso negoziale ed utilizza una metodologia orientata al compito, in modo da consentire alle persone di trarre il massimo beneficio possibile, offrendo loro opportunità almeno equivalenti, nel miglioramento delle proprie condizioni di vita. E’ un modello di mediazione diretto all’accordo di tipo facilitativo. Il presupposto di fondo del modello, secondo gli autori italiani, è che solo un quadro assai definito protegga dal caos e aiuta le coppie in difficoltà, circoscrivendo tempi modi e contenuti del contendere. Si avvicinerebbe alle procedure di negoziazione e gestione dei conflitti nelle organizzazioni di lavoro, tanto che, in alcuni testi, viene denominato anche come modello di mediazione diretta all’accordo (settlement-directed mediation), in quanto fa riferimento alle tecniche della negoziazione ragionata.

E’ un modello che mira a ristabilire la comunicazione fra le parti, lasciando ampio spazio all’autodeterminazione, dove i momenti che vengono dedicati ai sentimenti collegati alla separazione sono marginali rispetto alla possibilità di ristabilire un sano equilibrio di potere nella coppia. La necessità di controllare gli effetti delle emozioni è uno degli obiettivi principali del processo, attraverso una conduzione su un binario ben definito costruito proprio per riparare dall’esplosività e dall’irrazionalità. Gli elementi chiave del modello sono l’attenersi al principio dell’equidistanza e la parità dei clienti; il mantenere sotto controllo la situazione di sofferenza della coppia attraverso una evidenziazione dei reali interessi delle parti cercando di superare le rispettive posizioni apparenti; il sostenere la coppia affinché mantenga la propria dignità attraverso la riconquista del rispetto di sé e dell’altro (contenere l’intromissione di sentimenti distruttivi ed irrazionali); il motivare le coppie ad adottare una capacità di pensare e negoziare soluzioni adeguate; il riallacciare uno spirito collaborativo pur mantenendo i giusti spazi di auto considerazione; la centratura sul compito come strumento per l’autodeterminazione che viene promossa dal mediatore; la piena informazione, conoscenza e accettazione dei principi della mediazione da parte delle parti. Il mediatore ha il compito principale di creare un setting facilitante e condurre le parti a proporre opzioni e soluzioni. La mediazione è globale.

Tra le metodologie descritte come appartenenti al modello strutturato compaiono: la formulazione di obiettivi chiari e predefiniti, la neutralità del mediatore, il porre in evidenza gli interessi comuni che esistono oltre il conflitto, con definizioni win-win (vincitore-vincitore), il condurre gli incontri esclusivamente alla presenza di entrambe le parti, non sono previsti incontri individuali e incontri con i figli.

Il modello negoziale e quello strutturato hanno lasciato tracce in ogni altro modello successivo, essendo stati il punto di partenza di ogni riflessione e di ogni pratica di mediazione familiare.

Il modello trasformativo messo a punto da Bush e Folger nel 1994, definisce la mediazione come un processo nel quale una terza persona aiuta le parti a ridefinire la qualità delle loro dinamiche relazionali trasformando il conflitto da negativo e distruttivo in positivo e costruttivo attraverso l’osservazione e la discussione delle problematiche e delle possibili soluzioni. Lo scopo principale della mediazione trasformativa è incoraggiare la capacità e il riconoscimento delle parti, perciò aiutarli ad affrontare il loro problema corrente, così come problemi successivi, con una visione più forte e allargata. La mediazione ha, secondo questo approccio, le potenzialità per generare effetti trasformativi altamente benefici per le parti e la società, tale potenzialità si attua quando il mediatore porta i genitori ad una disposizione d’animo particolare, con metodi d’intervento che contribuiscono alla realizzazione di due obiettivi chiave: l’empowerment e il recognition.

Potenziamento o empowerment significa rendere le parti capaci di definire le loro stesse questioni e cercare le soluzioni da sole. Esprimere la restituzione agli individui del senso dei loro propri valori, l’energia e la capacità di gestire i problemi della vita

Riconoscimento o recognition significa rendere le parti capaci di vedere e capire il punto di vista dell’altra persona, capire come essa definisce il problema e perché persegue quella specifica decisione.

La mediazione familiare è essa stessa un processo di self-empowerment: le persone coinvolte in una separazione coniugale si trovano solitamente in una situazione di indefinitezza, di confusione, di timore, di disorganizzazione e di indecisione, di conseguenza possono sentirsi vulnerabili e avere l’impressione di avere perso il controllo degli eventi (situazione di helplessness). Rispetto a questa situazione di partenza, caratterizzata da frustrazione e debolezza, quando coloro che partecipano alle sedute di mediazione si dimostrano via via più calmi, più aperti e onesti, organizzati e decisi, si può ipotizzare che sia avvenuto il processo di self-empowerment, ovvero i partecipanti hanno stabilito o riguadagnato una sensazione di potere e possono assumere il controllo della propria situazione.

Bush distingue cinque fenomeni di empowerment: relativamente agli obiettivi, relativamente alle opzioni, relativamente alle abilità, relativamente alle risorse, relativamente alla capacità di decisione. Quando gran parte degli elementi di empowerment si realizzano durante il processo di mediazione i partecipanti esprimono un maggior senso di sicurezza, di autostima, di autodeterminazione e di autonomia. È anche necessario ricordare che questi processi sono qualcosa di diverso dal particolare esito del processo di mediazione, le parti possono comunque raggiungere o perseguire il proprio self-empowerment a prescindere dal contenuto degli esiti del loro accordo. Il self-empowerment è indipendente dal contenuto dell’accordo, ma resta legato al processo di mediazione. Che il risultato della loro negoziazione sia a parere del mediatore equo e ottimale per la situazione della coppia, o che invece per il mediatore rappresenti una soluzione poco realizzabile o non omologabile in sede di separazione, l’empowerment può essere stato ugualmente raggiunto da una o da entrambe le parti in lite.

Al processo di empowerment si aggiunge quello complementare della recognition, o riconoscimento. Questa capacità si distingue per livelli di attuazione:

1) considerazione di dare all’altro la propria recognition,
2) desiderio di dare all’altro la propria recognition,
3) pensare di dare all’altro la propria recognition,
4) dare all’altro la propria recognition attraverso le parole, ed infine
5) dare all’altro la propria recognition attraverso azioni concrete.

Il mediatore trasformativo non gestisce il processo ma accompagna e sostiene le parti facendo ricorso all’abilità di riflessione, di sintesi e di verifica. Tra le metodologie operative più caratteristiche del modello trasformativo troviamo il cosiddetto “confronto costruttivo” e il “dialogo riflessivo”. Nella mediazione trasformativa si parte dalla consapevolezza che il conflitto può essere un processo a lungo termine, spesso lacerante, e che la mediazione è solo un intervento all’interno di una sequenza di interazioni del conflitto. Il conflitto è un’opportunità per una crescita e trasformazione morale. Viene sovente utilizzata dai mediatori che utilizzano o conoscono questo modello la tecnica di colloquio derivata dalla Client-Centered-Therapy di Carl Rogers (strumenti privilegiati la domanda e il refraiming).

Gli oppositori del modello trasformativo si dividono in coloro che sostengono che in realtà si tratti di una forma di terapia e coloro che dubitano che le parti in lite siano alla ricerca di un cambiamento personale, inoltre questo modello mal si presta alla gestione di coppie che presentano maltrattamenti e abusi, o forti sbilanciamento di potere, oppure personalità altamente conflittuali.

E’ esistita in passato e in rari casi è presente ancora oggi, una modalità operativa di mediazione familiare non riconosciuta dalle principali associazioni di mediazione familiare nazionale, la mediazione valutativa. L’accordo è l’obbiettivo principale da raggiungere e sancisce il successo del processo, è un tipo di mediazione orientata alla soluzione di tipo globale e negoziale, dove il mediatore assume un ruolo fortemente direttivo ed è quindi molto coinvolto nel processo di mediazione. Egli propone indicazioni circa le vie da seguire per arrivare alla risoluzione dei problemi ed anche le modalità per comporre il conflitto. Non facilita o promuove le competenze dei soggetti in termini di autodeterminazione, il suo sostegno è fortemente propositivo e suggerisce vere e proprie soluzioni da seguire. Il rischio della polarizzazione tra le parti in questo modello è molto alto. Esistono poi utilizzi più addolciti della mediazione valutativa definiti di “facilitazione selettiva” che pur lavorando sull’autodeterminazione delle parti, favoriscono certe soluzioni rispetto ad altre prese dalla coppia. La mediazione valutativa, che di solito è utilizzata nei contesti civili e commerciali, è stata bersaglio di forti critiche: ciò che viene contestato è il fatto che questo modello gode del favore di avvocati, giudici in pensione e consulenti tecnici che preferiscono svolgere un ruolo importante nella presa di decisioni piuttosto che lasciare maggior potere ai clienti. Particolarmente preoccupante si rivela essere la validità delle previsioni sulle decisioni risolutive nella sala d’udienza e la labilità della competenza sostanziale. E’ evidente che il mediatore si distacca dalla sua matrice originaria, in cui la mediazione ben si distingueva dall’arbitrato.

La mediazione endoprocessuale è quella mediazione che viene a verificarsi nell’ambito del giudizio di separazione o di divorzio, o di revisione delle condizioni di affido, dove il tribunale suggerisce interventi di mediazione per risolvere le controversie sull’affido e sulla programmazione educativa o delle visite da parte del genitore non collocatario. I mediatori sono per lo più psicologi, psichiatri e assistenti sociali. Si tratta di mediazione parziale a causa del numero limitato delle questioni da mediare (a volte addirittura assenti e sostituite dalla richiesta di un intervento di contenimento della litigiosità). Qualora si dovesse trattare questioni di carattere economico, la mediazione verrà condotta da un avvocato. Appartengono a questo contesto alcuni modelli, tra cui quello di mediazione clinica, definita anche terapeutica.

La mediazione familiare terapeutica viene fatta risalire a  Irving e Benjamin e in Italia è in parte riconducibile all’Istituto di Ricerca e Formazione in Mediazione Familiare (IRMeF) di Roma. Nella mediazione l’attenzione viene focalizzata sugli aspetti emotivi delle crisi nelle relazioni affettive, cercando di risolvere prioritariamente i nodi di digressione comunicativa e di tutte le variazioni prodotte dalle possibili interazioni della coppia. Il principio base è racchiuso nell’idea, che la possibilità di giungere ad un dialogo cooperativo in una coppia, possa avvenire solo dopo aver eliminato i sentimenti di ostilità, rabbia, di rivendicazione e vendetta che ostacolano ogni possibile e duratura condizione di equilibrio. La cornice teorico-metodologica di riferimento è la lettura clinica della relazione all’interno della coppia genitoriale.

Tra gli elementi chiave figurano: il focus sui sentimenti disgreganti che bloccano eventuali e possibili cambiamenti e possono essere impedenti anche rispetto la mediazione; l’individuazione dei modelli d’interazione relazionale, gli stili di comunicazione, gli schemi insiti nei diversi codici familiari che caratterizzano le famiglie (coppie, figli, parenti);  l’eliminazione dell’induzione da parte di terze parti sulle dinamiche relazionali della coppia.

Il mediatore deve neutralizzare o modificare i modelli disfunzionali che sono di ostacolo, per portare i soggetti a ristrutturare le proprie competenze relazionali e comunicative e successivamente, con l’integrazione e l’intervento di altre professionalità ovverosia dell’avvocato, arrivare ad un accordo.

Il mediatore struttura un processo ad orientamento clinico e tarato sull’unicità della coppia, da parte dei soggetti deve esserci la volontarietà e la libertà di scelta.

Viene effettuata una valutazione di tipo psicologico sui soggetti per verificare la predisposizione emotiva all’intervento. La fase valutativa che precede sia la fase di pre-mediazione che quella della mediazione vera e propria è particolarmente importante, in quanto utile a evidenziare come rendere adatte al processo anche coppie spesso considerabili come inadatte per l’elevata litigiosità o distorsione comunicativa, pur non essendo patologiche. La fase valutativa prevede incontri anche individuali. Il mediatore deve essere molto esperto e soprattutto con una formazione specifica attinente alle professioni psicologiche, in grado di agire e modificare le disfunzioni relazionali delle coppie che sono ritenute adatte o adattabili alla mediazione anche se momentaneamente in blocco emotivo. Il mediatore si comporta come un consigliere della coppia, egli si preoccupa di incidere sugli stili di comunicazione, gli stati emotivi e comportamentali dei soggetti e verifica e controlla i progressi.

Nel caso di impossibilità di avanzamento o sviluppo del dialogo ovvero in caso di fallimento del processo mediativo, l’operatore deve effettuare un invio della coppia ad altri contesti (giudiziali o terapeutici) della coppia. L’azione negoziale vera e propria deve portare ad un vantaggio efficace e duraturo nel tempo. E’ prevista una fase di follow-up da effettuarsi sei settimane dalla fine del processo di mediazione, per verificare se l’accordo realizzato ha i presupposti per poter essere mantenuto, per evidenziare i progressi e le problematiche e per valutare l’ipotesi di fattibilità sul lungo periodo e le possibilità di ridiscussione.

In Italia tale approccio si divide tra chi prevede anche la possibilità d’incontri con i figli, se i figli sono piccoli il loro coinvolgimento può avvenire verso la fine del processo se sono adolescenti invece avviene nella fase centrale della mediazione, e chi si oppone fermamente alla loro presenza nel percorso di mediazione.

Il modello sistemico di mediazione familiare, anche definito mediazione familiare centrata sulla famiglia, viene fatto risalire a Irving e Benjamin, e in Italia ad Ardone, Malagoli Togliatti, Mastropaolo, Mazzei e De Bernart.

Il modello di mediazione familiare sistemico vuole tenere conto dell’intero sistema familiare, cioè adotta una lettura complessa della dinamica relazionale che gravita attorno al conflitto, sollecitando la sinergia tra figure professionali che operano in ambito diverso: psicologico, giuridico e sociale. “Il modello sistemico relazionale, prevede un approccio interdisciplinare che sollecita il dialogo e la sinergia operativa tra figure professionali di ambito diverso, psicologico giuridico e sociale”. Tiene conto dell’intero sistema familiare e del contesto allargato: la famiglia più che la coppia costituisce il perno e viene presa in considerazione anche nella sua storia intergenerazionale (nonni, figli, nuclei allargati). I figli, infatti, vengono coinvolti indirettamente o direttamente.

Viene data la priorità agli aspetti emotivo-affettivi connessi al trauma della separazione e il confitto è visto come opportunità di crescita ed è la coppia che sceglie le problematiche da negoziare.

Il compito del mediatore è quello di ristabilire un minimo di armonia familiare, di creare un’atmosfera il meno conflittuale, per proteggere i figli dalle controversie della generazione adulta.

Il modello deriva dalla teoria dei sistemi, dalle teorie del conflitto, dalle teorie del contestualismo, dalle teorie della negoziazione della teoria e dell’attaccamento.

L’approccio prende in esame la rete relazionale passata, presente e futura della famiglia, perché il metodo mette in essere l’analisi e la discussione della rete relazionale bio-psico-sociale dell’individuo, della famiglia e dei macrosistemi di riferimento. A volte, come intuibile, si prevedono delle sedute con i figli o altri componenti della famiglia oltre alla coppia genitoriale.

Viene fatto uso cospicuo delle tecniche del reframing, del circular questioning, e di genogrammi.

In funzione della scuola d’appartenenza il processo mediativo può essere condotto in due modi differenti: 1) la mediazione viene svolta da un solo professionista mediatore (psicologo, educatore o avvocato) che tocca con i protagonisti tutti gli aspetti di una crisi di coppia, sia quelli emotivi che quelli relazionali ed economici. 2) In co-mediazione, cioè una mediazione svolta congiuntamente da un professionista mediatore, quale lo psicologo/educatore, e da un avvocato mediatore. In questo caso ognuno dei mediatori si occupa del suo campo specifico, sempre però rispettando gli schemi e le regole della mediazione.

Il percorso di mediazione familiare si sviluppa partendo da una fase di  pre-mediazione in cui i partner, con l’ausilio del mediatore, fanno un bilancio personale, coniugale e genitoriale degli anni vissuti insieme, riconoscendo ed elaborando le cause che hanno condotto alla crisi. In questa fase si verifica se la scelta della separazione è o meno definitiva; in questo ultimo caso la mediazione rappresenta una fondamentale risorsa per affrontare efficacemente la decisione prefigurando positive prospettive di futuro per tutti i membri della famiglia. Segue il contratto di mediazione in cui i partner identificano i temi che vogliono discutere e riportare nel contratto di mediazione, la sottoscrizione del quale rappresenta un momento di riflessione e di impegno per i partner ad intraprendere un percorso, rispettandone le regole e condividendone gli obiettivi. Si passa a quella che viene definita negoziazione ragionata, che è la fase più lunga e costruttiva, durante la quale vengono vagliate le possibili soluzioni ai problemi e ai temi riportati nel contratto di mediazione. Al termine degli incontri, negoziati tutti i punti in conflitto, il mediatore stende gli accordi raggiunti in un progetto di intesa che consegna ad entrambi i partner, ognuno dei quali liberamente decide di seguire al fine di riorganizzare responsabilmente la propria vita e quella dei figli oppure di formalizzare per una procedura legale di separazione consensuale.

Il modello integrato di mediazione familiare viene fatto risalire a Lenard Marlow e, in Italia, a Irene Bernardini e al Gea di Milano. Nella mediazione integrata viene dato ampio spazio alla dimensione emotivo-affettiva e la mediazione si adatta alle necessità della coppia, non ci sono regole valevoli per ogni coppia: sono le parti stesse che definiscono il processo. L’attenzione è rivolta al futuro e alla ridefinizione della relazione tra i partner piuttosto che ad ottenere accordi sui diritti legali. Spesso sono coinvolti mediatori diversi, con formazione umanistica e legale, in grado perciò di affrontare e di individuare con le parti, seppur in sedute separate, ogni aspetto della separazione ma non tanto per ciò che vogliono ottenere dall’altro, piuttosto per ciò che sono disposti a spartire con l’altro. Il termine “integrato” si riferisce alla relazione tra mediatore e consulente legale che collaborano alla gestione del conflitto in coppia, in quanto uno aiuta la coppia nella negoziazione relativa alle responsabilità genitoriali: residenza principale dei figli, modalità con cui i genitori prendono le decisioni nei riguardi di questi ultimi, mentre l’altro si prende carico della negoziazione relativa agli aspetti economici.

E’ un modello parziale dove vengono affrontati solo i problemi relativi all’affidamento dei figli secondo uno stile non direttivo, integrato da altre professionalità, in modo separato: prevede l’integrazione tra le competenze del mediatore e quelle legali dei consulenti di parte, con i quali il mediatore cerca di avere rapporti il più possibile collaborativi, pur sempre nel rispetto dell’autonomia reciproca e della riservatezza. Il mediatore non dà consigli, non si sostituisce ai genitori, ma insieme ai genitori si assume la responsabilità della ricerca di soluzioni: realizza un lavoro di équipe per attivare le risorse positive dei genitori. La presenza dei figli non è ammessa. Il mediatore assume la rappresentanza dei bambini, cercando di riportarli continuamente al centro del lavoro di mediazione, pur evitando toni colpevolizzanti o ricattatori.

Al primo incontro devono essere presenti entrambi i genitori, in caso di difficoltà rimane aperta la possibilità di un primo colloquio individuale volto a verificare la possibilità di coinvolgimento dell’altro genitore. Non sono ammessi ai colloqui nuovi compagni, parenti, figli. Mediatore e coppia, successivamente, valutano insieme l’esistenza delle condizioni e delle motivazioni adatte per intraprendere o meno il percorso di mediazione familiare. Elementi di non mediabilità sono: un’eccessiva dipendenza dalla famiglia di origine, dal nuovo partner, dal legale, oppure l’assenza di plenipotenzialità di uno o entrambi i partner, l’accusa di comportamenti violenti o di abusi sessuali, l’impossibilità di stabilire la “tregua giudiziaria”; la mancanza di risorse genitoriali.

Una volta deciso di intraprendere il processo di mediazione questo si sviluppa in una serie di colloqui nei quali si affrontano concretamente i nodi emersi, fino al raggiungimento di accordi. Spesso in tale approccio non è prevista la redazione di un’intesa scritta “anche se possibile in funzione della richiesta delle coppie. Conclusa la mediazione è previsto un momento di follow-up. Dopo due anni, i genitori vengono intervistati da un operatore diverso da quello incontrato in mediazione. L’intervista ha lo scopo di rilevare aspetti relativi alla tenuta e l‟efficacia degli accordi raggiunti in mediazione.

Il modello mediterraneo viene fatto risalire ad Anna De Vanna e al Centro Ricerche Interventi Stress Interpersonale, meglio conosciuto come il C.R.I.S.I. di Bari. Il modello mette in luce la crisi emotiva coniugale come elemento caratterizzante la necessità dell’intervento, che può essere condotto da uno o più mediatori con il compito di facilitare la comunicazione. Alla coppia viene lasciato il potere e la responsabilità di decidere se e come trovare una soluzione al conflitto.

Strumento operativo privilegiato è l’ascolto delle emozioni, per permettere ai coniugi di riconoscere i propri bisogni e valori, e giungere ad un accordo stabile e duraturo, anche nell’interesse dei figli.

Il modello si propone inoltre di aiutare la coppia a riflettere sulle manifestazioni emotive dei figli, sviluppando nuove modalità di interazione, per tutelare il loro equilibrio psicologico.

Il percorso di mediazione si struttura, di norma, in diversi incontri ed è caratterizzato da 4 tappe: il consenso: i mediatori incontrano singolarmente i protagonisti del conflitto per acquisire il loro consenso all’avvio del percorso; la fattibilità: i configgenti si trovano l’uno accanto all’altra di fronte ai mediatori per sperimentare insieme se il percorso di mediazione è percorribile; la mediazione, dove secondo quanto espresso nel sito del C.R.I.S.I.: “i mediatori non segnano il percorso, non indicano traguardi, ma vigilano e tutelano i viandanti con responsabilità. Per fare questo non utilizzano strumenti sofisticati o pratiche specialistiche, ma si affidano alla loro capacità di ascoltare. Obiettivo dei mediatori è incontrare entrambi i protagonisti del conflitto, riconoscerli al di là dei loro ruoli, riscoprirli come persone che vivono un momento di sofferenza piuttosto che come avversari”; l’esito: la qualità dell’esito è stimata  i base ai miglioramenti nella comunicazione tra le parti, al rinvenimento di accordi condivisi da entrambe le parti, alla loro “pacificazione”.

Il modello interdisciplinare di mediazione familiare viene fatto risalire a Sauber, Gold, e in Italia ad Andolfi, a Calabrese e al centro Se.Ra. (Senza Rancore) dell’Aquila. Molto vicina al modello integrato, di cui mantiene gli obiettivi, la mediazione interdisciplinare si differenzia da questa per alcune particolarità metodologiche in quanto essa prevede, una conduzione sinergica tra un legale ed un operatore sociale: il primo si occupa delle questioni tecnico finanziarie e giuridiche, mentre il secondo della comunicazione e della gestione e riduzione del conflitto. La differenza rispetto al modello integrato sta nel fatto che entrambi gli esperti sono presenti alle sedute, questi pur avendo ruoli e stili diversi che possono aumentare le difficoltà per la coppia, perseguono in realtà il medesimo obiettivo. La mediazione interdisciplinare è caratterizzata quindi dalla presenza di co-mediatori, uno con ruolo che si avvicina al modello terapeutico che accompagna le persone e le cura negli aspetti disfunzionali a livello emotivo, comunicativo e relazionale, l’altro, che affronta le questioni di diritto, inteso come cornice normativa a tutela della parte potenzialmente più debole, ora i figli, ora l’altro partner. La parte di terapia vera e propria può essere affiancata prima, dopo o durante la mediazione, in caso di necessità rilevata. L’intervento del mediatore dell’area giuridica, poi, si distingue dal lavoro dell’avvocato in quanto fornisce l’informazione legale in modo oggettivo e mai strategico.

Presenza di due mediatori in contemporanea che devono mantenere una flessibilità nel giocare i diversi ruoli, tale competenza risulta molto importante. La co-mediazione viene usata con funzione di equilibrio e supporto, specialmente laddove esistono squilibri di potere (funzione di equilibrio fra i sessi e/o culturale. E’ utile per lo scambio informativo e l’ampliamento dei punti di vista, l’ampliamento del numero e dei tipi di strategie possibili, ma porta con sé  come elemento negativo quello dell’innalzamento dei costi e del tempo che si aggiunge a quello della mediazione, per la consultazione, la condivisione e un’accurata preparazione.

Dopo un incontro informativo, conoscitivo, esplorativo, segue una pre-seduta nella quale vengono ripresi i temi trattati durante il colloquio precedente, le eventuali consegne date alla coppia e le relative osservazioni. Lo scopo è individuare e valutare gli obiettivi da tenere in considerazione nel corso dell’incontro che seguirà. Gli obiettivi della seduta, vengono precedentemente confrontati e condivisi dai due operatori per garantire coerenza agli interventi. Durante i colloqui si assiste ad un passaggio dal ruolo di conduttore a quello di osservatore e viceversa, poiché nessuno dei due mediatori interdisciplinari ricopre un funzione predefinita, (sulle questioni di carattere economico-patrimoniale potrà avere più spazio il mediatore “legale”, mentre se il tema dell’incontro riguarda difficoltà relazionali o con i figli ne avrà di più il mediatore “psicologo”). Seguono due feed-back, uno reciproco da parte dei co-mediatori sull’andamento del colloquio con compilazione della cartella o dossier (temi trattati, eventuali consegne, osservazioni) e uno da parte dei soggetti in mediazione che hanno il compito, tra un incontro e l’altro, di elaborare e di meditare sugli obiettivi raggiunti a partire dalle loro diverse posizioni. Elaborazione di una strategia condivisa, sia che si tratti della coppia che dei mediatori e il principale risultato della mediazione su modello interdisciplinare. Un lavoro che richiede tempo, ma necessario e molto efficace, soprattutto nei casi più complessi.

Il modello relazionale-simbolico di mediazione familiare, precedentemente denominato “transizionale-simbolico” viene ricondotto all’èquipe interdisciplinare del Centro studi e ricerche sulla famiglia dell’Università Cattolica di Milano, nonché a Cigoli, Scabini, Marzotto. Generatosi dal paradigma relazionale-simbolico: “relazionale”, perché si occupa dei legami (di coppia, tra generazioni, ecc.); “simbolico”, in quanto è particolarmente interessato al fondamento delle relazioni familiari al di là dei cambiamenti storici, cioè vuole riconoscere il valore del legame familiare. La mediazione familiare è intesa come esperienza di passaggio ritualizzata della crisi di coppia. Il mediatore riveste i ruolo di un professionista equidistante che cerca di favorire il raggiungimento di armonia tra le parti e di un accordo in caso di separazione coniugale, ma lavora anche, quasi in qualità di orientatore familiare, per offrire la possibilità di una riconsiderazione del patto coniugale che va oltre il suo termine. “… la famiglia vada intesa in senso generazionale e di scambio tra più generazioni. Essa è infatti una struttura organizzativa di relazioni che connette e vincola tra loro le differenze originarie e fondamentali dell’umano, quelle tra generi (maschile e femminile), tra generazioni (chi genera e chi è generato) e tra stirpi (la genealogia materna e paterna) e che ha uno scopo intrinseco la generatività”.

L’intervento di mediazione mira pertanto a favorire l’assunzione di ruoli nuovi, incoraggiando i genitori a valorizzare lo scambio con le generazioni che li precedono e con i loro figli, anche in presenza di gravi turbolenze nella relazione coniugale. Nell’evento critico della separazione, vengono individuati dei compiti di sviluppo coniugali e intergenerazionali che si possono così riassumere: attuare il divorzio psichico elaborando il fallimento coniugale, impegnarsi in una gestione cooperativa del conflitto coniugale, ridefinire i confini coniugali e familiari equilibrando nuovamente le distanze, mettere in atto una forma di collaborazione con l’ex coniuge per garantire all’altro l’esercizio simbolico e materiale della funzione genitoriale, consentire l’accesso alla storia di entrambe le famiglie di origine. E’ di fondamentale importanza la trasmissione generazionale.

La mediazione è lo spazio di facilitazione e sostegno al processo di rinegoziazione delle relazioni familiari. Si tratta di una mediazione globale a fasi consecutive. Il primo contatto della persona con il servizio o il professionista, a volte si esprime con una domanda confusa che necessita una chiara presentazione della mediazione, dei suoi obbiettivi e delle condizioni di praticabilità della mediazione; segue un percorso preliminare di diversi incontri dedicato alla verifica delle condizioni di mediabilià e alla definizione del contratto di mediazione, cioè alla spiegazione/accettazione delle regole di lavoro e alla definizione dei temi rispetto ai quali sviluppare le negoziazioni e prendere accordi (ha generalmente luogo quando il mediatore rileva che non ci sono le condizioni per avviare subito la mediazione familiare). Segue la fase negoziale che dura diversi incontri e viene condotta secondo la logica della “negoziazione ragionata”, in cui i genitori sono chiamati ad affrontare i problemi relativi ai figli e ai beni materiali, e ad esaminare per ciascuno di essi le opzioni possibili per individuare quella più idonea all’intera famiglia. La mediazione si conclude con la stesura del “progetto d’intesa”, un documento che, sottoscritto dai genitori, viene consegnato ad ognuno di loro per essere eventualmente presentato all’avvocato e portato in giudizio.

Nel presente modello è accolta la pratica della co-mediazione, in cui le questioni dei figli e quelle economiche sono trattate da due mediatori distinti ma compresenti, che ricorrono ad uno stile “forte”, “direttivo” nella conduzione del processo, inoltre, è contemplata la possibilità di ricorrere ad incontri individuali con i genitori e di far entrare i figli nella stanza di mediazione. Sebbene non in modo rigido, s’ipotizzano uno o due colloqui alla presenza anche dei figli, dopo che i genitori hanno formulato una bozza d’accordo e li hanno preparati ad un appuntamento con il mediatore, per aiutare positivamente la transizione, favorire la cura dei legami tra le generazioni, lo scambio di doni tra le stirpi, ma anche l’esplicitazione di timori e paure da entrambe le parti.

La mediazione familiare basata sui bisogni evolutivi viene fatto risalire a Francesco Canevelli e Marina Lucardi del Centro per l’età evolutiva di Roma. Questo modello è orientata alla ricerca di un equilibrio tra aspetti pragmatici (ricerca di accordi legati ad aspetti della separazione) ed emotivo-relazionali (relativi all’evoluzione del rapporto tra ex-partner), tra superamento dell’evento critico e ridefinizione personale. Sono rilevanti sia la dimensione genitoriale sia tutti gli aspetti della vicenda coniugale passata e presente compresi momenti di aperta conflittualità.

Il modello porta a favorire il superamento dell’evento critico, aiutando la ridefinizione di sé da parte degli ex coniugi. Il modello basato sui bisogni evolutivi, come quello integrato, è parziale in quanto l’elemento centrale è la gestione della genitorialità e la ridefinizione del rapporto tra gli ex-partner, gli aspetti economici vengono rimandati all’ambito legale. L’approccio evolutivo non contempla la presenza dei figli nella stanza di mediazione: “lo spazio della mediazione è lo spazio esclusivo degli adulti, non in quanto tali, quanto perché nella loro condizione di ex-partner in un rapporto affettivo di qualità specifica e singolare sono i responsabili e i competenti rispetto alla ridefinizione del rapporto stesso e alle decisioni che dovranno incarnare in prima persona” (Canevelli e Lucardi 2000, p. 110). Il percorso di mediazione è distinto in fasi: la fase preliminare riguarda le premesse per l’attivazione della mediazione, l’accoglienza della richiesta, le motivazioni, la valutazione di mediabilità. In questa fase iniziale possono essere effettuati colloqui individuali (massimo due per ciascun genitore), dando così la possibilità a ciascuno di esprimere le proprie richieste e al mediatore di presentare le opportunità della mediazione. Poi, nella prima fase, l’obbiettivo pragmatico è l’individuazione di un’area del rapporto e della separazione sulla quale confrontarsi e prendere decisioni in comune. Gli obbiettivi relazionali mirano invece alla necessità di un “riconoscimento dell’altro come interlocutore”, questa è la premessa indispensabile per poter attivare la dimensione negoziale. Il mediatore in questa fase svolge esplicitamente un ruolo direttivo, in quanto i partner si trovano più che nelle altre fasi a fare i conti con la conflittualità. Lo scopo del mediatore è quello di facilitare la comunicazione diretta tra i partner, aiutando ad esplicitare le richieste, oltre ad essere “garante” delle caratteristiche e delle regole contestuali. Ha inizio in seguito la fase negoziale, il cui obbiettivo pragmatico è il raggiungimento di un accordo, che possa divenire l’oggetto di successive verifiche ed eventuali formalizzazioni. Il raggiungimento dell’accordo è strettamente legato all’obbiettivo relazionale cioè il “riconoscimento dell’altro come negoziatore”. Il mediatore in questa fase ha funzione di stimolo e di contenimento, contribuendo a creare un clima interattivo.

Le tecniche più usate sono: quella degli “sbilanciamenti”, in cui il mediatore attraverso movimenti successivi si avvicina verso l’uno e l’altro partner, creando un’attenzione empatica, e quella delle “traduzioni” cioè il ripetere in modo nuovo e diverso quanto detto dai partner, al fine di introdurre elementi di condivisione con l’altro.

La mediazione prosegue poi con una fase il cui obbiettivo pragmatico è l’ulteriore definizione, verifica e formalizzazione degli accordi, cioè se ne verifica la compatibilità con le aspettative e il grado di soddisfazione degli ex coniugi, fino alla compilazione e sottoscrizione del verbale conclusivo. L’obbiettivo relazionale invece è il “riconoscimento dell’altro come genitore separato”. I genitori sperimentano in questa fase nuove modalità di rapporto e cercano di instaurare scambi interattivi caratterizzati da un clima di restituzione e riconoscimento delle reciproche competenze. Lo stile di conduzione del mediatore è più vicino a quello della prima fase, cioè viene prestata più attenzione al mantenimento delle caratteristiche contestuali che consentono il raggiungimento degli obbiettivi, piuttosto che la sollecitazione di temi e contenuti. In questa fase il mediatore utilizza la scansione degli incontri come uno strumento tecnico, cioè questi vengono maggiormente distanziati, di modo da permettere la verifica e l’assimilazione degli accordi. Dopo circa sei mesi dalla conclusione del percorso, è previsto un follow-up.

Esistono in Italia altri modelli oprativi, di mediazione familiare che possono essere fatti risalire al modello di Jaqueline Morineau. Il modello di intervento nasce in ambiente penale minorile (oggi ancora modificato per essere definito cristico, ma in questa trattazione verrà considerato quello precedente, essendo il più diffuso), per venire poi adottato in altri contesti, dove si rivela particolarmente adatto, anche nelle famiglie con trascorsi di abuso e di violenza. Jaqueline Morineau descrive la mediazione come un nuovo legame sociale, l’antropologa descrive infatti il conflitto come un catalizzatore nel disordine sociale e la mediazione come una modalità di accoglimento del disordine. Ricalcando lo schema della tragedia greca la mediazione diventa il luogo e il tempo, la ritualizzazione scenica, in cui il dramma può essere rappresentato. Il dramma si ha quando due violenze si incontrano. La mediazione permette l’espressione delle emozioni, il loro confronto e l’identificazione dei sentimenti che sono all’origine della rottura della relazione. La vittima ha la possibilità di “gridare” il proprio dolore e l’altro ascolterà in silenzio. Avviene un rinnovamento, una nuova percezione dell’uno e dell’altro.

La mediazione viene condotta attraverso tre fasi principali, che, come nella tragedia greca possono essere definiti stadi catartici:
1) la theoria, che è espressione dei fatti e del vissuto del conflitto, che viene fatta da entrambi. La parola viene data alle parti affinché possano esporre, una dopo l’altra, la loro versione dei fatti senza mai essere interrotte. Avviene l’ascolto  e l’eventuale ri-costruzione attraverso una versione condivisa dei fatti. Il mediatore resta in posizione di ascolto;
2) la crisis, che è il confronto dei due “mondi” e dei sentimenti, questa fase permette l’evoluzione del conflitto e permette di scoprire nuovi termini di relazione. Il mediatore provvede una sintesi descrittiva di tutto ciò che le parti hanno raccontato, senza esprimere giudizi e restituendo solo le emozioni emerse nel loro racconto. Accogliendo la fonte dei sentimenti che creano vuoto, separazione, isolamento e solitudine è possibile condurre le parti a confrontarsi e a interrogarsi vicendevolmente su questo piano: entrano nel mondo della crisi. Viene rappresentato il conflitto nella sua dimensione simbolica, perché solo a questo livello le parti possono riconoscersi al di là del proprio ruolo di vittima e “carnefice”  o reo;
3) la catharsis, che è la fase della purificazione, del superamento della sofferenza, è il ritorno all’ordine. Il mediatore qui cerca di uscire dal problema, di accantonare i nodi del conflitto e di provare a favorire una nuova, e più umana, conoscenza tra le parti, con domande sulla loro vita, sul lavoro, sui normali desideri, sulle aspettative di ognuno al fine di creare nuovi strumenti per la costruzione del dialogo e nuove regole per definire il proprio rapporto reciproco. Gli scopi sono quello di raggiungere una nuova percezione dell’altro non più inquinata da costruzioni mentali e quello di favorire un contatto vero e diretto con la persona, al di là del ruolo di confliggente. Alcuni operatori considerano la mediazione secondo il modello descritto come una fase della mediazione familiare globale, altri come un vero e proprio modello di mediazione parziale.

Il modello eclettico di mediazione familiare della dott.sa Isabella buzzi e della sua Scuola, viene anche definito ESBI da alcuni allievi, non contiene modelli ascrivibili alla mediazione clinica o terapeutica, in quanto, come sarà possibile osservare, non viene effettuata valutazione preliminare della relazione all’interno della coppia genitoriale, ma, in caso risultasse opportuno un sostegno specialistico, si rimanderà all’opera di un terapeuta a latere rispetto al percorso di mediazione che potrà proseguire in parallelo o essere eventualmente sospeso temporaneamente.

Il mediatore aiuterà le parti a sviluppare comprensione, lascerà che siano le parti a possedere il conflitto, permetterà la tensione necessaria ma solo se sopportabile per le parti e andrà al disotto del problema apparente.

Tra le tecniche utilizzate figurano il reframing (nelle sue forme di riassunto, parafrasi, perifrasi, traduzione, specchio, restituzione e looping), l’uso della domanda, la reciprocizzazione, il futurocentrismo, la normalizzazione, la dissonanza cognitiva, le inversioni di ruolo, la simbolizzazione (o tecniche simboliche), i sentiti emozionali, la razionalizzazione cognitiva,  l’ascolto empatico attivo, l’analisi della domanda, il brainstorming, la negoziazione ragionata, l’uso dei paradossi, e diverse altre. Nel caso fosse necessario, in quanto la coppia ha un vissuto di violenza o di abuso che impedisce ai genitori di collaborare nella cura e nell’educazione dei figli, viene condotta anche una seduta secondo il modello catartico.

Possono essere eventualmente invitati a partecipare i figli o essere presenti gli avvocati delle parti, come sarà possibile osservare, così come possono essere condotti incontri individuali, tuttavia, non esiste una procedura predeterminata, verrà deciso in base ad ogni singolo caso.

Nonostante le sue applicazioni in ambiti diversi e con modelli operativi differenti, l’oggetto della mediazione familiare è unico: la gestione “interna” della conflittualità (le parti in lite stesse sono artefici del percorso di mediazione), attraverso l’opera di una terza parte (che ha potere sui processi, non sui contenuti della controversia). Questo orienta inevitabilmente la ricerca speculativa a distaccarsi dai diversi modi di operare del mediatore, ovverosia da modelli e tecniche, o strumenti).

Negli anni, con gli allievi ne è nato un abbozzo teorico di estrema semplicità, efinito ESBI.

Il conflitto umano è caratterizzato da: una causa originaria, che è possibile far risalire alla frustrazione di un bisogno (frustrazione che può essere improvvisa e molto rilevante, oppure reiterata e continuativa), una conseguente attivazione emotiva, che influisce su una re-azione del soggetto, la quale a sua volta sarà stata elaborata attraverso i suoi filtri cognitivi (valori, percezioni, attitudini, cultura schemi percettivi e convinzioni), e diventerà una strategia operativa.

La mediazione, come disciplina,  s’interessa difatti di questi tre sotto-elementi della conflittualità come chiavi di accesso alla buona gestione del percorso mediativo: le Emozioni e includeremo in questo ambito anche gli elementi affettivo-relazionali, le Strategie e includeremo in questo ambito anche gli elementi tipici degli approcci negoziali, i Bisogni e includeremo in questo ambito anche gli elementi etici, simbolici e valoriali. Attraverso l’operato del mediatore è possibile per i confliggenti costruire una composizione armonica, rispettosa dei bisogni di tutti e quindi in grado di superare la conflittualità. Soddisfacendo i bisogni reciproci le parti superano l’interesse individuale per perseguire l’Interesse comune. Sintetizzando tutto questo, il mediatore ha una piattaforma teorica operativa che per comodità chiameremo ESBI: Emozioni, Strategie, Bisogni, Interesse comune.

Per meglio focalizzarne la valenza dell’Interesse comune nella mediazione, è utile l’apporto di Stefano Cera, che utilizza una scena tratta dal film di Ron Howard A Beautiful Mind del 2001, dedicato alla vita del matematico e premio Nobel John Forbes Nash jr.
Nella scena viene rappresentata la grande intuizione di Nash sulla “Teoria dei giochi”, che spiega il particolare “dilemma” che riguarda il comportamento delle parti all’interno di una trattativa.
All’inizio della scena, l’obiettivo di tutti i ragazzi sembra essere quello di conquistare la ragazza bionda, la più carina, e il metodo che viene proposto è quello prettamente competitivo: “Signori, duello alla spada o alla pistola all’alba?”, dice il primo e replica i secondo: “Pensate alla lezione di Adam Smith… nella competizione l’ambizione individuale serve al bene comune…”, aggiunge poi il terzo ragazzo: “Ognuno per sé, signori, mi raccomando…”, per concludere: “E quelli che fanno fiasco finiscono con le sue amiche…”.
Interviene nel dialogo Nash con la sua “illuminazione” sulle c.d. dinamiche dominanti spiegando che gli insegnamenti di Adam Smith non possono soddisfare gli interessi del gruppo. Infatti, dice: “Se tutti ci proviamo con la bionda ci blocchiamo a vicenda… e alla fine nessuno di noi se la prende”, poi aggiunge: “…ci proviamo con le amiche e tutte ci voltano le spalle perché a nessuno piace essere un ripiego…”. Come uscire dall’impasse? Attraverso dinamiche che coinvolgono tutti gli appartenenti al gruppo, ovvero l’Interesse comune. Infatti, “Se nessuno ci prova con la bionda, non ci ostacoliamo a vicenda e non offendiamo le altre ragazze…”.  Secondo Nash questo rappresenta l’unico modo per soddisfare i bisogni di tutti e sforzarsi per perseguire il “vero” obiettivo, che non è quello di conquistare la ragazza bionda, bensì quello di conquistare una ragazza.
conquistare una ragazza.

Lo stesso Nash spiega nelle scene seguenti: “Il miglior risultato si ottiene quando ogni componente del gruppo farà ciò che è meglio per sé e per il gruppo…”. Ovverosia, solo ragionando secondo l’ottica di soddisfazione degli interessi reciproci, dell’interesse comune, si può ambire a un risultato migliore per tutti gli elementi di un gruppo. Pruitt e Rubin attraverso il loro Dual Concern Model parlano di una possibile integrazione dell’approccio competitivo con quello cooperativo osservando che, all’interno di una contrattazione, ognuno deve perseguire un duplice obiettivo: riuscire ad ottenere il miglior rendimento possibile per sé stesso e, allo stesso tempo, riuscire ad ottenere il miglior rendimento possibile per il proprio interlocutore.

Tornando alla mediazione, e nella fattispecie alla mediazione familiare, è possibile affermare che il mediatore aiuti le parti a estrarre e  perseguire l’interesse comune, questo è l’unico modo per permettere a tutti di soddisfare i propri bisogni.

Per quanto sia semplice, il modello teorico ESBI è applicabile come fondamento di tutti i modelli di mediazione, quindi è possibile cominciare, seppur timidamente, ad affermare che la mediazione si fonda elementi teorici specifici e che, dunque, potrebbe in futuro trovare una sua propria dignità teoretica.

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